SUI NOVISSIMI

Premessa

Il testo che pubblichiamo, “Sui Novissimi”, raccoglie una serie di trasmissioni radiofoniche, realizzate su richiesta di un’ascoltatrice, che ebbero per soggetto i quattro novissimi: morte, giudizio, inferno e paradiso. Questo tema capitale della dottrina cristiana è esposto in modo chiaro, sintetico e completo insieme. L’esposizione è arricchita da numerosi riferimenti e citazioni tratti dalla Sacra Scrittura e dalle opere di santi autori spirituali, tra i quali emerge S. Alfonso Maria de’ Liguori.

In appendice aggiungiamo il contenuto di un libretto, “Anna e Clara”, che, fin dal momento della prima pubblicazione, ha scosso in maniera salutare molte anime. Il testo, munito di imprimatur concesso dal Vicariato di Roma il 9 aprile 1952, riporta la terribile visione di un’anima dannata apparsa ad un’anonima signorina tedesca nel 1937.

Auspichiamo che i lettori sappiano approfittare di questi scritti e, spinti dal santo timor di Dio, dirigano la loro esistenza terrena al vero fine dell’uomo in questa vita: lodare, riverire e servire Dio Nostro Signore e salvare, in questo modo, la propria anima.

PARTE I
Introduzione e lettera di Maria

Rispondiamo alla lettera della signora o signorina Maria, la quale è un’anima sensibile che davanti al mistero della morte che falcia ininterrottamente tante vite umane, si domanda angosciata quanti di coloro che oggi muoiono siano preparati a questo trapasso che è incontro dell’anima con Dio.

Con questo pensiero, che la fa meditare molto, ella ci domanda di parlare nelle nostre trasmissioni dei Novissimi, che sono la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso.

Precisiamo che la parola «novissimi» è tratta, dal latino e non significa, come si può pensare, le cose nuove, ma le cose ultime o le ultimissime realtà, che poi, a dire il vero, sono anche le più nuove, perché sono quelle che non diventeranno mai vecchie, essendo eterne.

Cominciamo col riportare la lettera della nostra ascoltatrice.

«Agli Amici di Dio, della Radio ***.

Sono una vostra ascoltatrice, purtroppo quest’estate ho perso, lontana da ***, molte trasmissioni.

Spero che in esse non abbiate già trattato l’argomento che mi sta a cuore, così che io possa ascoltarlo, e con me altre anime, nelle prossime trasmissioni.

Da parecchio tempo c’è un pensiero che mi fa meditare molto, ed è sempre rinnovato ogni volta che ascolto il “giornale radio”. Infatti, ogni volta che sento annunciare morti improvvise, singole o di massa, dovute ad attentati, omicidi, vendette, attacchi mili­tari, dentro di me sorge con pena la domanda: “Chissà se la sua anima era preparata all’incontro con Dio? Se era pronta al giudizio divino che darà a ciascuno, secondo la vita trascorsa, una felicità od una disperazione eterna, senza più possibilità di mutamento, per sempre?”.

Perché il pensiero dell’Eternità non ci viene continuamente ricordato e ripetuto dai sacerdoti?

Leggevo alcuni giorni fa su un libro di S. Alfonso de’ Liguori questi pensieri, che vorrei fossero ripetuti continuamente alle anime e proclamati dall’alto dei tetti a tanta povera gente che si perde così ciecamente perché le sue guide per prime sono diventate cieche e mute nel proclamare le verità eterne.

Scrive dunque il Santo: “Senza la meditazione sull’eternità, difficilmente l’anima durerà molto tempo in Grazia di Dio. Dice lo Spirito Santo: ‘Ricordati dei tuoi novissimi e non peccherai in eterno’ (Ecli. 7,40). Chi medita spesso i novissimi, cioè la morte, il giudizio, l’eternità dell’inferno e del paradiso, non cadrà in peccato. Queste verità però non si vedono con gli occhi, ma solo con la mente e, presentandosi poi i piaceri di senso, facilmente si attacca a quelli, chi non tiene innanzi a sé le verità eterne; e perciò tanti si abbandonano ai vizi e si dannano. Tutti i cristiani sanno e credono che si ha da morire e che abbiamo da essere giudicati; ma poiché non ci pensano, vivono lontani da Dio”.

Voi della Radio *** che vi siete fatti voce fedele dell’Amore di Dio che tutti chiama alla felicità eterna, annunciate e ricordate queste eterne verità dei novissimi e dedicate ad essi, se vi è possibile, una trasmissione.

Vi ringrazio anticipatamente per la luce ed il bene che ne verrà non solo al mio spirito, ma a quanti con me vi potranno ascoltare.

Il Signore vi dia Luce e Forza per continuare questo apostolato radiofonico che tanto aiuto spirituale porta, ogni settimana, nella nostra piccola vita quotidiana affinché, anche se nascosta agli occhi del mondo, sia di Gloria a Dio, nel compimento della sua Divina Volontà».

Maria


PARTE II
La morte

La morte

 

L’autrice di questa lettera ha ragione. Tutti sappiamo che dobbiamo morire; nessuno sfugge a questa legge, anzi sì può morire da un momento all’altro, eppure la maggior parte della gente vive come se non dovesse mai lasciare questa terra. D’ordinario non si vuol pensare alla morte, non se ne vuol parlare e se qualcuno entra in argomento, subito viene zittito con questa frase: «Parliamo d’altro. Cambiamo discorso».

Per un cristiano il voler ignorare che un giorno lascerà alla terra, perché diventi polvere questo suo corpo mortale, per presentarsi con la sua anima a Dio ed essere da Lui giudicato, è un’impudenza, una stoltezza enorme che, come ci dice S. Alfonso de’ Liguori, prima o poi inevitabilmente lo priverà della Grazia di Dio.

Cosa salutare è dunque, per tutti gli uomini e particolarmente per i cristiani, meditare sui misteri della vita e della morte che sono inseparabili. Infatti entrando nel mistero della vita, cioè meditando sul suo fine e scoprendo la ragione per cui noi viviamo, si viene a comprendere il giusto valore della morte.

La Sacra Scrittura ci dice: «Solo un soffio è ogni uomo che vive. Come l’ombra è l’uomo che passa; è solamente un soffio che si agita». In un altro versetto leggiamo: «Settanta sono gli anni dell’uomo; ottanta per i più robusti» (Sal. 89, 10). Per molti la vita è assai più breve: quaranta, trenta, venti anni e meno ancora, verso l’infanzia, quando la creaturina è appena sbocciata alla vita. Sempre la Parola divina ci dice in merito: «I figli dell’uomo sono come l’erba che germoglia al mattino; al mattino fiorisce, germoglia ed alla sera è falciata e dissecca» (ibid., v. 6).

Noi potremmo paragonare la vita dell’uomo, al corso di un fiume più o meno lungo, che ogni giorno, anzi ogni ora, ogni istante, corre verso la foce, cioè verso la fine della dimora terrena, che è la morte. Le acque del fiume giunte alla foce entrano nel grande mare; tutti i mortali giunti alla fine entrano nel grande mare dell’eternità.

I mondani, i materialisti, i terrestri, stimano fortunati solamente quelli che godono dei beni di questo mondo, dei piaceri, delle ricchezze, del successo, della carriera; ma la morte mette fine a tutte queste fortune della terra.

«Che cos’è infatti la nostra vita? Un vapore che appare un momento e svanisce subito» (Giac. 4, 15).

È vero, i vapori che esalano dalla terra talvolta alzati in aria, e investiti dalla luce del sole fanno una bella comparsa, ma questa comparsa quanto dura?

Ad un poco di vento sparisce tutto.

Un uomo si vantava d’essersi costruito una bellissima casa ed un amico, pur ammirandola, gli disse che però vi era un grande difetto. «Quale?» gli domandò, e l’altro rispose: «Il difetto è che le hai fatto la porta». «Come!» replicò l’uomo, «è difetto la porta?»

 «Sì» rispose l’amico «perché un giorno per questa porta dovrai uscire morto e così lasciare la casa e tutto».

Ed è proprio così. La morte spoglia l’uomo di tutti i beni di questo mondo.

In punto di morte il ricordo di tutti i beni goduti in vita, di tutti gli onori acquistati non servirà che ad accrescere nel mondano la pena di questo distacco, e questa pena metterà in maggior pericolo la salvezza della sua anima.

Il re Ezechia morendo così gemeva: «La mia vita è tagliata come dal tessitore; mentre io ordiva, mi ha reciso» (Is. 38,12). Quanta gente sul meglio della tessitura, cioè mentre sta eseguendo i suoi disegni mondani, progettati con tanta cura, viene presa dalla morte e tagliata fuori! Alla luce dì quest’ultima candela svanisce ogni cosa di questo mondo, applausi divertimenti, pompe e grandezze. Le fortune più invidiate, i posti più grandi, i trionfi più superbi perdono tutto lo splendore quando si guardano dal letto di morte. Le idee di certe false felicità, che ci siano formate, si scambiano allora in sdegno contro la propria pazzia. L’ombra nera e funesta della morte copre ed oscura tutte le dignità anche regali.

Le passioni fanno apparire i beni di questa terra diversi da quello che sono; la morte li scopre e li fa vedere quali in verità sono: fumo, fango, vanità, miseria. A che servono le ricchezze ed i beni di questo mondo alla morte, quando altro non ci toc­ca che una cassa di legno ed una veste che basta a coprire le carni?

A che servono gli onori, quando non ci tocca altro che un accompagnamento funebre ed un funerale che niente gioverà all’anima, se l’anima è perduta? A che serve la bellezza del corpo, se non resta altro che vermi, puzza ed orrore, anche prima di morire e poi un po’ di polvere?

Muore un ricco, un ministro, un attore di grido, uno sportivo di fama, uno scienziato famoso, un industriale potente, e di questa morte se ne parla dovunque. Ma se egli ha vissuto male diventerà la favola di tutti, e come esempio della vanità del mondo, e anche della divina giustizia, servirà per correzione degli altri. Nella sepoltura poi, egli sarà confuso tra gli altri cadaveri dei poveri. A che gli è valsa la prestanza fisica se ora non è che un mucchio di vermi? A che l’autorità avuta, se ora il corpo è buttato a marcire in una fossa, e l’anima è stata gettata ad ardere nell’inferno?

È veramente triste il dover servire d’oggetto agli altri per fare queste riflessioni e non averle fatte per il proprio profitto.

Nessuno si è mai vantato di non dover morire e anche se si è vantato è morto lo stesso. È certo dunque che tutti siamo condannati a morire. «Tutti nasciamo» dice S. Cipriano «col capestro alla gola». La morte è dunque certa, ma la grande maggioranza dei cristiani d’oggi vive come se non dovesse mai morire. «Nessuno parla più dei novissimi», ci scrive la nostra ascoltatrice Maria; nessuno pensa più alla morte, al giudizio, all’inferno e al paradiso.

Eppure il Signore che non ci vuol vedere perduti non tralascia un istante di avvertirci a mutar vita con la minaccia del castigo. Egli ci dice: «Se non farete penitenza perirete tutti nei vostri peccati» (Lc. 13, 5; Gv. 8, 24). E ancora dice il Signore: «State preparati» (Mt. 24, 44). E non intende che ci prepariamo quando arriva la morte, ma che ci troviamo preparati. Infatti, nel gelido vento che porta la morte, sarà quasi impossibile aggiustare una coscienza imbrogliata. Qualcuno dirà: «Può essere che in punto di morte mi converta e mi salvi». A costoro S. Alfonso de’ Liguori domanda: «Ma voi vi gettereste in un pozzo col dire: “Chi sa, può essere che gettandomi resti vivo e non muoia?”». E subito soggiunge: «Oh! Dio! che cosa è questa! Come il peccato acceca la mente e fa poi perdere la ragione! Gli uomini, quando si tratta del corpo, parla­no da savi: quando poi si tratta dell’anima parlano da pazzi».

È infatti una vera pazzia sapere che dobbiamo morire e che dopo la morte ci attende o un’eternità di gaudio o un’eternità di pene, e poi non pensare a prepararci degnamente per fare una buona morte.

In ogni secolo le case, le piazze, le città si riempirono di gente nuova mentre quelli che sono passati sono chiusi nei sepolcri. Polvere erano e polvere sono diventati. Così come per essi sono finiti i giorni della loro vita, altrettanto finiranno per noi. Saremo allora tutti nell’eternità, e questa e­ternità sarà per noi o un eterno giorno di delizie o un’eterna notte di tormenti Non c’è una via di mezzo. Voi che ascoltate, e siete di poca fede, ne dubitate? Questo vuol dire che siete gravidi di mate­rialità e questa sovrabbondanza vi oscura la mente e vi indurisce il cuore.

Alzate gli occhi al Cielo an­ziché tenerli abbassati sulla terra e Dio vi darà la luce per comprendere e credere.

PARTE III
La morte dei malvagi

Un detto popolare antico dice: «Si muore nello stesso modo in cui si è vissuto». Dunque, di fronte alla morte, un’anima che è vissuta tutta la vita lontano da Dio, volutamente rifiutando di cercarLo, di conoscerLo e di amarLo, difficilmente saprà cambiare i suoi sentimenti interiori nell’ultimo istante di vita.

Figuriamoci di trovarci in una casa ove vi è un infermo che ha trascorso tutta la sua vita nel peccato, e al quale restano poche ore di vita.

Quest’uomo e sul letto di morte od oppresso dai dolori, dagli svenimenti, dal respiro affannoso. La sua fronte è gelida per i1 sudore freddo che l’imperla; in mezzo a tutte queste angosce la sua testa è completamente svanita e poco sente, poco capisce e poco può parlare. Eppure fra tutti questi travagli e­ affanni non pensa alla morte, alla salvezza dell’anima sua preparandosi a regolare i conti con il Signore prima che giunga l’ultimo istante della vita terrena, quando dovrà presentarsi al cospetto di Gesù Cristo, ma pensa ai medici ai rimedi per liberarsi da quelle infermità e dai dolori che lo stanno ucci­dendo. Quest’uomo non è capace di avere altri pensieri se non sulla sua salute fisica.

Attorno a lui vi sono i parenti più stretti ed i familiari più intimi, che cercano con il loro amore di confortarlo o fingono di farlo. Nessuno gli parla della morte e di prepararsi ad essa e con sorrisi lo illudono perché non vogliono disgustarlo con la parola: Morte. E così facendo lo consegnano fra le braccia del demonio pronto per l’inferno.

Ma, forse per l’ispirazione dell’Angelo custode, ad un certo momento si rende conto che attorno a lui sta succedendo qualche cosa di strano, d’insolito. In quel momento gli si affaccia alla mente un pensiero: «Che sia giunta la mia ultima ora? Che sia giunto il momento per me di lasciare tutto quello che mi attornia, casa, beni, piaceri? Ho lavorato tutta la vita per averli ed ora li devo lasciare per sempre?»

Sì, è così. La morte si è affacciata alla porta, anzi è presso il letto e con il suo alito freddo dice: «Ora devi lasciare tutto, con te puoi portare unicamente la tua anima. La tua carne che hai tanto amato è destinata a putrefarsi nella fossa».

Ecco, allora insorgere i rimorsi della coscienza che in quella tempesta si fanno maggiormente sentire per la vita disordinata condotta fino ad allora. Ed il povero infelice dirà fra sé: «Oh povero me, ho avuto tanti lumi da Dio, tanto tempo per mettere in ordine la mia coscienza e non l’ho fatto ed ecco che ora sono già arrivato alla morte. Che mi costava fuggire quell’occasione, o staccarmi da quell’amicizia, o il confessarmi santamente una volta alla settimana? E benché costasse fatica e sacrificio io dovevo fare quando era possibile per salvare l’anima mia che è più importante di tutto».

«Al sopraggiungere dell’angoscia», dice il profeta Ezechiele, «cercheranno la pace ma non la troveranno» (7, 25).

Infatti, come può un’anima aggravata dalle colpe, che mordono come tante vipere, trovare la pace?

Quale pace pensando di dover comparire, dopo pochi istanti, davanti a Gesù Cristo Giudice del Quale hanno sempre disprezzato la Legge?

In quell’istante estremo vengono alla mente le verità della fede, quelle stesse imparate da bambini e risentite più tardi in tante occasioni, ma volutamente rigettate lontano da sé fino a negarle. Ora queste si affacciano non già per dare sollievo, ma per dare maggior tormento al moribondo che è vissuto male.

Questo tormento aumenta ancor di più se la persona è stata consacrata a Dio. Costui aveva più tempo per servire Dio e non l’ha fatto. Oh Dio! che pena avrà nel cuore dovendo ammettere che ha fatto peggio di un pubblicano. Questo consacrato a suo tempo aveva lasciato il mondo per essere tutto di Dio e­ poi è vissuto attaccato ai diletti, alle vanità, agli onori del mondo oppure ha commesso errori ben più gravi che hanno intaccato fondamentalmente le verità che avrebbe dovuto trasmettere fedelmente poiché parola di Dio.               Quale rimorso avrà ora, nel pensare che con l’aiuto e la luce che Dio gli aveva dato, non è stato capace di fare santo se stesso e di con­durre altri alla santità e che se tutte quelle grazie fossero state date ad un pagano sarebbe sicuramente diventato santo! E quale pena avrà nel ricordarsi di avere disprezzate negli altri le pratiche di pietà come debolezze di spirito e di avere lodate le massime del mondo, di stima di sé o di amor proprio, di non aver voluto patire, ma di avere desiderato quanti più piaceri poteva dare il mondo?

Nell’imminenza della morte si vorrebbe poter disporre di tutto quel tempo che si è sciupato durante la vita; ma questo non è più possibile.

S. Gregorio Magno narra nei suoi dialoghi che ci fu un certo Crisanzio, uomo ricco, ma di mali costumi, il quale ridotto in morte gridava contro i demoni che visibilmente gli apparivano per prenderlo: «Datemi tempo fino a domani». E quelli rispondevano: «O pazzo, ora chiedi tempo? Tu ne hai avuto tanto l’hai perduto e l’hai speso a peccare ed ora chiedi tempo? Ora non c’e più tempo». Il misero seguitava a gridare ed a cercare aiuto. Al suo capezzale si trovava suo figlio monaco, chiamato Massimo; il moribondo diceva a suo figlio: «Figlio mio, aiutami, Massimino mio, aiutami». E frattanto con la faccia fatta di fuoco si sbalzava furiosamente dall’una all’altra parte del letto, e così agitandosi e gridando da disperato infelicemente spirò.

Il tempo è la richiesta e l’illusione del peccatore, ma alla morte non c’è più tempo. Egli penserà: «Potevo vivere una vita felice in grazia di Dio; ed ora: che mi resta di tanti anni che io ho avuti se non tormenti, diffidenze, timori, rimorsi di coscienza e conti da rendere a Dio? E difficilmente mi salverò».

Quand’è che dirà questo? Quando già sta per finire l’olio della lampada e per chiudersi la scena di questo mondo Ed egli si troverà in vista della sua eternità felice o infelice; e già si accosta a quell’ultima bocca aperta da cui dipende l’essere beato o disperato per sempre, per sempre, per sempre…

Quanto pagherebbe egli allora per avere un’altro anno o un mese, o almeno un’altra settimana di tempo, colla testa sana, poiché stando in quel momento con lo stordimento di capo, con l’affanno di petto o la mancanza dì respiro, non può riflettere, non può applicare la mente a fare un atto buono; si trova come chiuso in una fossa di confusione dove non concepisce altro che la sua rovina che lo sovrasta, a cui si vede inabile a rimediare. Onde vorrebbe tempo, ma gli sarà detto: «Non c’è più tempo, aggiusta i conti in questo breve spazio come meglio puoi, e parti; non lo sai che la morte non aspetta, né porta rispetto ad alcuno?».

Allora con spavento penserà: «Stamattina sono vivo, stasera facilmente sarò morto! Oggi sono in questa camera e domani sarò in una fossa! E l’anima mia dove sarà?».

Ma non è solo il tempo che manca, la capacità di avere un vero sentimento di contrizione dei propri peccati, poiché non è sufficiente elencarli, ma bisogna avere dolore per tutte le offese fatte a Dio che ha mandato il suo Unigenito a morire per riscattarci dal peccato. Com’è possibile avere questi sentimenti di pentimento se durante la vita si è amato il peccato e lo si è cercato, lo si è desiderato?

Narra S. Roberto Bellarmino che, essendo andato ad assistere un certo moribondo ed avendolo esortato a fare un atto di contrizione, quegli rispose che non sapeva che cosa fosse la contrizione. Il santo si procurò di spiegarglielo, ma l’infermo disse: «Padre io non vi intendo, io non sono capace di queste cose». E così se ne morì, lasciando chiari segni della sua dannazione.

Dio non si schernisce. Quel che si semina in questa vita, si raccoglie nell’altra. A chi semina piaceri vietati, altro non tocca che corruzione, miseria, morte eterna.

Meditando su queste verità quali sentimenti dovrà avere un cristiano che vuole salvare l’anima sua e rispondere ai disegni i di Dio? Con S. Alfonso diremo: «Eccomi, o Signore, io a Voi ritorno, a Voi mi rivolgo; mi confesso degno di mille inferni, e mi pento d’avervi offeso. Io vi prometto fermamente di non volerVi più offendere e di volerVi sempre amare. Non permettete che io viva ingrato a tanta bontà.

Eterno Padre, per i meriti di Gesù Cristo, che morì per obbedirvi, fate che io obbedisca ai vostri vole­ri fino alla morte. Vi, amo, o Sommo Bene, e per l’a­more che Vi porto voglio obbedirVi in tutto. Datemi la santa perseveranza, datemi il vostro amore e niente più Vi domando. Maria, Madre mia, intercedete per me».

(Una miniera di pensieri sui novissimi si trova appunto nel libro di S. Alfonso, Apparecchio alla morte, ancora in commercio, dal quale abbiamo attinto molte riflessioni).

PARTE IV
La morte dei giusti

S. Paolo scrive che per lui vivere è Cristo e morire un guadagno (Fil. 1,21), questo significa che la morte per il giusto è un vantaggio. S. Caterina da Siena diceva che la morte era il giorno delle nozze, ma non di nozze qualsiasi, bensì delle nozze eterne in cui lo sposo era Dio stesso. Le nozze umane avranno sempre una fine, inoltre l’unione non potrà mai essere totale, infine coloro che si uniscono nelle nozze umane sono solamente creature, con tanti difetti, imperfezioni e limitazioni così che l’amore è sempre soggetto a crisi e al pericolo di venir di­strutto.

Non così le nozze eterne con Dio, infatti esse non avranno mai fine, e l’unione tra l’anima amante e il Creatore sarà perfetta perché la creatura sarà assorbita nel suo Creatore perdendosi in Lui in una felicità che nessuno può dire.

Ecco perché S. Paolo dice che morire è un guadagno, però prima dice che per lui vivere è Cristo, perché solo per coloro nei quali vive Cristo il giorno della morte sarà quello delle nozze, in quanto potrà unirsi con lo Sposo eterno soltanto chi è diventato eterno, ossia ha fatto sì che nel fondo della sua anima nascesse il Figlio di Dio: Gesù Cristo, e per questo è morto a tutto ciò che, essendo soggetto al tempo, è perituro.

Al contrario, per coloro che giungono al momento della morte legati dai mille tentacoli che li tengono ancorati a questo mondo, la morte coinciderà con la seconda; morte perché saranno gettati nel fuoco eterno.

Per il giusto la morte è la porta alla vera vita; per l’empio la porta alla vera morte; in questa opposizione totale sta tutto il mistero meraviglioso e terrificante del momento che separa il tempo dall’eternità.

La morte è l’istante in cui il fiume del tempo sbocca nell’oceano dell’eternità. Per lo più la folla dice di conoscere la vita e di ignorare che cosa si nasconde nel mistero della morte; ma la realtà è totalmente diversa: la morte è la luce meridiana che rivela il mistero della vita.

Nella lettera ai Romani (7, 24) S. Paolo si chiede con affanno: «Chi mi libererà da questo corpo di morte?», non tanto perché il corpo è destinato alla morte, quanto perché del corpo si serve il demonio per attizzare la concupiscenza e indurre al pec­cato gli uomini, cosicché finché l’uomo vive è in pericolo di perdersi, uccidendo la propria anima.

Il morto non può più peccare, perché con la morte viene non solo sepolto il corpo, ma gli stessi vizi e la concupiscenza che in esso risiede.

Non solo il corpo è lo strumento che ci può portare a peccare, ma per la sua stessa natura il corpo umano attuale è un carcere per l’anima spirituale. Il corpo è una porzione della materia, l’anima è una scintilla di Dio.

È sì vero che l’uomo risulta dall’unione di anima e corpo, ma non per questo anima e corpo sono la stessa cosa o della stessa natura, o si possono mettere sullo stesso piano. Il corpo è materiale, quindi composto, opaco, freddo, instabile, pesante, fluido, mentre l’anima dell’uomo è spirituale, cioè semplice, luminosa, viva, attiva, eterna, senza pesantezza.

L’esistenza dello spirito in questo corpo di peccato non è certo naturale per l’anima, perché essa ha in sé una tendenza che la spinge ad unirsi con Dio ritornando là da dove è venuta, il Cielo.

Si potrebbe obiettare che si sta esagerando, infatti la teologia ha sempre insegnato che la natura umana è composta di due elementi, entrambi essenziali: il corporale e lo spirituale, quindi anche la parte materiale dell’uomo, cioè il corpo, è stata creata da Dio e quindi è buona, perché Dio non può mai fare alcunché di cattivo; ma se il corpo è buono non si può dire che esso sia una prigione per l’anima; inoltre la dottrina cattolica della bontà del corpo è confermata dal dogma della resurrezione della carne per il giudizio universale e quindi per l’eternità.

Rispondiamo che non si vuol dire che il corpo in quanto tale sia una prigione per l’anima, ma che lo è questo corpo, il corpo che ha l’umanità adesso, quel corpo che porta in sé le conseguenze del peccato originale.

Per farei intendere chiariremo che si può parlare di tre tipi di corpi per l’uomo: quello di Adamo ed Eva prima del peccato originale; quello dell’umanità dopo il peccato originale e in terzo luogo il corpo glorioso o tenebroso che ogni anima rivestirà per il giudizio universale e poi per l’eternità.

Quale fra questi tre tipi di corpi è quello connaturale all’anima umana?

Cominciamo con l’escludere proprio quello che l’umanità riveste adesso sulla terra, perché esso porta in sé la grave ferita infertagli col peccato originale. Questo è il corpo che fa dire a S. Paolo che è un corpo di morte, perché vi è nelle sue membra la legge del peccato che tende a render schiavo il suo spirito (Rm. 7, 23-24).

Se le cose stanno così, e, a meno di avere la presunzione di pretendere di saperne più di S. Paolo, bisogna ammettere che stanno proprio così, è chiaro che questo corpo è un ostacolo per l’anima desiderosa di Dio. Ed è pure altrettanto evidente che la morte non dev’essere considerata dal giusto una iattura, una rovina, uno sfacelo, quanto piuttosto la porta che introduce lo spirito umano alla vera vita, quella eterna.

Il corpo è la prigione dello spirito assetato di Cielo e la morte è la liberazione da tale carcere che conduce alla beatitudine somma. Questa vita è fatica, tormento, angoscia, pericolo, combattimento, valle di lacrime; e come potremmo noi dire che non è un carcere per l’anima desiderosa di unirsi a Dio?

Molto più connaturale all’anima umana di questo corpo di peccato era il corpo di Adamo ed Eva, perché era perfettamente docile al volere dell’anima, oltre che non soggetto alle malattie e alla decrepitezza, quindi non era una prigione per l’anima quanto piuttosto il suo fedele servitore.

Tuttavia neppure tale corpo era perfettamente naturale all’uomo, perché anch’esso avrebbe dovuto essere trasformato in un nuovo corpo, quello glorioso, che solo è immortale cioè destinato a durare per tutti i secoli.

Se noi diciamo naturale, fra i tre corpi dell’uomo, quello che più si conforma all’anima, quello che più le somiglia, che e più docile ad essa e non la ostacola in nulla nelle sue operazioni proprie, che sono finalizzate all’unione con Dio, perché in essa sta la beatitudine eterna, dobbiamo necessariamente concludere che il corpo naturale per l’uomo è quello glorioso, incorruttibile.

S. Paolo dice che con la morte «si semina un corpo corruttibile, ma risorgerà incorruttibile. Si semina ignobile, ma risorgerà glorioso; si semina inerte, ma risorgerà forte; si semina un corpo animale e risorgerà spirituale… Il primo uomo – Adamo­ – tratto dalla terra, è terreno; il secondo Uomo – Gesù – viene dal Cielo, è celeste. Quale il terreno, tali anche i terreni; quale il celeste, tali anche i ce­lesti» (I Cor. 15, 42-48 ).

Per concludere su questo punto diciamo che il corpo di Adamo ed Eva era sì naturale, perché creato interamente da Dio, ma la sua era una naturalità, per così dire, accidentale, funzionale, perché non era destinato a rimanere sempre così, bensì ad essere trasformato in corpo glorioso.

Il corpo degli uomini, nati col peccato originale è naturale solo perché è naturale che l’anima abbia un corpo, ma non è naturale per tutto quello che esso ha di carnale, di venduto al peccato, di contrario alla legge di Dio (Rm. 7, 14-55).

Da questo corpo venduto al peccato ci libera la morte, se siamo giusti. Perciò adesso possiamo veramente intendere in profondità le parole dell’Apostolo: «Per me vivere è Cristo, e morire un guadagno» e ancora, «Sapendo che mentre siamo nel corpo siamo lontani dal Signore, perché camminiamo per fede e non per visione, vorremmo piuttosto separarci dal corpo (con la morte), ed essere insieme al Signore». Ossia finche siamo in questo corpo mortale siamo separati dal Signore, ma, pur essendo naturale la tendenza dell’anima verso il suo corpo, è molto più naturale e perciò immensamente più potente la tensione dell’anima verso Dio che è il suo Bene proprio; perciò, dovendo scegliere tra lo stare con questo corpo, di conseguenza senta la vista di Dio, o lo stare con Dio e perciò lasciare il corpo, cioè morire, S. Paolo giudica ovviamente assai meglio morire e abbandonare questo corpo di peccato per unirsi a Dio, piuttosto che continuare a vivere.

Questo è ciò che la morte è per ogni buon cristiano, perciò essa si deve desiderare e non temere.

Chi invece non solo non desidera la morte, come liberazione da questo corpo di peccato, ma la teme e la sfugge – o meglio vuol sfuggirla, perché non la si può sfuggire –, vuol dire che ama questo mondo e non Dio, perché preferisce rimanere di qua e teme di andare di là.

Costui non è un cristiano ma un materialista, un ateo o peggio un venduto a satana, perché pospone le cose spirituali a quelle materiali; costui è come uno che preferisca i giorni lavorativi alle feste; infatti questa vita è fatica e combattimento, mentre la morte del giusto è festa e riposo beato.

Ecco che allora diciamo con S. Francesco che la morte è nostra sorella e come sorella va amata e di essa si deve lodare e ringraziare Dio che ce la dona.

«Laudato si’, mi Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullo homo vivente po skappare; guai acquelli che morranno ne le peccato mortali; beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati, ka la morte secunda nol farrà male».


PARTE V
Il giudizio particolare

Il Giudizio particolare

 

Il secondo dei novissimi è il giudizio, perché, immediatamente dopo la morte, l’anima compare davanti al tribunale di Dio per render conto delle opere compiute nella sua vita.

Vi sono due giudizi: il particolare e l’universale. Il giudizio particolare è quello che subisce la singola anima nell’istante successivo alla sua morte, di esso parleremo ora; il giudizio universale è invece quello che attende tutti gli uomini subito dopo la resurrezione dei corpi e prima che l’inferno sia sigillato per sempre e che nel paradiso il numero degli eletti sia completo.

Tale giudizio è descritto da Gesù stesso nel cap. XXV del Vangelo di Matteo; e si può dire che esso è per l’umanità intera ciò che il giudizio particolare è per il singolo uomo.

Infatti come il giudizio particolare segue la morte e quindi il disfacimento del corpo, cosi il giudizio universale seguirà la distruzione di questo mondo fisico per lasciare il posto alle uniche due realtà definitive: paradiso e inferno.

Ancora, come nel giudizio particolare viene se parato il bene dal male all’interno della singola anima, così nel giudizio universale verranno separati i buoni dai cattivi, i quali riceveranno quindi il premio per le loro fatiche o la pena per i loro peccati.

Occupiamoci ora del giudizio particolare. Una mistica così lo descrive in una sua visione del paradiso: «Il Figlio, (cioè Gesù), per zelo. per il Padre suo, riceve e giudica, senza soste, coloro che, cessata la vita, tornano all’Origine per essere giudicati. Non vedo questi spiriti. Comprendo se essi sono giudicati con gioia, con misericordia, o con inesorabilità, dai mutamenti dell’espressione di Gesù. Che fulgore di sorriso quando a Lui si presenta un santo! Che luce di mesta misericordia quando deve separarsi da uno che deve mondarsi prima dì entrare nel Regno! Che baleno di offeso e doloroso corruccio quando deve ripudiare in eterno un ribelle» (M. Valtorta, Quaderni del ‘44, visione del 25 maggio).

Il viso del Giudice eterno dev’essere ben terribile per il peccatore, se S. Bernardo dice che al suo cospetto l’anima peccatrice preferirebbe essere nell’inferno piuttosto che vederlo. Anzi, proprio per fuggirlo l’anima si getterà nell’inferno perché il paradiso è pieno della presenza di Dio che il peccatore non può sostenere.

Domanda: «Ma, oltre alla descrizione appena sentita del volto di Gesù, si sa qualcosa sul modo in cui avverrà il giudizio particolare? Vi sono dei santi che hanno ricevuto delle rivelazioni particolari da Dio su di esso? È vero che oltre all’angelo custode sarà presente anche il demonio? Vi sarà Maria SS. come Avvocata? È vero che in quel momento tutti i peccati e le buone azioni compiute in vita saranno presenti all’anima? »

Risposta: « Per rispondere a tutti questi interrogativi riferiremo ora di una visione avuta da S. Brigida sul giudizio particolare di un suo figlio. Forse qualcuno si stupirà nel sentire certi particolari che possono far pensare a qualcosa dì simile ad un tribunale umano. A costui ha già risposto Dio stesso per mezzo di un’altra santa sua confidente: Santa Francesca Romana.

Infatti, poiché costei, in una visione delle pene dell’inferno, si meravigliava che colà vi fossero degli strumenti simili a quelli della terra il Signore rispose che Egli doveva mostrarle le cose in quel modo perché essa potesse comprendere. Così, per es., non era vero che nell’inferno vi fossero dei pentoloni pieni di oro liquefatto e incandescente, e che questo oro bollente venisse versato nella gola degli avari, ma santa Francesca Romana vedeva le cose avvenire così perché potesse comprendere che le anime degli avari provavano e continuano a provare per tutta l’eternità il dolore che proverebbe un uomo terreno nella cui gola venisse versato un pentolone pieno di oro incandescente.

S. Brigida, fra i suoi figli, ne aveva uno, l’ottavo, Carlo, che le era costato molto pianto e molte pene, perché non aveva seguito i suoi insegnamenti. Ella era in pellegrinaggio in Palestina quando Carlo era morto; ella ne ebbe immediata notizia da Maria SS, a cui l’aveva affidato. La Vergine venne a dirle che aveva assistito Carlo­ sul suo letto di morte, e non appena l’anima era uscita dalla strettoia della morte, l’aveva presa sotto la sua guardia contro i diavoli che si precipitavano su di essa e volevano inghiottirla.

Più tardi, trovandosi nella chiesa del Santo Sepolcro, S. Brigida venne rapita in estasi e assistette al giudizio particolare di suo figlio Carlo.

Vide la sala dall’alta volta che già conosceva dove Gesù sedeva sul trono cinto della corona imperiale, circondato dalla corte celeste. Accanto stava la sua S. Madre. Davanti al giudice è l’anima di Carlo «come un bambino appena nato che non può ancora vedere». A destra dell’anima un angelo, a sinistra un diavolo. Quest’ultimo ha la parola e invoca la giustizia di Dio, dice: «Non è giusto che questa donna, tua Madre, venga qui e presenti quest’anima che deve essere giudicata, e la prenda sotto la sua protezione».

Maria SS. risponde che è nel suo diritto, per­ché Carlo, durante la vita, spesso recitò una preghiera insegnatale dalla madre, questa: «O Maria, io gioisco quando penso che Dio ti ha più cara di tutte le altre creature, e questa gioia vale di più per me che tutti i terreni godimenti. E se si potesse pensare che tu potessi perdere un solo raggio della tua celeste bellezza, e allontanarti quanto è un passo da Dio, piuttosto che ciò potesse succederti, preferirei essere tormentato nell’inferno per l’eternità».     

Questa preghiera ha toccato il cuore di Maria.

Il diavolo è sopraffatto; non avrebbe stimato possibile tanta abnegazione. « Non è di mio diritto » conviene. Però, però, perché non provare a rivolgersi a Dio in persona? La sentenza definitiva non è ancora stata pronunciata! Perciò dice con rispettosa riverenza: « Io so, o Signore, che Tu sei la stessa Giustizia, e che Tu sei egualmente giusto verso un povero diavolo come verso un angelo! Dammi perciò questa anima! »

L’eterna Giustizia non respinge puramente e semplicemente la richiesta del diavolo, ma gli chiede di esporre le sue pretese.

Il diavolo non domanda di meglio: ha un sacco ricolmo di peccati di Carlo, e li ha tutti notati in un libro. «Non appena Carlo mise i primi peli sul labbro si diede con ardore ai divertimenti mondani e ai godimenti carnali».

« Vero » risponde l’angelo « ma in compenso sua madre ha pregato molto per lui, così che ogni volta che peccava correva subito a confessarsi. »

Il diavolo non si lascia mettere a tacere da ciò: egli vuole entrare nei particolari e si accinge a raccontare qualcuna delle colpe più grosse di Carlo. Ma improvvisamente accade un fatto strano, il diavolo è colto da amnesia e non può più ricordare i peccati.

E non basta, il registro dei peccati è sparito, ed egli non riesce più a rammentare nulla di quello che c’era scritto. Ora ha proprio ragione di lagnarsi e gridare che è stato defraudato del risultato del suo lavoro diligente di tanti anni!

« Sì, » dice l’angelo « questo hanno operato le lacrime di sua madre! »

Il diavolo non ha più il suo libro, possiede però il sacco con tutti i peccati che Carlo ha confessati, ma per i quali non ha fatto penitenza: per questi ora il diavolo lo punirà!

Con fine ironia risponde l’angelo: « Apri pure il sacco! »

Il diavolo non se lo fa dire due volte, ma subito emette un grido come fosse impazzito : « Sono stato derubato, sono stato derubato! Il sacco è vuoto! »

Sono ancora le lacrime di S. Brigida che hanno lavorato.

Il diavolo però non si dà per vinto: ci sono ancora i peccati veniali di Carlo.

L’angelo spiega che essi sono cancellati dalla buona volontà da lui dimostrata lasciando casa, patria, parenti ed amici per recarsi in pellegrinaggio

Il diavolo però osserva: « Sì, ma questi peccati sono innumerevoli come la rena del mare, migliaia e migliaia; li ho tutti sulla punta della lingua! »

« Fuori la lingua » risponde l’angelo. Il diavolo apre la bocca, ma la lingua è scomparsa! Le buone opere di S. Brigida hanno cancellato tutte le mancanze e paralizzato la lingua del diavolo.

Finalmente il diavolo parla dei peccati di omissione: il bene che Carlo avrebbe potuto fare e non ha fatto.

« Sì, » dice l’angelo, « ma in compenso, sua madre per tanti anni ha fatto azioni misericordiose, ed, ha versato molte migliaia di lacrime per Carlo, affinché Dio, alla fine, si degnasse di inviargli lo Spirito Santo! Ciò che avvenne: perché quando egli partì da casa, fu con l’intenzione di andare a combattere contro gli infedeli, e contribuire affinché la Terrasanta e il Sepolcro del Signore tornassero in potere dei cristiani. »

Dopo ciò il diavolo non ha più nulla da dire e mugghia: « Povero me, che non ricordo più nulla di

quello che quest’uomo ha fatto, anzi non ne ricordo nemmeno più il           nome » e inveisce contro S. Brigida e le sue lacrime.

Ma dall’eterno empireo suona una voce chiara e tranquilla: « Ora egli si chiama qui il figlio delle lacrime ».

Questo dunque il giudizio particolare di un figlio di S. Brigida. Non illudiamoci però che le cose vadano sempre così bene, perché pochissimi hanno delle madri come S. Brigida e, inoltre, se oggigiorno non si salva neppure l’1 % dì coloro che muoiono, ciò significa che la stragrande maggioranza dei giudizi particolari si conclude in modo ben peggiore.

PARTE VI
L’inferno

L'Inferno

 

Se tutto il creato ci dimostra l’esistenza di un Essere infinitamente sapiente, la nostra ragione ci dice che deve essere indefinitamente giusto. Ma come potrebbe essere tale, se non sapesse né ricompensare né punire?

Il libro della Sapienza ci informa che «ciascuno è punito per mezzo di quelle cose con cui ha peccato» (Sap. 11, 17), e nell’Apocalisse si legge questa sentenza contro l’anima del peccatore: «Datele tanto di tormento quanto essa si è data di gloria e di delizie» (Apoc. 18, 7).

Gesù parlava con frequenza del paradiso e dell’inferno, e un giorno che gli apostoli gli chiesero: « Sono molti quelli che si salvano? » rispose in questo modo: « Entrate per la porta stretta, perché quella larga e spaziosa porta alla perdizione e molti si incamminano per essa. » (Mt. 7, 13)

Quale significato hanno le parole del Divino Maestro?

La via del bene è aspra, perché si tratta di frenare le passioni e vivere in conformità ai detti di Gesù: «Chi vuol venire dietro di Me, rinneghi se stesso!» (Mt. 16, 24).

La via del male, invece, che porta all’inferno, è comoda ed è battuta da molti; è facile cioè correre dietro ai piaceri fallaci della vita, appagando la superbia, la sensualità e la cupidigia.

L’esistenza dell’inferno è assicurata e ripetutamente inculcata da Gesù Cristo; è dunque dogma di fede. È grave peccato il dire: «L’inferno non c’è! » È anche grave peccato il mettere in dubbio questa verità.

Chi sono coloro che non ammettono questo dogma di fede? Gli ignoranti di religione, che non leg­gono il Vangelo; i superficiali, che prendono alla leggera un affare così importante; i disonesti, in­golfati nei piaceri corporali, simili agli animali immondi.

In genere se ne ridono dell’inferno proprio quelli che ne battono la strada e si possono paragonare ai capri che vanno al macello saltellando.

Ma, che cosa e questo inferno? L’Epulone dannato, nel Vangelo di S. Luca, lo chiama «luogo di tormenti»; dunque, luogo dove tutti i sensi del dannato devono avere il proprio tormento. Nell’inferno sarà tormentata la vista con le tenebre. Dice S. Tommaso che ai dannati è riservato di luce soltanto quanto basta a più tormenti. Ciò significa che vedranno in quel barlume di luce la bruttezza degli altri reprobi e dei demoni che prenderanno forme orrende per spaventarli di più. Sarà tormentato l’odorato. Pensate a quale pena sarebbe trovarsi chiuso in una stanza con un cadavere fracido? Ebbene il dannato deve stare in mezzo a tanti milioni di altri dannati vivi alla pena, ma cadaveri per la puzza che mandano. Dice S. Bonaventura che se un corpo di un dannato fosse cacciato dall’inferno, basterebbe a far morire per la puzza tutti gli uomini.

Nell’inferno sarà tormentato l’udito cogli urli continui e pianti dei dannati. I demoni faranno continui strepiti.

Sarà tormentata la gola con la fame e con la sete. Sarà tormentato il tatto con il fuoco che punirà la carne dell’empio.

Nel Vangelo di S. Matteo, Gesù menziona questo fuoco dicendo: «Via da me maledetti, nel fuoco eterno. » (Mt. 25, 41)

Anche in questa terra la pena del fuoco è la maggiore di tutte; ma vi è tanta differenza dal fuoco nostro a quello dell’inferno che, dice S. Agostino, il nostro sembra dipinto. E S. Vincenzo Ferreri dice, che a confronto di quello il nostro è freddo.

La ragione è perché il nostro è creato per nostro utile; ma il fuoco dell’inferno è creato da Dio apposta per tormentare.

Ci dice S. Alfonso del Liguori che nell’inferno saranno tormentate anche le facoltà superiori. Il dannato sarà tormentato nella memoria, con il ricordarsi del tempo che ha avuto in questa vita per salvarsi e l’ha speso per dannarsi, e delle grazie che ha ricevuto da Dio, e non ha voluto servirsene.

Nell’intelletto, col pensare al gran bene che ha perduto: paradiso e Dio; e che a questa perdita non vi è più rimedio.

Nella volontà, nel vedere che gli sarà sempre negata ogni cosa che domanda. In proposito, S. Alfonso del Liguori ci riporta questo episodio:

«Quando l’università di Parigi era nel maggior splendore, uno dei suoi più celebri professori venne a morire improvvisamente. Nessuno si sarebbe immaginato la sua terribile sorte, specialmente il Vescovo di Parigi suo intimo amico. Il Vescovo ogni giorno offriva suffragi per il riposo dell’anima del professore.

Una notte, mentre egli pregava per il defunto, se lo vide apparire in forma incandescente, dal volto disperato. Il Vescovo comprese che l’amico era dannato e gli rivolse delle domande; gli chiese fra l’altro: “Nell’inferno vi ricordate ancora delle scienze, per le quali eravate così famoso in vita?”

Il dannato gli rispose:

“Che scienze!… che scienze! Nella compagnia dei demoni, abbiamo ben altro da fare e da pensare! Questi malvagi non ci danno un momento di tregua ed impediscono che pensiamo a qualsiasi altra cosa che non siano le nostre pene; queste sono già tremende e spaventose, ma i demoni ce le inaspriscono in modo da rendercele una continua disperazione”».

Ma tutte queste pene sono un niente rispetto alla pena dì aver perduto Dio. Dice S. Brunone: «Si aggiungano pure tormenti a tormenti, purché non siamo privati di Dio”. E S. Giovanni Crisostomo: “Se tu dirai mille inferni dirai nulla che possa pareggiare tal dolore». Ed aggiunge sant’Agostino che se i dannati godessero la vista di Dio, non sentirebbero alcuna pena, e lo stesso inferno si cambierebbe in paradiso. Per intendere qualche cosa di questa pena si consideri che se uno perde, o gli viene rubato un gioiello da un milione sente gran pena, ma se ne valeva due sente doppia pena; se quattro più pena; insomma quanto cresce il valore della cosa perduta o rubata tanto cresce la pena. Il dannato qual bene ha perduto? Un bene infinito che è Dio, perciò, S. Tommaso dice che sente una pena in certo modo infinita.

L’anima nel lasciare questa vita, dice S. Antonino, subito comprende che è stata creata per Dio. Perciò subito si slancia per andare ad abbracciarsi con il Sommo Bene; ma essendo essa in peccato, sarà da Dio scacciata. L’anima nel separarsi dal corpo è tirata a Dio, ma il peccato la divide da Dio, la manda lontano, all’inferno. «Le vostre iniquità hanno messo divisione tra voi e il Dio vostro», scrive Isaia (59, 2).

Tutto l’inferno dunque consiste in questa prima parola della condanna: «Via da me maledetti». Andate, andate, dirà Gesù Cristo, non voglio che vediate più la mia faccia. Mille inferni non possono paragonarsi alla pena di essere odioso a Cristo.

Se l’inferno non fosse eterno non sarebbe inferno. Questa eternità è di fede; non è già qualche opinione ma è verità attestataci da Dio in tante scritture: «Saranno tormentati giorno e notte nei secoli dei secoli», dice l’Apocalisse, (20, 10). E il Vangelo di S. Matteo: «Via da maledetti nel fuoco eterno. E andranno all’eterno supplizio». E nella II lettera di S. Paolo ai Tessalonicesi: «Saran perduti nelle pene eterne» (1, 9). E nel Vangelo di S. Marco: «Sarà ognuno salato col fuoco» (Mc. 9, 48). Siccome il sale conserva le cose, così il fuoco dell’inferno nello stesso tempo che tormenta i dannati fa l’ufficio di sale, conservando loro la vita.

Viene a proposito l’episodio che S. Giovanni Bosco narra nella biografia di un suo giovinetto, un certo Magone Michele: «Alcuni ragazzi commentavano una predica sull’inferno. Uno di essi osò scioccamente dire: “Se andremo all’inferno, avremo il fuoco e ci riscalderemo!”. A tali parole Magone Michele corse a prendere una candela accesa ed accostò la fiammella alle mani del ragazzo spavaldo; questi non si era accorto del tiro e, quando sentì il forte calore alle mani che teneva dietro la schiena, scattò subito e protestò. “Come, – rispose Magone – non puoi sopportare un momento la debole fiamma di una candela e osi dire che staresti volentieri dentro il fuoco eterno!».

Chi entra all’inferno, vi resta in eterno! Giustamente Dante nella Cantica dell’inferno mette questo verso: «Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate!».

I miscredenti dicono: «Che giustizia è questa? Perché castigare un peccato, che dura un momento, con una pena che dura in eterno?»

A questa sfrontatezza che rasenta la follia poiché chi la sostiene si mette contro Dio e le sue volontà, risponde S. Alfonso del Liguori: «Quale ardire ha mai un peccatore, per un gusto di un momento di offendere un Dio di infinita maestà?»

«Anche nel giudizio umano», dice S. Tommaso «la pena non si misura secondo la durata del tempo, ma secondo la qualità del delitto». L’omicidio, benché si commetta in un momento, non viene tuttavia punito con una pena momentanea. Ad un peccato mortale un inferno è poco; all’offesa di una maestà infinita si dovrebbe un castigo infinito, ci dice S. Bernardino da Siena, perché con ogni peccato mortale si fa a Dio un’ingiustizia infinita, e ad una ingiustizia infinita è dovuta una pena infinita.

I cristiani di questo nostro secolo non si curano della giustizia di Dio, ma ripongono tutta la loro speranza della sua sola Misericordia.

Certo la Misericordia di Dio è infinita. Dice Isaia che il Signore si gloria di usare pietà e di perdonare ai peccatori, e rivolgendosi a costoro soggiunge: «Peccatori non avete molto da piangere; alla prima lacrima il Signore si muove a pietà di voi». «Però attenzione», ci avverte il Signore nell’Ecclesiastico, «non dire la bontà del Signore è grande; per quanti peccati farò, con un atto di dolore sarò perdonato, perché la Misericordia e l’Ira partono da Lui l’una dietro l’altra e lo sdegno di Lui tien l’occhio fisso sul peccatore».

«Io sono giusto e misericordioso, » disse il Signore a S. Brigida « e i peccatori mi credono solamente misericordioso» .

«I peccatori», scrive S. Basilio «vogliono considerare Dio solamente per metà».

«Chi offende Dio colla speranza del perdono è uno schernitore», dice S. Agostino, e S. Paolo ci avverte che Dio non può essere schernito.

Chi semina peccati non ha ragione di sperare altro che castigo ed inferno: quel che uno avrà seminato quello pure mieterà. La rete con cui il demonio trascina all’inferno quasi tutti quei cristiani che si dannano è quest’inganno; con il quale dice loro: « Peccate liberamente, perché con tutti i peccati vi salverete ».

Ma Dio maledice chi pecca colla speranza del perdono. La speranza del peccatore dopo il peccato, quando vi è pentimento, è cara a Dio; ma la speranza degli ostinati è in abominio a Dio.

PARTE VII
Il Paradiso

Il Paradiso

 

Gesù più volte ha parlato del paradiso quale premio dato ai servi buoni e fedeli, quelli cioè che hanno trascorso la vita osservando i comandamenti di Dio ed amando il Signore sopra ogni cosa. I santi più illuminati hanno cercato, ma non hanno potuto descrivere con parole umane, le delizie che Dio riserva ai suoi amici. Ciononostante nelle loro opere e nelle Sacre Scritture ci sono elementi sufficienti per avere un’immagine tale da incitare noi tutti ad avere il desiderio di soffrire le afflizioni di questa vita per poterle offrire, in unione alle sofferenze di N. S. Gesù Cristo, a Dio Padre, nella speranza che vengano accettate, non per i nostri meriti ma per quelli di Gesù, ed ottenere così il premio eterno che è il paradiso, cioè Dio stesso.

S. Paolo, nella I lettera ai Corinti, così dice: «Pure di sapienza noi ragioniamo tra i perfetti, ma non della sapienza di questo secolo né dei prìncipi di questo secolo, la cui autorità si riduce a nulla, ma parliamo della sapienza di Dio che è nel mi­stero, della sapienza nascosta, che Dio prima dei secoli preordinò per nostra gloria. Questa sapienza nessuno dei principi di questo secolo conobbe, poi­ché, se l’avessero conosciuta, non avrebbero croci­fisso il Signore della gloria. Ma come sta scritto:

 Ciò che occhio non vide, né orecchio ascoltò, né entrò mai in cuore d’uomo questo, Dio ha preparato a coloro che lo amano.

A noi lo ha rivelato Dio per mezzo dello Spirito suo, poiché lo Spirito scruta ogni cosa, anche le

profondità di Dio. Chi, infatti, degli uomini, conosce ciò che è nell’uomo , se non lo spirito dell’uomo che è in lui? Così pure le cose di Dio nessuno le conosce se non lo Spirito di Dio» ( I Cor. 2,9 ss).

Ed il profeta Davide così si esprime: «Quanto sono amabili i tuoi tabernacoli, o Signore, Dio degli eserciti: l’anima mia si consuma di desiderio verso gli atri del Signore» (Sal. 83, 1-2).

Ed ancora S. Paolo: «Udii parole che non è lecito all’uomo di proferire» (I Cor. 2,9).

Perché questo? Rispondiamo con un esempio: se i cavalli avessero la capacità di parlare, e se sapes­sero che il padrone sposandosi ha preparato loro un banchetto, si immaginerebbero che il banchetto con­sisterebbe in buon fieno, avena ed orzo, poiché i cavalli non hanno idea di altri cibi che di questi.

Infatti il paradiso non è nulla di questa o quella cosa che noi possiamo pensare o giudicare secondo la nostra mente umana.

Ma poiché il Signore non ha voluto né vuole che noi restiamo nelle tenebre su questo argomento, ci ha dato gli strumenti per potere intravedere qual che spiraglio di luce.

Dal Vecchio e dal Nuovo Testamento si comprende benissimo che Dio ha creato gli angeli, il cielo, la terra e l’uomo per amore e che con lo stesso amore ha mandato il suo Figlio Unigenito a morire sulla croce per salvare l’umanità divenuta schiava di satana a cagione del peccato di Adamo e di Eva. E tutto questo affinché gli uomini di buona volontà avessero la possibilità di godere delle gioie del paradiso.

Possiamo quindi dire che ogni opera di Dio scaturisce dal suo amore infinito, ne consegue che il paradiso stesso è un atto sublime dell’amore di Dio che si concede ai suoi servi per renderli compartecipi della Sua felicità senza fine e senza misura.

Se dunque il paradiso è il godimento di Dio che dirà mai un’anima bella entrando in quel luogo beato?

Quando un’anima lascia il suo corpo mortale si presenta al giudizio e se è vissuta nell’amore di Dio, il Giudice divino, N.S. Gesù Cristo, l’abbraccerà e la dichiarerà salva. Alla gioia dell’anima salva si unirà quella del suo angelo custode il quale l’inviterà a salire con lui per andare a vedere il volto del Signore.

Ecco che l’anima passa le nubi, le sfere, le stelle: entra nel Cielo. Gli angeli, i santi le vengono incontro e giubilando le danno il benvenuto. Si incontra con i suoi parenti ed amici ed i suoi santi avvocati. Ed in seguito si incontrerà con la Regina del paradiso: finalmente vedrà la divina Madre che tanto l’ha amata ed aiutata a salvarsi! Infatti allora l’anima vedrà tutte le grazie che ha ottenuto da Maria SS. e dalla stessa Regina del Cielo sarà condotta a Gesù che abbracciandola le dirà: «Vieni sposa mia, esulta, già sono finite le lacrime, le pene e i timori; ricevi la corona eterna che ti ho acquistato col mio Sangue».

Gesù stesso poi la porterà a ricevere la benedizione del suo Divin Padre che abbracciandola la benedirà dicendole: « Entra nel gaudio del tuo Signore! » e la farà beata della stessa beatitudine che Egli gode.

Entrate che saranno le anime nella beatitudine di Dio, non avranno più affanni. Dice l’Apocalisse: «Il Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi, e non vi sarà più morte, né lutto, né grida, non vi sarà più dolore, perché le cose di prima sono sparite. E colui che sedeva sul trono disse: « Ecco Io rinnovello tutte le cose» (21, 4-5).

Nel paradiso non vi sono più infermità, non povertà, né incomodi; non vi sono più vicende di giorni e di notti, né di freddo o di caldo; vi è continuo giorno sempre sereno, una continua primavera sempre deliziosa. Non vi sono più preoccupazioni o invidie, in quel regno di amore tutti i si amano teneramente, ciascuno gode del bene dell’altro come fosse suo. Non vi sono più timori perché l’anima confermata in grazia non può più peccare e perdere il suo Dio. Ogni cosa è nuova, rinnovella tutte le cose ed ogni cosa consola e sazia.

Quale gioia poter vedere la Perfetta Bellezza e la città meravigliosa del paradiso e coloro che vi abitano! Tutti i cittadini sono vestiti con abiti regali poiché tutti sono re e sopra di tutti vi è Maria SS. più bella che tutto il paradiso. E la gioia sarà ancor più grande nel vedere l’Agnello Divino; lo sposo Gesù. Tutti i nostri sensi saranno attratti dalle bellezze che ivi sono.

Ma queste delizie finora considerate sono i beni minori del paradiso. È il Sommo Bene che è Dio, che fa il paradiso. Il premio che il Signore ci promette non sono solamente le bellezze, le armonie e gli altri gaudi di quella città beata: il premio principale è Dio medesimo; cioè il vedere e l’amare Dio faccia a faccia.

«Io sono la tua ricompensa oltremodo grande» (Gen. 15, 1).

S. Agostino dice che se Dio facesse vedere la sua faccia ai dannati l’inferno si cambierebbe subito in un delizioso paradiso. E soggiunge che, se un’anima uscita da questa vita dovesse scegliere tra il vedere Dio e stare nelle pene dell’inferno, oppure il non vederLo ed essere liberata dall’inferno, sceglierebbe piuttosto di vedere il Signore e stare in quei tormenti­

Questo gaudio di vedere ed amare Dio faccia a faccia, da noi in questa terra non può comprendersi; ma abbiamo molti esempi di quanto sia grande questa gioia, già pregustata da alcuni eletti in questa vita. Basti pensare alle estasi dei santi di tutti i tempi i quali hanno sicuramente visto il Santo volto di Dio ed in esso si sono immersi fino ad annullarsi totalmente. Inoltre sappiamo che i santi martiri per la dolcezza dell’amore divino giubilavano negli stessi tormenti. S. Vincenzo martire, mentre era tormentato, dice S. Agostino, parlava in un modo come se la tortura subita non lo riguardasse tant’era il gaudio che aveva nel contemplare la visione di Dio.

Negli Atti degli Apostoli si narra del martirio di S. Stefano, il quale durante il martirio vide aprirsi i Cieli sopra di sé e nella contemplazione di tale meraviglia morì con il sorriso sulle labbra.

Ma vi è ancora un modo per pregustare questa meraviglia che è il paradiso ed ogni uomo di buona volontà lo può gustare purché lo voglia. Intendiamo parlare della confessione. Quale gioia prova il peccatore nel confessare e piangere i suoi peccati dinnanzi al sacerdote che rappresenta N.S. Gesù Cristo!

Perché questo? Perché nel momento in cui Dio assolve il peccatore, nel suo cuore si crea un piccolo lembo di paradiso e N.S. Gesù Cristo viene ad abitare in quell’anima e, anche se in modo indiretto, gli mostra il Suo volto.

Lo stesso vale per la preghiera, quando questa è vero atto d’amore verso Dio ed il prossimo.

Su questa terra la maggior pena, che affligge le anime che amano Dio, è il timore di non amare e di non essere amati da Dio. Ma nel paradiso l’anima è sicura che ama Dio e che è amata da Dio. Si vede felicemente perduta nell’amore del suo Signore e vede che il Signore la tiene abbracciata come figlia cara e che questo amore non si scioglierà mai più in eterno. Allora l’anima conoscerà meglio quale fu l’amore di Gesù Cristo nell’essersi fatto uomo e nell’essere morto in Croce per noi e quanto fu grande ed incommensurabile il suo amore nell’istituire la Santissima Eucarestia; e tutto questo aumenterà le fiamme del divino amore tanto che l’anima proverà una felicità a noi incomprensibile.

Tante cose resterebbero ancora da dire, ma riteniamo più opportuno dire una preghiera a Colui che ci ha amati per Primo:

«Caro Salvatore, voi mi avete insegnato a pregare: “Venga il Tuo Regno”. Così ora Vi prego: venga il vostro Regno nell’anima mia, affinché la possediate tutta ed essa possieda Voi, Sommo Bene.

O Gesù mio, Voi non avete risparmiato niente per salvarmi e per acquistarvi il mio cuore; salvatemi, dunque, e la salute sia l’amarvi in questa e nell’altra vita. Amen».


APPENDICE

ANNA E CLARA

Invito

Il fatto qui esposto ha un’importanza eccezionale. L’originale è in lingua tedesca; tante edizioni sono state eseguite in altre lingue.

Sono pagine svelte e terribili e raccontano un tenore di vita in cui vivono molte persone dell’odierna società. La misericordia di Dio, permettendo il fatto qui narrato, solleva il velo del più spaventoso mistero che ci attende al termine della vita.

Ne sapranno approfittare le anime…?

Imprimatur

E Vicariatu Urbis die 9 aprilis 1952

Aloysius Traglia

Archiep. Caesarien. Vicesgerens

Premessa

Clara e Annetta, giovanissime, lavoravano in una Ditta commerciale a *** (Germania).

Non erano legate da profonda ami­cizia, ma da semplice cortesia.

Lavoravano ogni giorno l’una accanto all’altra e non poteva mancare uno scambio d’idee. Clara si dichiarava apertamente religiosa e sentiva il dovere d’istruire e richiamare Annetta, quando questa si dimostrava leggera e superficiale in fatto di religione.

Trascorsero qualche tempo assieme; poi Annetta contrasse matrimonio e si allontanò dalla Ditta. Nell’autunno di quell’anno 1937, Clara trascorreva le vacanze in riva al lago di Garda. Verso la metà di settembre la mamma le mandò dal paese natio una lettera: «È morta Annetta N … È rimasta vittima di un incidente automobilistico. L’hanno sepolta ieri nel “Waldfriedhof”».

La notizia spaventò la buona signorina, sapendo che l’amica non era stata tanto religiosa. - Era preparata a presentarsi davanti a Dio…? Morendo all’improvviso, come si sarà trovata …?. -

L’indomani ascoltò la S. Messa e fece anche la Comunione in suo suffragio, pregando fervorosamente. La notte, dieci minuti dopo la mezzanotte, ebbe luogo la visione…

Il testo

Clara, non pregare per me! Sono dannata! Se te lo comunico e te ne riferisco piuttosto lungamente, non credere che ciò avvenga a titolo di amicizia. Noi qui non amiamo più nessuno. Lo faccio come costretta. Lo faccio come «parte di quella potenza che sempre vuole il male e opera il bene».

In verità vorrei vedere anche te approdare a questo stato, dove io oramai ho gettato l’àncora per sempre.

Non stizzirti di questa intenzione. Qui noi pensiamo tutti così. La nostra volontà è impietrita nel male – in ciò che voi appunto chiamate “male”.

Anche quando noi facciamo qualche cosa di “bene”, come io ora spalancandoti gli occhi sull’Inferno, questo non avviene con buona intenzione.

Ti ricordi ancora che quattro anni fa ci siamo conosciute a ***? Contavi allora 23 anni e ti ci trovavi colà già da mezz’anno quando ci arrivai io.

Tu mi hai levata da qualche impiccio; come a principiante, mi hai dato dei buoni indirizzi. Ma che vuol dire “buono”?

Io lodavo il tuo «amore del prossimo». Ridicolo! Il tuo soccorso derivava da pura civetteria, come, del resto, lo sospettavo già fin d’allora. Noi non conosciamo qui nulla di buono. In nessuno.

Il tempo della mia giovinezza lo conosci. Certe lacune le riempio qui.

Secondo il piano dei miei genitori, a dire il vero, non sarei neanche dovuta esistere. «Capitò loro appunto una disgrazia». Le mie due sorelle contavano già 14 e 15 anni, quando io tendevo alla luce.

Non fossi mai esistita! Potessi ora annientarmi, sfuggire a questi tormenti! Nessuna voluttà uguaglierebbe quella con cui lascerei la mia esistenza, come un vestito di cenere, che si perde nel nulla.

Ma io devo esistere. Devo esistere così, come mi son fatta io: con un’esistenza fallita.

Quando papà e mamma, ancora giovani, si trasferirono dalla campagna in città, ambedue avevano perduto il contatto con la Chiesa. E fu meglio così.

Simpatizzarono con gente non legata alla Chiesa. Si erano conosciuti in un ritrovo danzante e mezz’anno dopo “dovettero” sposarsi.

Nella cerimonia nuziale rimase attaccata a loro tant’acqua santa, che la mamma si recava in Chiesa alla Messa domenicale un paio di volte l’anno. Non mi ha mai insegnato a pregare davvero. Si esauriva nella cura quotidiana della vita, benché la nostra situazione non fosse disagiata.

Parole, come Messa, istruzione religiosa, Chiesa, le dico con una ripugnanza interna senza pari. Aborrisco tutto questo, come odio chi frequenta la Chiesa e in genere tutti gli uomini e tutte le cose.

Da tutto, infatti, ci deriva tormento. Ogni cognizione ricevuta in punto di morte, ogni ricordo di cose vissute o sapute, è per noi una fiamma pungente.

E tutti i ricordi ci mostrano quel lato che in essi era grazia e che noi sprezzammo. Quale tormento è questo! Noi non mangiamo, non dormiamo, non camminiamo coi piedi. Spiritualmente incatenati, guardiamo inebetiti «con urla e stridor di denti» la nostra vita andata in fumo: odiando e tormentati!

Senti? Noi qui beviamo l’odio, come acqua. Anche l’uno verso l’altro.

Soprattutto noi odiamo Dio.

Te lo voglio rendere comprensibile.

I Beati in Cielo devono amarlo, perché essi lo vedono senza velo, nella sua bellezza abbagliante. Ciò li beatifica talmente, da non poterlo descrivere. Noi lo sappiamo e questa cognizione ci rende furibondi.

Gli uomini in terra, che conoscono Dio dalla creazione e dalla rivelazione, possono amarlo; ma non ne sono costretti.

Il credente - lo dico digrignando i denti - il quale, meditabondo, contempla Cristo in Croce, con le braccia stese, finirà con l’amarlo.

Ma colui, al quale Dio si avvicina solo nell’uragano, come punitore, come giusto vendicatore, perché un giorno fu da lui ripudiato, come avvenne di noi costui non può che odiarlo, con tutto l’impeto della sua malvagia volontà, eternamente, in forza della libera accettazione con la quale, morendo, abbiamo esalato l’anima nostra e che neppure ora ritiriamo e non avremo mai la volontà di ritirarla.Comprendi ora perché l’Inferno dura eternamente? Perché la nostra ostinazione giammai si scioglierà da noi.

Costretta, aggiungo che Dio è misericordioso persino verso di noi. Dico “costretta”. Poiché anche se dico queste cose volutamente, pure non mi è permesso di mentire, come volentieri vorrei. Molte cose le affermo contro la mia volontà. Anche la foga d’improperi, che vorrei vomitare, la devo strozzare.

Dio fu misericordioso verso di noi col non lasciare esaurire sulla terra la nostra malvagia volontà, come noi saremmo stati pronti a fare. Ciò avrebbe aumentato le nostre colpe e le nostre pene. Egli ci fece morire anzitempo, come me, o fece intervenire altre circostanze mitiganti.

Ora egli si dimostra misericordioso verso di noi col non costringerci ad avvicinarci a Lui più di quanto lo siamo in questo remoto luogo infernale; ciò diminuisce il tormento.

Ogni passo che mi portasse più vicino a Dio, mi cagionerebbe una pena maggiore di quella che a te recherebbe un passo più vicino ad un rogo ardente.

Ti sei spaventata, quando io una volta, durante il passeggio ti raccontai che mio padre pochi giorni avanti la mia prima Comunione, mi aveva detto: «Annettina, cerca di meritarti un bel vestitino: il resto è una montatura».

Per il tuo spavento quasi mi sarei perfino vergognata. Ora ci rido sopra.

L’unica cosa ragionevole in quella montatura era che ci si ammetteva alla Comunione solo a dodici anni. Io allora ero abbastanza presa dalla mania dei divertimenti mondani, così che senza scrupoli mettevo in un canto le cose religiose e non diedi grande importanza alla prima Comunione.

Che parecchi bambini vadano ora alla Comunione già a sette anni, ci mette in furore. Noi facciamo di tutto per dare a intendere alla gente che ai bambini manca una cognizione adeguata. Essi devono prima commettere alcuni peccati mortali.

Allora la bianca Particola non fa più in essi gran danno, come quando nei loro cuori vivono ancora la fede , la speranza e la carità - puh! questa roba - ricevuta nel Battesimo. Ti ricordi come abbia già sostenuto sulla terra questa opinione?

Ho accennato a mio padre. Egli era sovente in lite con la mamma. Te ne feci allusione solo raramente; me ne vergognavo. Cosa ridicola la vergogna del male! Per noi qui tutto è lo stesso.

I miei genitori neanche dormivano più nella medesima camera; ma io con la mamma e il papà nella camera attigua, dove poteva rincasare liberamente a qualsiasi ora. Beveva molto; in tal modo scialacquava il nostro patrimonio.

Le mie sorelle erano ambedue impiegate e abbisognavano esse stesse, dicevano, del denaro che guadagnavano. La mamma cominciò a lavorare per guadagnare qualche cosa.

Nell’ultimo anno di vita papà batteva spesso la mamma, quando lei non gli voleva dar nulla. Verso di me, invece, fu sempre amorevole. Un giorno - te l’ho raccontato e tu, allora, ti sei urtata del mio capriccio (di che cosa non ti sei urtata nei miei riguardi?) - un giorno dovette portare indietro, per ben due volte, le scarpe comprate, perché la forma e i tacchi non erano per me abbastanza moderni.

La notte, in cui mio padre fu colpito da apoplessia mortale, avvenne qualche cosa che io per timore di una interpretazione disgustosa non riuscii a confidarti. Ma ora devi saperlo. È importante per questo: allora per la prima volta fui assalita dal mio spirito tormentatore attuale.

Dormivo in camera con mia madre. I suoi respiri regolari dicevano il suo profondo sonno.

Quand’ecco mi sento chiamare per nome. Una voce ignota mi dice: « Che sarà se muore papà? ».

Non amavo più mio padre, dacché trattava così villanamente la mamma; come del resto non amavo fin d’allora assolutamente nessuno, ma ero, solamente affezionata ad alcune persone, che erano buone verso di me. L’amore senza speranza di contraccambio terreno vive solo nelle anime in stato di Grazia. E io non lo ero.

Così risposi alla misteriosa domanda, senza darmi conto donde venisse: « Ma non muore mica! ».

Dopo una breve pausa, di nuovo la stessa domanda chiaramente percepita. « Ma non muore mica! » mi scappò ancora di bocca, bruscamente.

Per la terza volta fui richiesta: « Che sarà se muore tuo padre? ». Mi si presentò alla mente come papà spesso veniva a casa piuttosto ubriaco, strepitava, maltrattava la mamma e come egli ci aveva messo in una condizione umiliante dinanzi alla gente. Perciò gridai indispettita: « E gli sta bene! ».

Allora tutto tacque.

La mattina seguente, quando la mamma volle mettere in ordine la stanza del babbo, trovò la porta chiusa a chiave. Verso mezzogiorno si forzò la porta. Mio padre, mezzo vestito, giaceva cadavere sul letto. Nell’andare a prendere la birra in cantina, doveva essersi buscato qualche accidente. Era già da lungo tempo malaticcio. (1)

Marta K… e tu mi avete indotta a entrare nell’“Associazione delle Giovani”. Veramente non ho mai nascosto che trovavo abbastanza intonate con la moda parrocchiale le istruzioni delle due direttrici, le signore X …

I giochi erano divertenti. Come sai, vi ebbi subito una parte direttiva. Ciò mi andava a genio.

Anche le gite mi piacevano. Mi lasciai perfino indurre alcune volte ad andare alla Confessione e alla Comunione.

A dire il vero, non avevo nulla da confessare. Pensieri e discorsi per me non avevano importanza. Per azioni più grossolane, non ero abbastanza corrotta.

Tu mi ammonisti una volta: « Anna, se non preghi, vai alla perdizione! ».

Io pregavo davvero poco e anche questo, solo svogliatamente.

Allora tu avevi purtroppo ragione. Tutti coloro che bruciano nell’Inferno non hanno pregato o non hanno pregato abbastanza.

La preghiera è il primo passo verso Dio. E rimane il passo decisivo. Specialmente la preghiera a Colei che fu Madre di Cristo, il nome della quale noi non nominiamo mai.

La devozione a Lei strappa al demonio innumerevoli anime, che il peccato gli consegnerebbe infallibilmente nelle mani.

Proseguo il racconto consumandomi d’ira; è solo perché devo. Pregare è la cosa piú facile che l’uomo possa fare sulla terra. E proprio a questa cosa facilissima Dio ha legato la salvezza di ognuno.

A chi prega con perseveranza Egli a poco a poco dà tanta luce, lo fortifica in maniera tale, che alla fine anche il peccatore più impantanato si può definitivamente rialzare. Fosse pure ingolfato nella melma fino al collo.

Negli ultimi anni della mia vita non ho più pregato come di dovere e così mi sono privata delle grazie, senza le quali nessuno può salvarsi.

Qui non riceviamo più nessuna grazia. Anzi, quand’anche le ricevessimo, le rifiuteremmo cinicamente. Tutte le fluttuazioni dell’esistenza terrena sono cessate in quest’altra vita.

Da voi sulla terra l’uomo può salire dallo stato di peccato allo stato di Grazia e dalla Grazia cadere nel peccato, spesso per debolezza, talvolta per malizia.

Con la morte questo salire e scendere finisce, perché ha la sua radice nella imperfezione dell’uomo terreno. Ormai abbiamo raggiunto lo stato finale.

Già col crescere degli anni i cambiamenti divengono più rari. È vero, fino alla morte si può sempre rivolgersi a Dio o volgergli le spalle. Eppure, quasi trascinato dalla corrente, l’uomo, prima del trapasso, con gli ultimi deboli resti della volontà si comporta come era abituato in vita.

La consuetudine, buona o cattiva, diviene una seconda natura. Questa lo trascina con sé.

Così avvenne anche a me. Da anni vivevo lontana da Dio. Per questo nell’ultima chiamata della Grazia mi risolvetti contro Dio.

Non fu il fatto che peccassi spesso a esser fatale per me, ma che io non volli più risorgere.

Tu mi hai più volte ammonita di ascoltare le prediche, di leggere libri di pietà.

« Non ho tempo », era la mia risposta ordinaria. Non ci mancava altro per aumentare la mia incertezza interna!

Del resto devo constatare questo: dal momento che la cosa era ormai così avanzata, poco prima della mia uscita dall’“Associazione delle Giovani”, mi sarebbe riuscito enormemente gravoso mettermi su un’altra via. Io mi sentivo malsicura ed infelice. Ma davanti alla conversione si ergeva una muraglia.

Tu non lo devi aver sospettato. Tu te l’eri rappresentata così semplice, quando un giorno mi dicesti: « Ma fa’ una buona confessione, Anna, e tutto è a posto ».

Io sentivo che sarebbe stato così. Ma il mondo, il demonio, la carne mi tenevano già troppo saldamente nei loro artigli.

All’influsso del demonio non credetti mai. E ora attesto che egli influisce gagliardamente sulle persone che si trovano nella condizione in cui mi trovavo io allora.

Soltanto molte preghiere, di altri e di me stessa, congiunte con sacrifici e sofferenze, mi avrebbero potuta strappare da lui.

E anche ciò, a poco a poco. Se ci sono pochi ossessi esternamente, di ossessi internamente ce n’è un formicolaio. Il demonio non può rapire la libera volontà a coloro che si danno al suo influsso. Ma in pena della loro, per dir così, metodica apostasia da Dio, Questi permette che il “maligno” si annidi in essi.

Io odio anche il demonio. Eppure egli mi piace, perché cerca di rovinare voialtri; odio lui e i suoi satelliti, gli spiriti caduti con lui al principio del tempo.

Essi si contano a milioni. Girovagano per la terra, densi come uno sciame di moscerini, e voi neanche ve ne accorgete.

Non tocca a noi riprovati di tentarvi; questo è ufficio degli spiriti decaduti.

Veramente ciò accresce ancor più il tormento ogni volta che essi trascinano quaggiù all’Inferno un’anima umana.

Ma che cosa non fa l’odio?

Benché io camminassi per sentieri lontani da Dio, Dio mi seguiva.

Preparavo la via alla Grazia con atti di carità naturale, che compivo non di rado per inclinazione del mio temperamento.

Talvolta Dio mi attirava in una Chiesa. Allora sentivo come una nostalgia. Quando curavo la mamma malaticcia nonostante il lavoro d’ufficio durante il giorno, e in certo modo mi sacrificavo

davvero, questi allettamenti di Dio agivano potentemente.

Una volta, nella Chiesa dell’ospedale, in cui tu mi avevi condotta durante la pausa del mezzogiorno, mi venne qualcosa addosso che sarebbe bastato un solo passo per la mia conversione: io piansi!

Ma poi la gioia del mondo passava di nuovo come un torrente sopra la Grazia. Il grano soffocava tra le spine.

Con la dichiarazione che la religione è affare di sentimento, come si diceva sempre in ufficio, cestinai anche questo invito della Grazia come tutti gli altri.

Una volta tu mi rimproverasti perché invece di una genuflessione fino a terra, feci appena un informe inchino, piegando il ginocchio. Tu lo ritenesti un atto di pigrizia. Non sembrasti neppur sospettare che io fin d’allora non credevo più nella presenza di Cristo nel Sacramento.

Ora ci credo, ma solo naturalmente, come si crede in un temporale di cui si scorgono gli effetti.

Intanto mi ero accomodata io stessa una religione a mio modo. Sostenevo l’opinione che da noi in ufficio era comune, che l’anima dopo la morte risorga in un altro essere. In tal modo continuerebbe a pellegrinare senza fine.

Con ciò l’angosciosa questione dell’al di là era insieme messa a posto e resa a me innocua.

Perché tu non mi hai ricordato la parabola del ricco epulone e del povero Lazzaro, in cui il narratore, Cristo, manda, immediatamente dopo la morte, l’uno all’Inferno e l’altro in Paradiso? … Del resto, che cosa avresti ottenuto? Nulla di più che con gli altri tuoi discorsi di bigottismo!

A poco a poco mi creai io stessa un Dio; sufficientemente dotato da essere chiamato Dio; lontano abbastanza da me, da non dover mantenere nessuna relazione con Lui; vago abbastanza da lasciarsi, secondo il bisogno, senza mutar la mia religione; rassomigliare a un dio panteistico del mondo, oppure da lasciarsi poetizzare come un dio solitario.

Questo Dio non aveva nessun Inferno da infliggermi. Lo lasciavo in pace.

In ciò consisteva la mia adorazione per Lui.

Ciò che piace si crede volentieri. Nel corso degli anni mi tenni abbastanza convinta della mia religione. In questo modo si poteva vivere.

Una cosa soltanto mi avrebbe spezzato la cervice: un lungo, profondo dolore. E questo dolore non venne!

Comprendi ora cosa vuol dire: « Dio castiga quelli che ama! »?

Era una domenica di luglio, quando l’Associazione delle giovani organizzò una gita a * * *. La gita mi sarebbe piaciuta. Ma quegli insulsi discorsi, quel fare da bigotti!

Un altro simulacro ben diverso da quello della Madonna di *** stava da poco tempo sull’altare del mio cuore. L’aitante Max N…. del negozio attiguo. Poco tempo prima avevamo scherzato assieme più volte.

Appunto per quella domenica egli mi aveva invitata a una gita. Quella con cui andava di solito, giaceva malata all’ospedale.

Egli aveva ben capito che gli avevo messo gli occhi addosso. Sposarlo non ci pensavo allora. Era bensì agiato, ma si comportava troppo gentilmente con tutte le ragazze. E io, fino a quel tempo, volevo un uomo che appartenesse unicamente a me. Non solo essere moglie, ma moglie unica. Un certo galateo naturale, infatti, l’ebbi sempre.

Nella su accennata gita Max si profuse in gentilezze. Eh! già, non si tennero mica delle conversazioni pretesche come tra voialtre!

Il giorno seguente, in ufficio, tu mi facesti dei rimproveri, perché non ero venuta con voi a ***. Io ti descrissi il mio divertimento di quella domenica.

La tua prima domanda fu: « Sei stata alla Messa? ». Sciocchina! Come potevo, dato che la partenza era già fissata per le sei?!

Sai ancora come io, eccitata, aggiunsi: « Il buon Dio non ha una mentalità così piccina come i vostri pretacci! ».

Ora devo confessare: Dio, nonostante la sua infinita bontà, pesa le cose con maggior precisione che tutti i preti.

Dopo quella giornata con, Max, venni ancora una volta nell’Associazione: a Natale, per la celebrazione della festa. C’era qualche cosa che mi allettava a tornare. Ma internamente mi ero già allontanata da voialtre.

Cinema, ballo, gite si avvicendavano senza tregua. Max e io bisticciammo alcune volte, ma seppi sempre incatenarlo di nuovo a me.

Molestissima mi riuscì l’altra amante che, tornata dall’ospedale, si comportò come una ossessa. Veramente per mia fortuna; poiché la mia nobile calma fece potente impressione su Max, che finì col decidere che io fossi la preferita.

Avevo saputo rendergliela odiosa, parlando freddamente: all’esterno positiva, nell’interno vomitando veleno. Tali sentimenti e tale contegno preparano eccellentemente per l’Inferno. Sono diabolici nel più stretto senso della parola.

Perché ti racconto ciò? Per riferire come io mi staccai definitivamente da Dio.

Non già del resto, che tra me e Max si sia arrivati molto spesso fino agli estremi della familiarità. Comprendevo che mi sarei abbassata ai suoi occhi, se mi fossi lasciata andare del tutto, prima del tempo; perciò mi seppi trattenere.

Ma in sé, ogni volta che lo ritenevo utile, ero sempre pronta a tutto. Dovevo conquistare Max. A tale scopo nulla era troppo caro. Inoltre, a poco a poco ci amavamo, possedendo ambedue non poche preziose qualità, che ci facevano stimare vicendevolmente. Io ero abile, capace, di piacevole compagnia. Così mi tenni saldamente in mano Max e riuscii, almeno negli ultimi mesi prima del matrimonio, a essere l’unica a possederlo.

In ciò consistette la mia apostasia da Dio: elevare una creatura a mio idolo. In nessuna cosa può avvenir questo, in modo che abbracci tutto, come nell’amore di una persona dell’altro sesso, quando quest’amore rimane arenato nelle soddisfazioni terrene. È questo che forma la sua attrattiva, il suo stimolo e il suo veleno.

L’“adorazione”, che io tributavo a me stessa nella persona di Max, divenne per me religione vissuta.

Era il tempo in cui in ufficio mi scagliavo velenosa contro i chiesaioli, i preti, le indulgenze, il biascichio dei rosari e simili sciocchezze.

Tu hai cercato, più o meno argutamente, di prendere le difese di tali cose. Apparentemente, senza sospettare che nel più intimo di me non si trattava, in verità, di queste cose, io cercavo piuttosto un sostegno contro la mia coscienza - allora avevo bisogno di un tale sostegno - per giustificare anche con la ragione la mia apostasia.

In fondo in fondo, mi rivoltavo contro Dio. Tu non lo comprendesti; mi ritenevi ancora cattolica. Volevo anzi essere, chiamata così; pagavo perfino le tasse ecclesiastiche. Una certa “controassicurazione”, pensavo, non poteva nuocere.

Le tue risposte può darsi alle volte abbiano colpito nel segno. Su di me non facevano presa, perché tu non dovevi avere ragione.

A causa di queste relazioni falsate fra noi due, fu meschino il dolore del nostro distacco, allorché ci separammo in occasione del mio matrimonio.

Prima dello sposalizio mi confessai e comunicai ancora una volta. Era prescritto. Io e mio marito su questo punto la pensavamo ugualmente. Perché non avremmo dovuto compiere questa formalità? Anche noi la compimmo come le altre formalità.

Voi chiamate indegna una tale Comunione. Ebbene, dopo quella Comunione “indegna”, io ebbi più calma nella coscienza. Del resto fu anche l’ultima.

La nostra vita coniugale trascorreva, in genere, quanto mai in grande armonia. Su tutti i punti di vista noi eravamo dello stesso parere. Anche in questo: che non volevamo addossarci il peso dei figli. Veramente mio marito ne avrebbe volentieri voluto uno; non più, si capisce. Alla fine io seppi distoglierlo anche da questo desiderio.

Vesti, mobili di lusso, ritrovi da thè, gite e viaggi in auto e simili distrazioni mi importavano di più

Fu un anno di piacere sulla terra quello trascorso tra il mio sposalizio e la mia repentina morte.

Ogni domenica andavamo fuori in auto, oppure facevamo visite ai parenti di mio marito. Essi galleggiavano alla superficie dell’esistenza, né più né meno di noi.

Internamente, si capisce, non mi sentii mai felice, per quanto esternamente ridessi. C’era sempre dentro di me qualcosa d’indeterminato, che mi rodeva. Avrei voluto che dopo la morte, la quale naturalmente doveva essere ancora molto lontana, tutto fosse finito.

Ma è proprio così, come un giorno, da bambina, sentii dire in una predica che «Dio premia ogni opera buona che uno compie e, quando non la potrà ricompensare nell’altra vita, lo farà sulla terra».

Inaspettatamente ebbi un’eredità dalla zia Lotte. A mio marito riuscì felicemente di portare il suo stipendio a una cifra notevole. Così potei ordinare la nuova abitazione in modo attraente.

La religione non mandava più che da lontano la sua luce, scialba, debole ed incerta.

I caffè della città, gli alberghi, in cui andavamo durante i viaggi, non ci portavano certamente a Dio.

Tutti coloro, che frequentavano quei luoghi, vivevano, come noi, dall’esterno all’interno, non dall’interno all’esterno.

Se nei viaggi delle ferie visitavamo qualche Chiesa, cercavamo di ricrearci nel contenuto artistico delle opere. L’alito religioso che spiravano, specialmente quelle medioevali, sapevo neutralizzarlo col criticare qualche circostanza accessoria: un frate converso impacciato o vestito in modo non pulito, che ci faceva da cicerone; lo scandalo che dei monaci, i quali volevano passare per pii, vendessero liquori; l’eterno scampanio per le sacre funzioni, mentre non si tratta che di far soldi…

Così seppi continuamente scacciare da me la Grazia ogni volta che bussava.

Lasciavo libero sfogo al mio malumore in modo particolare su certe rappresentazioni medioevali dell’Inferno nei cimiteri o altrove, nelle quali il demonio arrostisce le anime in braghe rosse e incandescenti, mentre i suoi compagni, dalle lunghe code, gli trascinano nuove vittime. Clara! L’Inferno si può sbagliare a disegnarlo, ma non si esagera mai!

Il fuoco dell’Inferno l’ho sempre preso di mira in modo speciale. Tu lo sai come durante un alterco, in proposito, ti tenni una volta un fiammifero sotto il naso e ti dissi con sarcasmo: « Ha questo odore? ».

Tu spegnesti in fretta la fiamma. Qui non la spegne nessuno.

Io ti dico: il fuoco di cui si parla nella Bibbia, non significa tormento della coscienza. Fuoco è fuoco! È da intendersi letteralmente ciò che ha detto Lui: « Via da me, maledetti nel fuoco eterno! ». Letteralmente.

« Come può lo spirito essere toccato dal fuoco materiale? », domanderai. Come può l’anima tua soffrire sulla terra quando tu metti il dito sulla fiamma? Difatti non brucia l’anima; eppure che tormento ne prova tutto l’individuo!

In modo analogo noi qui siamo spiritualmente legati al fuoco, secondo la nostra natura e secondo le nostre facoltà. L’anima nostra è priva del suo naturale battito d’ala; noi non possiamo pensare ciò che vogliamo né come vogliamo.

Non meravigliarti di queste mie parole. Questo stato, che a voialtri non dice nulla, mi riarde senza consumarmi.

Il nostro maggior tormento consiste nel sapere con certezza che noi non vedremo mai Dio.

Come può questo tormentare tanto, dal momento che uno sulla terra rimane così indifferente?

Fintanto che il coltello giace sulla tavola, ti lascia fredda. Si vede quanto è affilato, ma non lo si prova. Immergi il coltello nella carne e ti metterai a gridare dal dolore.

Adesso noi sentiamo la perdita di Dio; prima la pensavamo soltanto.

Non tutte le anime soffrono in misura uguale.

Con quanta maggior cattiveria e quanto più sistematicamente uno ha peccato, tanto più grave pesa su di lui la perdita di Dio e tanto più lo soffoca la creatura di cui ha abusato.

I cattolici dannati soffrono di più che quelli di altre religioni, perché essi per lo più ricevettero e calpestarono più grazie e più luce.

Chi più seppe, soffre più duramente di chi conobbe meno.

Chi peccò per malizia, patisce più acutamente di chi cadde per debolezza.

Mai nessuno patisce più di quello che ha meritato. Oh, se non fosse vero ciò, io avrei un motivo d’odiare!

Tu mi dicesti un giorno che nessuno va all’Inferno senza saperlo: ciò sarebbe stato rivelato a una santa.

Io me ne risi. Ma poi mi trincerai dietro questa dichiarazione:

«Così in caso di necessità rimarrà abbastanza tempo di fare una voltata», mi dicevo segretamente.

Quel detto è giusto. Veramente prima della mia subitanea fine, non conobbi l’Inferno com’è. Nessun mortale lo conosce. Ma io ne avevo la piena coscienza: « Se muori, te ne vai nel mondo di là dritta come una freccia contro Dio. Ne porterai le conseguenze».

Io non feci dietro-front, come ho già detto, perché trascinata dalla corrente dell’abitudine, spinta da quella conformità per cui gli uomini, quanto più invecchiano, tanto più agiscono in una stessa direzione.

La mia morte avvenne così.

Una settimana fa - parlo secondo il vostro computo, perché, rispetto al dolore, potrei dire benissimo che son già dieci anni che brucio nell’Inferno - una settimana fa, dunque, mio marito e io facemmo di domenica una gita, l’ultima per me.

Il giorno era spuntato radioso. Mi sentivo bene quanto mai. M’invase un sinistro sentimento di felicità, che serpeggiò in me per tutta la giornata.

Quand’ecco all’improvviso, nel ritorno, mio marito fu abbacinato da un’auto che veniva di volata. Perdette il controllo.

« Jesses » (2) mi scappò dalle labbra con un brivido. Non come preghiera, solo come grido. Un dolore straziante mi compresse tutta. In confronto con quello presente una bagattella. Perdetti i sensi.

Strano! Quella mattina era sorto in me, in modo inspiegabile, questo pensiero: « Tu potresti ancora una volta andare a Messa ». Suonava come una implorazione.

Chiaro e risoluto, il mio « no » troncò il filo dei pensieri. « Con queste cose bisogna farla finita una volta. Mi addosso tutte le conseguenze! » Ora le porto.

Ciò che avvenne dopo la mia morte, già lo saprai. La sorte di mio marito, quella di mia madre, ciò che accadde del mio cadavere e lo svolgimento del mio funerale mi son noti nei loro particolari mediante cognizioni naturali che noi qui abbiamo.

Quello, del resto, che succede sulla terra, noi lo sappiamo solo nebulosamente. Ma ciò che in qualche modo ci tocca da vicino, lo conosciamo. Così vedo anche dove tu soggiorni.

Io stessa mi svegliai improvvisamente dal buio, nell’istante del mio trapasso. Mi vidi come inondata da una luce abbagliante.

Fu nel luogo medesimo dove giaceva il mio cadavere. Avvenne come in un teatro, quando nella sala d’un tratto si spengono le luci, il sipario si divide rumorosamente e si apre una scena inaspettata orribilmente illuminata. La scena della mia vita.

Come in uno specchio l’anima mia si mostrò a se stessa. Le grazie calpestate dalla giovinezza fino all’ultimo « no » di fronte a Dio.

Io mi sentii come un assassino, al quale, durante il processo giudiziario, viene portata dinanzi la sua vittima esanime. Pentirmi? Mai! … Vergognarmi? Mai!

Però non potevo neppure resistere sotto gli occhi di Dio da me rigettato. Non mi rimaneva che una cosa: la fuga.

Come Caino fuggì dal cadavere di Abele, così l’anima mia fu spinta da quella vista di orrore.

Questo fu il giudizio particolare: l’invisibile Giudice disse: « Via da me! ».

Allora la mia anima, come un’ombra gialla dì zolfo, precipitò nel luogo dell’eterno tormento…

Conclusione e note

Conclude Clara:

La mattina, al suono dell’Angelus, ancora tutta tremante per la notte spaventosa, mi alzai e corsi per le scale nella cappella.

Il cuore mi pulsava fin sulla gola. Le poche ospiti, inginocchiate vicino a me, mi guardarono; ma forse pensarono che fossi così eccitata per la corsa fatta giù per le scale.

Una signora bonaria di Budapest, che mi aveva osservato, mi disse dopo sorridendo:

« Signorina, il Signore vuole essere servito con calma, non di corsa! »

Ma poi si accorse che qualcosa d’altro mi aveva eccitato e mi teneva ancora in agitazione. E mentre la signora mi rivolgeva altre buone parole, io pensavo: « Dio solo mi basta!

Sì, Egli solo mi deve bastare in questa e nell’altra vita. Voglio un giorno poterlo godere in Paradiso, per quanti sacrifici mi possa costare in terra. Non voglio andare all’Inferno! »

(1) Aveva forse Dio legato la salvezza del padre all’opera buona della figlia, verso la quale quell’uomo era stato pur buono? …

Quale responsabilità per ognuno, lasciar perdere l’occasione di fare del bene al prossimo!

(2) Storpiamento di Jesus, usato frequentemente fra alcune popolazioni di lingua tedesca.