CHI VUOLE SI FA SANTO

INTRODUZIONE

L’opuscolo che proponiamo fu composto da un Sacerdote morto in odore di santità: il Venerabile Andrea Beltrami. Il titolo, “Il vero volere è potere - ossia - Chi vuole si fa santo”, denuncia di per sé l’intento dell’Autore: dimostrare che diventare santi è facile ed è possibile in qualunque stato di vita.

La chiarezza dei ragionamenti, la semplicità di esposizione e la ricchezza degli esempi che si trovano in questo piccolo trattato, ne fanno un autentico gioiello che volentieri mettiamo a disposizione di quanti vogliano condurre la propria vita nell’unica maniera che abbia veramente valore: santificandosi.

PREFAZIONE

L’infelice Lutero negli ultimi anni della sua vita, straziata dai rimorsi delle sue enormi iniquità e della rovina di tante anime, da lui tirate nell’eresia, contemplando una bella sera d’estate l’immensa volta del firmamento tempestata di stelle, esclamò con accento disperato: «Sei bello, o cielo, ma non sei fatto per me». Ed anche noi contemplando la santità, diciamo sfiduciati: «Sei bella, sei amabile, o santità, ma non sei fatta per me». Preoccupati da stolti pregiudizi, noi crediamo che i santi siano uomini di natura differente dalla nostra, persone privilegiate, che non ebbero a soffrire le nostre lotte contro le passioni e la carne ribelle, e che Dio abbia usato parzialità con essi, trattandoli da beniamini, e concentrando la sua grazia onnipotente nelle loro anime, per condurli alla perfezione; e quasi quasi siamo tentati a credere che trascuri noi per pensare solamente ad essi. Alcuni poi opinano che la santità sia un fiore sbocciato nei secoli scorsi e soprattutto nei primi tempi della Chiesa e del Medio Evo, ma non sia più possibile nel nostro secolo, troppo corrotto ed irreligioso. Altri credono bonariamente che per raggiungere la perfezione faccia d’uopo abbandonare tutto, negozi, famiglia, patria e rinchiudersi tra le quattro mura di un convento: e siccome non possono uscire dal mondo, lasciano il pensiero di farsi santi come cosa impossibile. Vi sono persino cristiani che rifuggono dall’idea della perfezione, perché per loro è superbia porre gli occhi in alto e proporsi di arrivare dove giunsero i santi.

Mi sono adoperato di combattere in questo opuscolo siffatti pregiudizi dimostrando che i santi furono uomini come noi, vestiti della medesima carne di peccato, trascinati al male dalle medesime passioni e che arrivarono alla perfezione perché vollero fermamente e con perseveranza. Dio è pronto a trattare ciascuno di noi come trattò i santi ed a concederci le stesse grazie efficaci, purché corrispondiamo alle sue inspirazioni e siamo fedeli alla sua legge. Egli non fa eccettuazione di persone: ama tutti gli uomini egualmente e desidera che diventino perfetti. La santità può essere raggiunta in qualunque stato o condizione, e consiste nella pratica esatta dei comandamenti di Dio e della Chiesa e nell’adempimento degli obblighi della nostra vocazione. Anche nel secolo decimo nono si può divenir santi del pari che nel Medio Evo e nell’infanzia del Cristianesimo, perché la grazia, i sacramenti e la natura umana non hanno punto cambiato e sono sempre gli stessi. Non è presunzione pigliare la mira in alto e porre gli occhi nella santità; è Gesù stesso che lo comanda, dicendo di essere perfetti com’è perfetto il Padre nostro che sta nei cieli.

Vorrei che la lettura di quest’operetta destasse una grande fiducia in tutti i cristiani, e li determinasse, ad uscire dalla tiepidezza, ed incamminarsi per la via della perfezione. La santità è facile, più facile di quello che pensiamo, ed alla portata di ognuno, sia religioso sia secolare, sia ecclesiastico sia laico, sia ricco sia povero, sia studente sia artigiano, sia re sia suddito. Il segreto per arrivarvi sta nella volontà risoluta e nella perseverante cooperazione alla grazia la quale è sempre a nostra disposizione. Si degni Maria SS. Immacolata benedire questa mia povera fatica, illuminare i lettori sulla facilità di farsi santi ed ottenere a me ed a tutti la grazia di arrivarvi.

Torino - Valsalice - Seminario delle Missioni, 8 dicembre 1896.

CAPO I
Volere è potere

È una massima che abbiamo tante volte sentito spiegare dal nostro maestro sui banchi della scuola nei cari giorni della fanciullezza. Il buon uomo ci andava preparando alla vita e ci voleva persuadere che per riuscire all’impresa, per sormontare le difficoltà, per trionfare degli ostacoli si richiede energia di volontà e perseveranza di azione. Una persona di carattere che vuole con fermezza, che opera con costanza e che non si lascia smarrire di fronte alle opposizioni, ottiene grandi successi e canta vittoria nelle più ardue intraprese. Tutto cede e si piega dinnanzi ad una volontà di ferro.

Ogni giorno vediamo nelle grandi capitali del mondo e soprattutto dell’Inghilterra e degli Stati Uniti, uomini poverissimi, privi di tutto, che dalla polvere s’innalzano a poco a poco ad uno stato ricchissimo, a forza di risparmi, di stenti e di fatiche sofferte con invitta perseveranza. Vittorio Alfieri, interrogato come avesse potuto in età avanzata rifare tutti gli studi letterari, cominciando dai primi elementi della grammatica e diventar il più grande tragico dell’Italia, da lasciare un nome immortale, rispose: «Volli, sempre volli, fortissimamente volli». Parole degne di essere scolpite nell’animo di ognuno. Parimenti interrogato l’illustre Cesare Cantù, il principe degli storici italiani, come avesse potuto scrivere tante opere che paiono superare l’attività di un uomo, rispose: «Perseverando». Volere energicamente, perseverare nell’opera e nell’usare i mezzi, sono i segreti per venire a capo delle più ardue imprese.

Un monarca di gran grido aveva mandato molto esercito contro i suoi nemici, ed i suoi erano stati tutti volti in fuga. Sconfortato stava già per domandare la pace, sottoponendosi alle più umilianti condizioni, quando gli venne sott’occhio un esempio che gli ridonò il coraggio e l’ardire. Mentre passeggiava per i viali del suo giardino, vide un ragno che tentava di salire per un palo liscio, onde piantare la sua tela. Montato fino a metà felicemente, d’un tratto cadde a terra, per essere il palo troppo levigato e privo di ruvidezze su cui fermare le zampe. Ritornò ad arrampicarsi e cadde di bel nuovo all’indietro. Ma il piccolo animale non si lasciò scoraggiare e si provò a risalire molte volte, finché finalmente riuscì ad arrivare alla cima. La costanza di quel ragno e la sua vittoria servì di lezione al re, il quale volle ritentare la fortuna delle armi. Fece un supremo sforzo, mise in piedi un nuovo esercito, più agguerrito degli altri, andò incontro al nemico e rimase vincitore, riacquistando tutti i paesi perduti ed un bottino immenso.

Se studiamo tutti gli uomini grandi della storia, osservando le loro azioni e tenendo dietro ai loro passi, troveremo che la fonte e l’origine della loro grandezza furono l’energia del volere e la perseveranza dell’azione. Al contrario la più parte della gente riesce a far poco o nulla, perché non vuole fermamente; e viene subito meno alle difficoltà perdendo coraggio. La fortuna, le ricchezze e la gloria seguono fedelmente gli audaci, gli uomini di carattere, le persone intelligenti ed attive che sanno volere ed operare costantemente. Quando l’uomo dispiega tutta la sua energia, quando sviluppa tutte le forze della sua mente e della sua volontà, riesce a dominare gli avvenimenti; a padroneggiare il secolo ed a trascinare nel suo corso le moltitudini.

Ma questa grande massima, che onora cotanto l’uomo, è assai più vera quando si parla della santità. Chi vuol fermamente farsi santo e ne adopera i mezzi, giunge in breve alle più alte cime della perfezione, perché la grazia è sempre pronta ad aiutarci e non aspetta che la nostra cooperazione. È assai più facile acquistare le ricchezze immarcescibili del Cielo e la gloria eterna, che non le ricchezze caduche della terra e la gloria umana, che si dilegua come fumo. Gli aiuti che Dio ci somministra sono innumerevoli. Noi viviamo in un’atmosfera di grazie meritateci dal Sangue di Gesù Cristo; ed abbiamo sorgenti inesauribili nei sacramenti della Chiesa, donde possiamo attingere continuamente favori e mezzi potenti di salute. La santità è alla portata ed alla disposizione di tutti i cristiani; ed ognuno può raggiungerla, purché voglia fermamente e segua gli esempi del Divin Redentore. Tutti i santi della Chiesa giunsero alla perfezione perché vollero costantemente, non si lasciarono mai abbattere dalle difficoltà, corrisposero con fedeltà alla grazia e perseverarono nell’esercizio della virtù.

Perciò se analizziamo la santità troveremo che risulta dall’energia pratica della volontà rafforzata dalla grazia. Tutti adunque senz’eccezione possono acquistarla, perché tutti possono volere fermamente e Dio dà sempre la grazia a chi è disposto e l’accoglie con prontezza: e perciò chi vuole si fa santo.

CAPO II
S. Giacinta Marescotti

Noi siamo soliti ad immaginarci che i santi siano esseri straordinari fin dalla culla e che per grazia speciale non abbiano mai perduta l’innocenza battesimale, abbiano appena sentito la ribellione delle ree passioni, e che certamente non abbiano sperimentata la maggiore delle pugne, voglio dire la lotta contro gli inveterati abiti peccaminosi. Ovvero se tale non è il caso, li crediamo persone in cui favore sia intervenuto Iddio in modo straordinario, come a S. Paolo, epperciò pensiamo che noi non siamo in caso di divenir santi, e che la perfezione non sia alla nostra portata. Anzi il pensiero della santità ci pare effetto di superbia, e distogliamo la mente da esso come da una vanagloria. Niente di più falso. I santi furono uomini al par di noi, vestiti della medesima carne ribelle, pieni al par di noi di malvagie inclinazioni, e si fecero tali perché vollero fermamente e corrisposero con fedeltà alla grazia, ciò che può fare ognuno.

Giacinta era una nobile romana, figlia del conte Marco Antonio Marescotti e di Ottavia Orsina. Sprecò la sua giovinezza in frivolezze mondane, cercando le vesti squisite e di far comparsa nel secolo. I genitori la collocarono in un monastero affinché fosse educata ed istruita; ma la vanerella passò il tempo nell’abbigliarsi e nel divertirsi. Giunta all’età da marito, perché sua sorella trovò a collocarsi bene ed ella no, si riempì di sdegno e di invidia e divenne insopportabile alla famiglia e a quanti l’avvicinavano. Il padre per levarsela d’attorno pensò scioccamente di farla monaca, quantunque non ne avesse alcuna inclinazione. Entrò pertanto nel monastero del terz’ordine di S. Francesco, nella città di Viterbo, recandovi tutti i suoi gusti mondani, senza darsi pensiero della perfezione e dell’osservanza delle regole. La prima cosa fu di farsi costruire una vasta sala a suo uso ed a sue spese, mobiliandola nel più squisito stile e decorandola di specchi, di tappeti, di lampadari, da sembrare un appartamento di una principessa. Divorata dalla vanità e dal desiderio di comparire, passava i giorni non pensando ad altro che a se stessa. Trascurava la regola, e a quelle parti della medesima che le veniva il ticchio di osservare, le praticava in modo del tutto superficiale ed inesatto. Strano tirocinio per una santa! Consumò in tal guisa circa dieci anni, scandalizzando il monastero e martirizzando coi suoi modi alteri le povere consorelle. Allora Dio le mandò una grave malattia che la ridusse in uno stato da far temere della sua vita. Fece chiamare il confessore del monastero che era un venerando monaco francescano, per disporsi alla morte che pareva non molto lontana. Ma quando il servo di Dio vide il lusso e le mobilie magnifiche della sua camera, prese un’aria severa e si rifiutò di udire la sua confessione, soggiungendo che il Paradiso non è fatto per una monaca così degenere e scandalosa. «Come» esclamò ella singhiozzando, «e non mi salverò io?» Le rispose che la sola via che le rimaneva, era di chiedere perdono a Dio, riparare lo scandalo dato e cominciare una nuova vita. Giacinta decise di volersi far santa a qualunque costo. Appena poté, discese in refettorio, quando era raccolta tutta la comunità, si prostrò dinnanzi alle monache, e chiese umilmente perdono degli scandali dati. Consegnò tutte le sue vanità alla Superiora, uscì da quella ricca camera e cominciò una vita povera, umile, obbediente. In breve tempo divenne il modello del monastero, e volò sopra tutte le suore come aquila per penitenza, orazione, amore ai disprezzi, ed osservanza esatta delle regole. Dové al certo lottare contro i suoi abiti passati, dispiegare un’energia di volere grandissimo, vincere le sue inclinazioni fino allora assecondate, calpestare il grido della sua natura delicata; ma, aiutata dalla grazia, trionfò. Volle fermamente farsi santa e si fece. Morì consumata dagli ardori della carità nel 1640 di anni 55, e fu da Benedetto XIII ascritta nel numero delle beate e da Pio VII dichiarata santa.

Questo esempio luminoso conforta la nostra debolezza, e ci dice chiaramente che possiamo farci santi e grandi santi in qualunque tempo della nostra vita, purché noi lo vogliamo ed assecondiamo gli impulsi della grazia che bussa di continuo al nostro cuore per entrarvi. Bisogna volere costantemente, adoperare i mezzi con perseveranza, e seguire le ispirazioni divine con fedeltà; ed allora giungeremo alla perfezione.

CAPO III
La santità facile a tutti gli stati
ed a tutte le persone

La santità è un fiore di fragranza celeste, che germoglia in tutte le condizioni della società, e che può essere colto da ogni cristiano, qualunque sia il mestiere o l’ufficio che esercita nel mondo. Noi crediamo che per farci santi faccia d’uopo abbandonare il secolo, ritirarci nei deserti o nei monasteri, praticare austerità incredibili, digiunare assiduamente a pane ed acqua; e siccome non possiamo esercitare tali virtù, ritiriamo sfiduciati il pensiero della perfezione, come da cosa estranea e che non è fatta per noi. È un grande inganno dello spirito di abisso. Tutte le diverse professioni della vita civile, per quanto umili e dispregiate, sono volute da Dio come necessarie al benessere dell’umanità; e chi si sente chiamato ad esse, le eserciti con tutta pace e tranquillità, riflettendo che può farsi santo, solo che lo voglia e si mostri docile alla grazia. Il calzolaio può santificarsi nell’umile sua bottega, lavorando al suo deschetto, il mercante al suo banco, il falegname al suo telonio, il fabbro nella sua fucina, e così andate dicendo. La pece che imbratta le mani al ciabattino ed il fumo che annerisce il volto al povero operaio non rende spregevoli agli occhi di Dio, anzi rende più cari che non i ricchi, coperti di oro e di gemme, che sprecano i loro tesori in superfluità, invece di sollevare le miserie del tapino.

Gesù visse trent’anni non già nel deserto, ma nell’umile casetta di Nazaret, intento ai lavori della bottega insieme col suo Padre putativo, alfine di santificare le occupazioni dell’operaio. Queste mani divine maneggiarono la scure, la pialla e gli altri strumenti fabbrili, per insegnare all’uomo il lavoro. Maria SS. Lavorò con l’ago, compose le vesti di Gesù e di Giuseppe, preparò loro il cibo, pulì la casa modesta; e la principessa, nelle cui vene scorreva il sangue di Davide, apparve nella Giudea una povera donna che sudava da mane a sera nelle faccende domestiche, a guisa di umile fantesca. Chi non si è fermato a contemplare con umile commozione quei dipinti dell’arte cristiana in cui viene ritratta la Sacra Famiglia tutta occupata nel lavoro? Si vede la povera officina di Nazaret con S. Giuseppe che sta levigando i legni ed il fanciullo Gesù cinto dell’aureola della divinità che dà mano al suo dolcissimo Padre putativo tirando la pialla. In un canto siede la gloriosa Regina degli Angeli, Maria, che cuce le vestimenta dei suoi due cari pegni. In alto gli Angeli stanno contemplando in atto riverente quello spettacolo di umiltà, ed adorano con profonda venerazione il Verbo Incarnato, loro Creatore e Signore.

La Chiesa offre ai cristiani di ogni mestiere e di ogni condizione sociale dei santi da imitare. Ogni professione vanta qualche patrono celeste, che sulla terra esercitò quell’arte e si fece santo, maneggiando quegli strumenti, eseguendo quei lavori e sedendo a quel telonio. Bisogna però confessare che la perfezione è più facile a conseguirsi tra le quattro mura di un monastero, ove i mezzi sono più abbondanti ed i pericoli più rari. Ma resta sempre vero che è possibile, anzi è facile farsi santo in qualunque condizione uno si trova. I sacramenti, fonti inesauribili di grazie, sono i medesimi tanto per i religiosi quanto per i secolari, e se il cristiano si accosta colle disposizioni dovute, riceve sempre abbondanza di aiuti e tesori di vita eterna. Coraggio adunque e perseveranza. Tutti, o contadini, od operai, o religiosi, possiamo farci santi, se desideriamo fermamente. Non è già il luogo, il tempo o la professione che renda perfetti; ma la volontà risoluta, la pratica costante dei mezzi, la frequenza ai santi sacramenti e l’imitazione di Gesù Cristo. L’Apostolo delle genti, il glorioso S. Paolo, lavorava anch’egli colle sue proprie mani per guadagnarsi il vitto, dimostrando col fatto all’operaio come possa santificarsi nella sua officina. Ognuno perciò dica: «Se voglio posso farmi santo, senza correre a chiudermi nei deserti». La santità non è un privilegio esclusivo dei religiosi, dei frati, delle monache o dei secoli del medio evo; ma è una meta a cui può arrivare ogni cristiano del mondo, purché lo voglia.

CAPO IV
Un santo tra i mercanti

Omobono si fece santo nella sua bottega da mercante tra le agitazioni ed i rumori dei negozi. Nacque in Cremona l’anno 1157 da pii negozianti che sapevano unire le loro faccende alla pratica costante dei doveri cristiani; e fu chiamato nel battesimo Omobono, certamente per preludio della bontà di vita che doveva tenere nel corso degli anni suoi. Fatto grandicello, senza aver appreso lo studio delle lettere, ma in quella vece lo spirito di un vero seguace di Gesù Cristo, fu applicato al negozio nella bottega paterna. In tale impiego egli si mostrò così prudente e così esatto nel vendere e nel comperare, che trasse l’ammirazione di tutti i cittadini. Semplice e verace nelle sue parole, contento d’ogni piccolo guadagno, riceveva e licenziava ognuno con tutta dolcezza e cortesia. Per quanto fossero aspri e capricciosi gli avventori, la pazienza di Omobono era sempre la stessa; si comperasse o si rigettasse con disprezzo la sua merce, era sempre inalterabile e di viso allegro, ed aveva sempre la stessa urbanità, la stessa piacevolezza e buon tratto per tutti. La moltitudine, il tumulto ed il concorso di gente non interrompeva mai la sua unione con Dio; e quantunque fosse obbligato a rispondere a persone di umore diverso, di gusto particolare e talvolta irragionevoli, egli soddisfaceva ognuno con la medesima ilarità e mansuetudine. Non sì tosto trovavasi libero dalle sue occupazioni, impiegava il tempo nel leggere qualche libro di pietà che aveva sempre seco; ma facesse egli orazione nel suo cuore a Dio oppure leggesse, interrompeva il tutto senza disgusto, qualunque volta si presentava un compratore alla bottega. Osservava le feste, santificandole con gli esercizi di pietà che la Chiesa propone ai fedeli, evitando le osterie, ove troppo spesso si offende il Signore. Non contaminò giammai la sua anima con giuramenti, menzogne e spergiuri, e non tradì mai la giustizia, dando sempre il peso giusto, e guadagnando solo quel tanto che l’onestà permette. Quantunque bramasse vivere da solo, pure per ubbidire ai genitori condusse a sposa una fanciulla savia e devota, propostagli dal padre.

Le sue virtù luminose, le buone maniere, la mansuetudine che usava con tutti ed il suo amore alla giustizia, attiravano numerosissimi avventori alla bottega; e gli affari suoi prosperavano di giorno in giorno.

Trovatosi padrone delle sostanze per la morte del padre, pensò di comprarsi con esse le gioie del paradiso e di mutare le ricchezze caduche della terra con quelle eterne del Cielo. La sua bottega divenne il rifugio dei miserabili; e tutti i poveri della città trovarono in Omobono un padre amoroso, pieno di compassione verso le loro miserie. La limosina non ha mai impoverito nessuno; e più il nostro santo largheggiava coi poverelli, e più si trovava abbondante di roba. Non si sa capire come abbia potuto sollevare tanti infelici, regalare tanti denari, sfamare tanti bisognosi, e venire in soccorso ad un numero così grande di poveri di Cremona e dei dintorni. Ma l’uomo di Dio sapeva con la limosina corporale dare eziandio la spirituale, esortando alla virtù, alla fuga del vizio, all’amore della religione. Le sue parole, infiammate dalla carità divina, valevano assai più di un’eloquente predica, e toccavano i cuori più induriti nelle iniquità.

Molti peccatori e molti eretici, che avevano resistito alla grazia, furono convertiti dal linguaggio semplice, ma pieno di unzione celeste di Omobono. Non poteva il demonio soffrire tanta liberalità verso i poveri; onde istigò la sua sposa, quantunque dabbene e virtuosa, a lagnarsi col marito come prodigo eccessivamente delle sue sostanze, temendo di ridursi ben presto ad uno stato deplorevole di miseria. Omobono ascoltò in pace quei lamenti, e poi rispose: «Non temere, mia dolce sposa. Il Signore ha promesso il centuplo in questa vita e la gloria eterna nella futura: i denari che distribuiamo ai poveri li troveremo al di là della tomba e ci arricchiranno per tutti i secoli eterni. La limosina non ha giammai impoverito alcuno, e Dio verrà sempre in nostro aiuto». Il Signore infatti intervenne con prodigi a mostrare quanto gli fossero grate quelle largizioni. In tempo di carestia, uscendo Omobono dalla chiesa, fu attorniato da un drappello di miserelli che chiedevano nutrimento; ed egli li condusse alla sua casa, e distribuì loro tutto i pane che aveva. Sopraggiunse la moglie, la quale, avvisata dalle vicine di quanto aveva operato il marito, corse alla dispensa per certificarsi; e con sua grande meraviglia la trovò tutta ripiena di bianchissimo pane di eletto frumento.

L’amore che Omobono portava ai poverelli era tutto effetto di quello che portava a Gesù Cristo. Vedevasi per molte ore intere ai piedi del Crocifisso immobile, tutto acceso nel volto; e le copiose lacrime che gli scorrevano dalle pupille davano ad intendere qual fuoco amoroso gli ardesse nel cuore. Ogni sera, finite le sue giornaliere occupazioni, impiegava un’ora dinnanzi al SS. Sacramento, spargendo il cuore avanti al suo amato Bene. Oltre il tempo determinato alle preghiere nel tempio, la bottega, la camera e la strada erano per lui luogo di orazione, adempiendo il consiglio del glorioso apostolo S. Paolo, il quale esorta gli uomini a pregare in qualunque posto si trovino, elevando la mente al Cielo. I tumulti dei mercati, gli schiamazzi delle fiere, le distrazioni della bottega non potevano alterare il suo raccoglimento interiore. Assisteva ogni notte all’Ufficio Divino nella chiesa di Sant’Egidio, ed un venerando sacerdote di nome Oberto si era presa la cura di aprirgli le porte. Ma una volta, avendo Omobono prevenuta l’ora, trovò miracolosamente le porte spalancate dagli spiriti celesti; e suonato il mattutino, i religiosi lo videro già in chiesa con grande meraviglia. Dopo quarant’anni di santa vita, Dio lo chiamò alla gloria eterna. Per ricompensarlo della sua generosa carità. Il 13 novembre 1197 si recò di notte secondo il solito ad assistere al canto del mattutino nella chiesa di Sant’Egidio; e si fermò fino all’alba per ascoltare la S. Messa.

Intonato dal sacerdote l’inno angelico “Gloria in excelsis Deo”, egli stese le braccia in croce e cadde bocconi a terra. La sua anima bella aveva spezzato i vincoli della carne ed era volata a cantare il Gloria e l’eterno osanna cogli Angeli e Santi del Paradiso. Gli astanti non si avvidero, e pensarono che si fosse prostrato boccone per spirito di penitenza; ma non essendosi alzato al Vangelo, lo scossero, credendo dormisse, e lo trovarono cadavere. Dio operò molti strepitosi miracoli al suo sepolcro, e la Chiesa per mezzo di Innocenzo III lo ascrisse nell’albo dei Santi, proponendolo a modello dei secolari e soprattutto dei negozianti.

La vita di Omobono ci dice chiaramente che anche in mezzo al mondo, nel tumulto degli affari, si può divenire santi, purché si voglia fermamente.

CAPO V
In che cosa consiste la santità

Noi abbiamo idee esagerate intorno alla vera santità. Pensiamo che sia riposta nell’operare grandi cose, nell’intraprendere penitenze austerissime, nel digiunare rigorosamente, nel condurre una vita mesta e priva di ogni conforto. Ma no: la vera santità consiste nella pratica esatta dei comandamenti di Dio e della Chiesa e nell’adempimento delle obbligazioni del nostro stato. Un cristiano, che esegue a puntino i doveri della condizione, sia operaio, sia contadino, sia artigiano, sia povero, sia ricco, e che osservi le leggi di Dio e della Chiesa, si farà certamente santo. La perfezione è racchiusa nella cerchia delle nostre operazioni ordinarie della giornata, e non dobbiamo cercarla fuori di esse, sognando altri stati migliori. Non è l’abito, il luogo ed il tempo, che facciano santi, ma l’adempire esattamente le azioni comuni che ci si presentano giorno per giorno, ora per ora. L’inganno nostro si è di desiderare un altro stato lusingandoci stoltamente di poterci colà santificare, mentre intanto trascuriamo di perfezionarci nel nostro proprio a cui Dio ci ha chiamati.

 «Oh! Se fossi nel tal monastero, quanto bene non servirei a Dio! Oh! Se fossi fuori del mondo, quante penitenze non vorrei fare! Oh! Se avessi quei talenti, quelle ricchezze, quell’ufficio, quanta gloria non darei a Dio e quanti servizi non presterei alla Chiesa!»

Illusioni! Illusioni! Il Signore non vi desidera colà, ma in questo stato in cui vi trovate e a cui vi chiamò. Qui dovete farvi santi; qui dovete piacere a sua Divina Maestà, con l’esatto disimpegno dei vostri obblighi. Bisogna riflettere seriamente e pregare assai prima di scegliere un genere di vita. Ma una volta abbracciato uno stato, alla luce divina, non si deve più abbandonare, e dobbiamo persuaderci che in quello e non in altro, sognato dalla nostra fantasia o dal nostro capriccio, ci faremo santi. S. Paolo esorta i cristiani a rimanere nella vocazione a cui sono chiamati. Siete voi religioso? La santità per voi consiste nella pratica esatta delle regole dell’istituto e nell’osservanza dei vostri voti. Un regolare, che segua fedelmente le costituzioni dell’ordine in tutta la sua carriera, cingerà l’aureola della santità. La vita di S. Giovanni Berchmans non offre nulla di straordinario, nulla di eccedente la vita comune, e non fu che la personificazione delle regole della Compagnia di Gesù. Siete voi un padre di famiglia? La perfezione per voi è racchiusa nella vostra medesima casa; e la troverete nell’esercizio del vostro mestiere, nell’allevare cristianamente i figli, nel timore di Dio e nella devozione a Maria SS., nell’amare la vostra consorte e vivere in pace con lei, nella pratica dei doveri di un buon cristiano. Non pensate che per divenir santo, vi sia d’uopo abbandonare moglie e figli e correre in un deserto a far penitenza: no. La perfezione è attaccata all’esatto disimpegno dei vostri obblighi di padre. Siete voi madre di famiglia? Vi farete santa con l’obbedire a vostro marito, con l’allevare bene la prole e con l’adempiere a tutti quei doveri imposti dalla posizione in cui vivete. Il santuario domestico sarà per voi un monastero, un deserto in cui potete trovare Dio e piacergli al pari di una verginella nel chiostro, o del sommo pontefice sul suo trono, o di un monarca nella sua reggia dorata.

Vedete ciò che avviene nel teatro. Chi riscuote gli applausi della moltitudine, non è già l’attore che rappresenta la persona del re o del principe; ma colui che esegue fedelmente la sua parte, sia di contadino, sia di povero operaio; ed avviene sovente che il monarca scenico venga fischiato, mentre è applaudito il suddito. Così succede nella vita.

Dio ama ed applaude chi adempie esattamente il suo ufficio senza eccezione di persone; e l’umile fabbro dalle mani incallite, che vive cristianamente, gli è più caro che non i re coronati di diadema e vestiti di porpora, che calpestino la sua Legge.

La santità è propria di tutti gli stati, e consiste nell’esatto adempimento degli obblighi della propria condizione. Quando ci persuaderemo di queste verità e ci porremo davvero a cercare la perfezione nel giro delle nostre azioni quotidiane?

CAPO VI
Una santa tra le fantesche

Zita si fece santa nell’umile condizione di fantesca.

Nacque nel 1210 nel contado di Lucca da Lombardo, povero contadino e da Buonissima, donna priva di beni di fortuna, ma ricca assai di virtù. Zita corrispose appieno alla cristiana educazione impartitale dei buoni genitori, che è più preziosa delle perle della California e del Perù. Bastava che le dicessero che un’azione era spiacevole a Dio, perché la fuggisse tosto con orrore. All’età di dodici anni fu collocata a servire nella casa di un cittadino lucchese di nome Fatinelli, onde alleggerire la famiglia, che stentava a tirare innanzi. Entrata in quell’ufficio, la pia verginella capì subito che la perfezione e la santità per lei consisteva nell’esatto servizio dei padroni, e si pose all’opera con santo ardore. Si alzava per tempo al mattino, per darsi all’orazione e per ascoltare la santa Messa nella Chiesa vicina; e si trovava sempre con puntualità all’ora in cui erano richiesti i suoi servizi. Dotata di svegliato ingegno, preveniva d’ordinario quanto le poteva essere ordinato; e chi l’avesse veduta mai sempre applicata alle faccende domestiche, avrebbe detto che ella ad altro non pensasse: eppure si sa quanto la presenza di Dio le fosse familiare e quante attrattive provasse per l’orazione e per la quiete.

Una vita sì umile, sì mortificata, laboriosa ed obbediente, avrebbe dovuto incontrare l’approvazione dei padroni e degli altri servi. Eppure, così permettendolo il Signore per provare la sua sposa, la sua modestia era stimata una sciocchezza, la diligenza nel prevenire gli ordini come una gelosia perché non le fosse tolta la mano e come un segreto orgoglio di comparire e primeggiare. La padrona non gradiva mai quanto ella faceva e le relazioni calunniose dei domestici servivano non poco a nutrire l’antipatia. Si disapprovava il suo silenzio ed il suo raccoglimento, si motteggiava la sua devozione e la puntualità, si biasimava la sua vita penitente. Disprezzata, ingiuriata, maltrattata con tanta ingiustizia, Zita non mutava mai modo di vivere; ed era sempre tranquilla, sempre dolce, serena in viso e non pronunciava parole di lamento. Anzi rendeva bene per male, a guisa dell’agnello, che lambisce affettuosamente la mano di chi gli ruba la lana, e dell’albero d’incenso che profuma la scure che inesorabilmente lo percuote. Una virtù tanto provata e sì perseverante trionfò delle gelosie e delle antipatie; ed i padroni alfine scoprirono il tesoro che possedevano, ed insieme coi domestici fecero giustizia al suo merito.

Un tale cambiamento di affetto afflisse profondamente lo spirito di Zita, avido di umiliazione; e siccome l’amore ai patimenti ed ai dispregi la faceva esultare, così la confidenza che si pose in lei e la stima che le veniva dimostrata, la rendeva malcontenta, di modo che la padrona per appagarla fingeva di tratto in tratto di assumere un aspetto irritato e di sgridarla eziandio per faccende ben compiute. Fu rimessa alla sua cura tutta l’azienda domestica ed ella vi si applicò con ogni sollecitudine, come si trattasse di affari della propria famiglia. Nemica acerrima dell’ozio non perdeva un briciolo di tempo; e nel corso di 50 anni, che servì in quella casa, fu sempre vista con qualche lavoro alle mani. Era solita dire: «Le principali qualità di una serva sono il timor di Dio, la fedeltà, l’umiltà e l’amore alla fatica. Non vi è fantesca devota che non sia laboriosa. Una devozione pigra nelle persone del nostro stato è una devozione falsa».

Una pietà sì soda e vera era accompagnata dalle altre virtù. Sin dai primi anni aveva concepito un amore straordinario alla purità, e non di può esprimere fino a qual delicatezza portasse questa virtù. Non guardò giammai uomo in faccia, e si studiò sempre di mortificare il suo corpo con astinenze, prendendo cibi grossolani. Un giorno, ascoltando per caso da un servo un discorso men buono, ne concepì alle prime tant’orrore che fu per cadere svenuta; e sarebbe ella in quel punto partita da quella casa, se il libertino non ne fosse stato espulso. Per custodire una gemma sì preziosa, tenne a freno la sua carne coi rigori delle più austere penitenze. Digiunava rigorosamente tutto l’anno e quasi ogni giorno in pane ed acqua; camminava a piedi nudi anche nell’inverno; dormiva sulla terra o per delizia sulle tavole; portava una fune sì strettamente cinta alle reni, che dopo morte si trovò entrata due dita nella carne. L’umiltà corrispondeva alle altre sue virtù, ed era tanto penetrata di un concetto basso di se stessa, che si meravigliava come non fosse disprezzata ed odiata da tutti e come Dio la potesse soffrire sulla terra. L’unico piacere che le si potesse fare, era di disprezzarla e di tenerla in nessun conto come cosa vile ed abietta. Rispettava tutti gli altri domestici e li amava come se fossero suoi padroni. Ubbidiva sempre senza opporre difficoltà; ed alcune giovani donne amiche della padrona si prendevano il crudele piacere di mandarla una mezza lega fuori dalla città in tempo di pioggia o di tempesta con qualche commissione; e Zita partiva subito con allegrezza, adempiva il comando e ritornava tutta molle di acqua senza lagnarsi. Ma mentre disimpegnava le faccende domestiche, la sua mente era sempre in Cielo, ed il suo cuore non palpitava che per lo Sposo Divino. Pareva l’Arcangelo Raffaele che, mentre serviva Tobia con amore ed attenzione, contemplava Dio e Lo amava con trasporti serafici di carità.

Giunta la notte di ritirava nella sua povera cella, posta nel sito più remoto della casa; e là nel silenzio passava più ore in un’altissima contemplazione, che sovente non era interrotta che dalla luce del giorno che nasceva. Tra tante virtù rifulse principalmente la sua carità verso i poveri. Ottenuto dal padrone il permesso di aiutare gli infelici, non v’era miserabile a cui prontamente non recasse soccorso, concorrendo Dio con aperti miracoli. In una grande carestia che afflisse la città, vuotò il granaio della casa per dar da mangiare agli affamati. Lo seppe il padrone e la sgridò di troppa prodigalità; ma la Santa, piena di fiducia nella Provvidenza, lo pregò con umile sottomissione di visitare il granaio. Vi andò egli e con sua grande meraviglia lo trovò pieno riboccante di eletto frumento, collocato senza dubbio dal Signore. Un povero forestiero arso dalla sete le domandò un po’ di vino per amor di Dio. Zita in quel momento non ne aveva; ma invocò il nome del Signore e corse al pozzo ad attingere acqua. Nel presentarla a quell’infelice si cambiò in buonissimo vino, e quel pozzo si chiama anche oggidì “pozzo di S. Zita”, in memoria del miracolo. In una notte di Natale, essendo il freddo rigidissimo, il padrone le prestò un mantello per andare alla funzione solenne, avvertendola di restituirglielo, perché ben sapeva che dava tutto ai poveri, non ritenendo che un leggero vestito per sé. Or avvenne che trovò un povero mezzo ignudo, tutto assiderato per il freddo, sulla porta della chiesa; mossa a compassione, senza pensare all’ordine del padrone, gli gettò sulle spalle il mantello. Tornata a casa fu sgridata di quella limosina; ma ella rispose che il povero l’avrebbe restituito, se non lo dava volentieri. Infatti, venuta la mattina, si vide comparire quel pezzente a riportare il mantello; dopo di che sparì e non fu più veduto. Ripresa alle volte delle limosine, rispondeva: «E come? Gesù Cristo mi domanda la limosina nella persona dei poveri; ed io avrò l’ardire di negargliela?»

Era da Dio favorita di estasi beate, di rapimenti; del dono delle lacrime e di molti altri carismi soprannaturali; che danno lustro e splendore alla santità.

Nel 1272 fu da Gesù chiamata alle nozze eterne del Cielo in età di anni 62. Sopra la casa in cui spirò soavemente nel bacio del Signore, comparve una luce miracolosa, e si udirono i fanciulli a gridare per la città: «S. Zita è morta!». I funerali si cambiarono in un magnifico trionfo resole da tutta la cittadinanza. I numerosi miracoli che Dio operò al suo sepolcro, la fecero in breve iscrivere nel numero dei santi.

La santa Fantesca lucchese dimostra chiaramente che anche in mezzo al mondo, negli uffici più umili, si può divenire santi, con l’esatto adempimento dei doveri imposti dalla propria condizione.

La grazia è la stessa pei poveri come per i ricchi, per i monarchi e per i sudditi, per i religiosi e per i secolari, e non aspetta che la nostra cooperazione per farci santi. Ascoltiamo adunque i suoi dolci impulsi ed arriveremo alla perfezione di S. Zita.

CAPO VII
Un santo tra i contadini

S. Isidoro si fece santo nell’umile condizione di agricoltore, lavorando nei campi e bagnando i solchi col suo sudore. Nacque in Madrid, città capitale della Spagna, l’anno 1100, da poveri genitori, i quali lo allevarono nel santo timore di Dio, insegnandogli il mestiere di contadino. Venne posto al servizio di un signore di Madrid di nome Giovanni Vergas, il quale gli affidò la coltura dei suoi poderi. Si alzava di buon mattino per ascoltare la Santa Messa ed adempiere le sue devozioni, e si trovava sempre puntuale all’ora consueta del lavoro. Sentì un tenero amore verso la gloriosa Regina degli Angeli, e camminando per strada o lavorando nei campi, ne recitava la salutazione angelica con un gusto particolare. Alcuni invidiosi istigati dal demonio, non lasciarono di criticare la sua pietà, e riferirono al padrone che Isidoro perdeva il tempo nelle chiese, trascurando la coltivazione dei suoi campi. Il credulo padrone si recò ai poderi quando Isidoro lavorava, onde rimproverarlo acerbamente e constatare di presenza la sua negligenza. Ma qual non fu la sua meraviglia quando vide ai fianchi di Isidoro due aratri tirati dai buoi che lavoravano con lui! Affrettò il passo, ma gli aratri ed i buoi disparvero. Interrogò il servo di chi erano quegli aratri e quei buoi, perché mai erano spariti al suo appressarsi. «Io non so» rispose il Santo, «di avere altro aiuto che quello di Dio; io lo invoco nel principio di mia fatica e non lo perdo mai di vista in tutto il corso del giorno». Comprese allora il padrone il significato della visione e quanto fosse caro a Dio il suo servo, e constatò coi propri occhi che non v’era all’intorno podere così ben coltivato come il suo.

Una presenza di Dio così continua innalzò il Santo ad una sublime contemplazione, perché non poteva essere disturbato da qualunque faccenda o lavoro. Stava un giorno pregando nella chiesa di S. Maria Maddalena, quando fu avvisato di andare subito a soccorrere un giumento assalito dal lupo. Egli continuò tranquillamente le sue orazioni, raccomandando l’affare al Signore e, finite le sue devozioni, ritornò al campo, ove trovò il giumento che pasceva tranquillamente l’erba ed il lupo morto ai suoi piedi. La virtù prediletta da Isidoro era la carità verso i poverelli, nei quali vedeva la persona di Gesù Cristo. Povero egli stesso, che guadagnava il pane ogni giorno col sudore della fronte, sapeva trovar modo di far abbondanti limosine. Avendo un giorno distribuito quanto aveva, si presentò poco dopo un altro poverello, supplicandolo per amor di Dio di un pronto soccorso. Pieno di fiducia nella Provvidenza, Isidoro ritornò in casa; e la trovò ripiena miracolosamente di ogni ben di Dio, col quale poté aiutare non solo quel meschino, ma molti altri. Vedendo le creature nella luce divina, le considerava tutte come fratelli e sorelle, figli del medesimo Padre che sta nei cieli. Andando un giorno a portare al mulino un sacco di grano, mentre la campagna era vestita del bianco manto di neve, vide uno stuolo di uccelletti, mezzi morti dal freddo e dalla fame. Mosso a compassione, calò a terra il sacco, lo aprì, prese una manata di grano e lo buttò loro dicendo: «Prendete, miei cari augelli, ché il buon Dio provvede per tutti». Un amico che l’accompagnava rise della sua semplicità ma, giunto al mulino, si trovò che il sacco non era punto diminuito anzi, più ricolmo di prima.

Passò il resto dei suoi giorni sempre confuso coi poveri agricoltori ed intento ai lavori della campagna. Consumato dagli ardori della carità volò all’eterno amplesso di Dio nel 1160 in età di circa 60 anni. Il Cielo circondò ben presto l’umile figlio dei campi dello splendore dei miracoli, e lo rese caro e venerato a tutta la Spagna.

La gloria dei monarchi discende con essi nella tomba, ma quella dei santi incomincia con la morte e dura eterna. Dopo 40 anni apparve ad un povero uomo, imponendogli di far trasportare il suo corpo dal cimitero alla chiesa. Ma costui, per timidità o diffidenza, trascurò l’ordine e fu punito con una malattia. Apparve la seconda volta ad una dama, la quale si recò subito dal clero e dai magistrati, e fu organizzata una solenne processione al sepolcro. Al primo colpo che si diede per dissotterrare quel benedetto cadavere, tutte le campane della chiesa di S. Andrea suonarono da se medesime e non cessarono che finita la cerimonia.

Il corpo fu trovato fresco ed incorrotto, spirante una fragranza di paradiso, e venne ravvolto in drappi preziosi, rinchiuso in una cassa nuova e trasportato solennemente nella detta chiesa, ove si mantiene sempre intero e vermiglio, resistente alla corruzione. Durante la solenne cerimonia, quel povero uomo, caduto infermo per aver disubbidito al comando, riacquistò perfetta salute. L’anno 1619 fu dichiarato beato dal sommo pontefice Paolo V. Il monarca della Spagna Filippo III si infermò a morte e, disperato dai medici, ricorse alla protezione di Isidoro e fece portare le sue reliquie nel palazzo. Mirabile prodigio! Nel momento stesso in cui fu sollevata la cassa del Santo, il Re acquistò perfetta guarigione. Venne riportato in trionfo a Madrid, e nell’anno seguente fu posto in un’urna più bella e più ricca. Finalmente ad istanza di Filippo IV, nell’anno 1622 fu annoverato tra i santi da Gregorio XV e dichiarato protettore della Spagna e soprattutto della città capitale. Così Dio onorava l’umile agricoltore fedele alla santa legge ed ai doveri del suo stato.

S. Isidoro contadino è una prova di quanto affermammo, che cioè la santità è facile ad ogni condizione di persone ed è racchiusa nella pratica esatta degli obblighi della propria situazione sociale. Dio può essere amato e servito così tra le quattro mura di un chiostro o in un deserto, come nell’umile tugurio e tra i solchi dei campi. Non è l’abito, il luogo od il tempo che rende cari a Dio e perfetti nelle virtù, ma la pratica costante dei comandamenti della legge divina e della Chiesa e dei doveri particolari imposti dallo stato di ognuno.

Volere è potere, e chi vuole si fa santo con l’aiuto della grazia che sempre è pronta a ravvalorarci.


CAPO VIII
La Beata Panacea pastorella di 15 anni

Panacea arrivò dunque ad un alto grado di perfezione, vivendo nei campi intenta a custodire il gregge. Trasse i natali in Quarona, paesello della Valsesia, nella diocesi di Novara, nel secolo XIV, da pii genitori che l’educarono alla virtù cristiana. La fanciulla cresceva buona, timorata di Dio ed era il modello delle giovanette del paese. Venne a morire la madre, ed il padre passò a seconde nozze con una donna affatto dissimile dalla prima. Costei non poteva vedere Panacea e non trovava in lei alcuna qualità che l’appagasse, chiamando difetti le sue virtù ed ipocrisia la sua devozione. Le diede da custodire il gregge, caricandola inoltre di molti altri lavori come di filare, di far calze e di uffici bassi e pesanti, superiori alle sue forze.

Per quanto la buona figliola si affaticasse non riusciva mai ad appagare la crudele matrigna; e dopo aver sudato da mane a sera nell’eseguire puntualmente i suoi ordini, ne riceveva in ricompensa ingiurie, villanie, percosse ed uno scarsissimo nutrimento. Perseguitata così barbaramente e priva di ogni umano conforto, la Beata si rifugiava sotto il manto pietoso di Maria SS. e cercava conforto nella preghiera e nella meditazione delle verità eterne. Per buona fortuna i dolori e le tribolazioni non sono ostacoli alla santità; anzi sono la via più breve per arrivarvi. Le fiamme dell’amor di Dio nutrite dal legno della croce avvampano tosto in un grande incendio. Per divenir santi fa d’uopo prendere la croce in spalla, cingere la corona di spine ed incamminarsi per l’erta sanguinosa del calvario onde essere crocifisso con Gesù Cristo. Panacea usciva di buon mattino al pascolo con i bestiami, e mentre le pecore mangiavano l’erba, essa si fermava innanzi ad un’immagine della Vergine, dipinta su di un muricciolo, a pregare ed effondere il suo cuore angustiato.

Nel silenzio della campagna, dinnanzi alle bellezze della natura vestita a sposa, coperta del verde manto tempestato di fiori, fra il mormorio del ruscello dall’onda d’argento ed il soave canto degli uccelli, il cuore si sente sollevato a Dio, che creò tante meraviglie per l’uomo: e la venustà dei campi ricorda la bellezza eterna del cielo, ove i fiori non ingialliscono e la luce non conosce tramonto.

La Beata dalle cose create sapeva levare la mente al cielo, e conservava sempre la presenza divina in tutti i momenti della giornata. Così si preparava nella preghiera alle dure prove che l’attendevano alla sera nel rientrare a casa, ove era accolta dalla barbara matrigna con rimbrotti e sovente con crudeli percosse. Non mosse mai un lamento e perdonò sempre di cuore a quella donna che talora pareva una belva feroce, rendendo bene per male e pregando per lei. Contenta dello scarso pane che le dava, sapeva anzi dividerlo coi poveri, digiunando rigorosamente ad onore della sua dolcissima Madre celeste Maria SS. in cui poneva tutta la sua fiducia. Le persecuzioni della matrigna crescevano con gli anni; e si sarebbe detto che quella vipera studiasse tutti i modi per angariare e martirizzare la buona fanciulla. La pazienza inalterabile e la gioia di Panacea nei patimenti non faceva che inasprire quella furia d’inferno, la quale giunse a tal segno di crudeltà da ucciderla nel modo più barbaro. Una sera tramontato il sole, la Beata aveva incamminato il gregge verso casa, ed essa si era inginocchiata dinnanzi all’immagine di Maria per riceverne la materna benedizione, come era sempre solita di fare nell’andare e nel venire dal pascolo.

Ma si sentì così trasportata nella preghiera da dimenticare il gregge e da fermarsi colà lungo tempo a protestare il suo amore alla gloriosa Regina delle vergini. Intanto le pecore giunsero da sole alla stalla, e la matrigna non avendo visto la fanciulla, montò sulle furie, e corse nei campi per castigarla severamente. Panacea pregava ancora dinanzi a Maria; e quella tigre la percosse crudelmente colla conocchia e le piantò i fusi, che la fanciulla aveva seco per filare, nel capo rendendola cadavere. La Beata aveva allora 15 anni; e morì perdonando, ed andò a ricevere il premio della sua eroica pazienza.

Dio illustrò la sua serva con molti miracoli; e Pio IX, di gloriosa memoria, l’annoverò tra i beati nell’anno1867.

Ogni cristiano leggendo questa vita dica: «Se una pastorella arrivò ad un’alta perfezione in 15 anni appena di vita ed in mezzo a sì crudeli persecuzioni, perché non potrò farmi anch’io santo?».

CAPO IX
La grazia è sempre pronta ad aiutarci per farci santi

Dio è sempre pronto ad aiutarci colla sua grazia onnipotente per renderci santi. Egli picchia al nostro cuore per entrarvi e pigliarne il possesso, onde arricchirlo dei suoi doni celesti e cambiarlo in santuario degno della sua divina Maestà. Per quanto sta in Lui, è disposto a concedere ad ogni cristiano quei mezzi eletti che hanno sollevato i più grandi santi della Chiesa alle vette sublimi della perfezione. Egli non fa eccettuazione di persone, ed ama con amore infinito tutti gli uomini fatti a sua immagine e somiglianza e redenti dal Sangue preziosissimo del suo Divin Figlio; ed è preparato a santificare ognuno, purché lo voglia e corrisponda ai soavi influssi della sua grazia. Tutti gli uomini sono suoi figli diletti, cari come la pupilla dei sui occhi, senza distinzione di nazionalità o di lignaggio, di cultura o di progresso, di povertà o di ricchezza. Noi erriamo grossolanamente, quando ci figuriamo che Dio preferisca questa o quella persona, per concentrare in essa i sui doni e farla santa, e che intanto trascuri gli altri cristiani, dando loro scarsi aiuti. Dobbiamo invece accusare la nostra indolenza ed ingratitudine ai suoi doni. Se noi dispiegassimo tutta l’energia della nostra volontà e corrispondessimo fedelmente alle grazie, Dio ci solleverebbe in breve alla santità di S. Francesco, di S. Domenico, di S. Luigi, Di S. Stanislao. La colpa è tutta nostra e della nostra infingardaggine, che non vuol decidersi a vincere la natura corrotta, a soggiogare le passioni ribelli, ad osservare con fedeltà la legge di Dio e della Chiesa e gli obblighi del nostro stato. Gesù Cristo intima nel suo vangelo non solo agli apostoli ai ministri del santuario, ai religiosi, ma a tutti i cristiani, senza restrizione, di diventar perfetti come è perfetto il Padre nostro che sta nei cieli. Quando mai ci decideremo noi a farci veramente santi? Quando deporremo il pregiudizio stolto, che la santità sia privilegio di poche anime e cosa impossibile per noi? Quando finiremo di persuaderci che tutti i santi della Chiesa furono uomini come noi, vestiti della medesima carne di peccato, combattuti dalle stesse passioni, vissuti nei medesimi pericoli? Quando ci daremo a seguire i loro passi? Abbiamo bisogno di aiuti abbondanti e di grazie efficaci? Ricorriamo alla preghiera.

L’orazione è la chiave d’oro che ci apre i tesori del cielo; è la moneta con cui si aprono le gioie del paradiso. Dio ha promesso di esaudire chi prega, e di concedere tutte le grazie necessarie alla salute dell’anima. «Volgiti a me» egli dice «ed io ti esaudirò; chiamami ed io ti libererò dai pericoli. Se mi domanderete alcuna cosa in mio nome, io ve la concederò. Domandate tutto ciò che vi aggrada e vi sarà dato». Non vi è virtù tanto inculcata nella Sacra Scrittura come questa dell’orazione, per ottenere quanto fa d’uopo alla vita spirituale. Per dar più efficacia alla preghiera, fa d’uopo aggiungere l’elemosina ed il digiuno o mortificazione. S. Isidoro, S. Omobono, S. Zita, si diedero sempre con ardore all’orazione, alle penitenze ed a soccorrere i bisognosi, con tutti quei mezzi che erano in loro potere. Dio ritiene fatto a se stesso tutto ciò che facciamo per i poverelli, e persino il bicchiere d’acqua fresca avrà la sua ricompensa qualora venga dato in suo nome.

Concludiamo ritornando a quanto dicemmo in principio. Dio dal canto suo è disposto a santificare tutti gli uomini ed innalzarli alla perfezione evangelica a cui arrivarono tanti santi, come S. Teresa, S. Luigi e S. Maria Maddalena. Solamente richiede la cooperazione, la buona volontà e la risoluzione di assecondare gli impulsi della sua grazia. Se tanti si fanno santi e noi invece restiamo sempre imperfetti, la colpa è tutta nostra, che manchiamo alla grazia; e non di Dio, il quale è pronto a trattarci come trattò S. Omobono, S. Zita, S. Isidoro e gli altri suoi servi fedeli. Coraggio e confidenza. Bando all’errore che la santità sia privilegio di pochi. Se vogliamo possiamo farci santi.

CAPO X
S. Servolo mendicante

Al tempo di S. Gregorio, quell’illustre pontefice, la cui tiara rifulse della doppia aureola della scienza e della santità, Roma intera fu edificata dalle virtù eroiche di un povero uomo, di nome Servolo, che giaceva sotto il portico per cui si entra nella chiesa di S. Clemente, domandando l’elemosina ai fedeli. Estenuato e quasi consunto da una lunga e atroce paralisi, che cominciò nei teneri anni della sua fanciullezza, non poteva muoversi ed aiutarsi della persona, e stava sempre coricato su di un povero lettuccio. Egli tollerò la penosa infermità, animato dai sentimenti del santo Giobbe, benedicendo il Signore che lo affliggeva per purificarlo; e non lasciando mai sfuggire parola di lamento o d’impazienza. Quel meschino giaciglio pareva un altare e Servolo una vittima, una vittima che ardeva tra le fiamme del divino amore, sollevando al cielo un profumo gradito in odore di soavità. La violenza del male lo colpì a segno che non poteva più alzare le mani fino alla bocca; e doveva rimanere sempre immobile in posizione supina e farsi porgere il cibo in bocca. Aveva la Madre e un fratello che lo assistevano; e per mezzo loro dispensava ai poveri quanto riceveva giornalmente dai fedeli, contento di vivere nella sua estrema povertà per amor di Dio. Ed era al certo cosa meravigliosa ed edificante vedere un miserabile infermo, che dimenticava se stesso per venire in soccorso degli altri suoi fratelli poveri. Quantunque non sapesse né potesse leggere, nulladimeno si faceva comperare libri devoti e pregava alcuni religiosi che glieli leggessero; di modo che sebbene fosse ignorante, imparò la scienza della salute e i segreti della vita spirituale. Passava il tempo pregando, meditando e cantando salmi e inni di lode al Signore, quasi fosse l’uomo più felice e tranquillo del mondo. Colui che vede le cose nella luce celeste e riceve gli avvenimenti dalle mani di Dio, conformandosi alla sua volontà, trova la sua pace eziandio nei dolori e nelle infermità. Nella parte inferire della natura, sorgeranno ripugnanze ed avversioni, ma non già nella volontà, la quale riposa in Dio ed è indifferente ai dolori ed alle gioie. Quando il viaggiatore è giunto alle vette più alte delle Alpi, contempla ai suoi piedi nel dorso della montagna, formarsi terribili uragani, addensarsi le nuvole, guizzare i lampi, rumoreggiar il tuono e scatenarsi la grandine a flagellar le messi biondeggianti ed i vigneti, mentre egli gode un’aria pura e balsamica, e gli splende sul capo un sole maestoso in un cielo di zaffiro. Così avviene a chi è arrivato a confermare la sua volontà con quella adorabile del Signore. Servolo veniva portato di giorno sotto i portici della chiesa per domandare l’elemosina ai fedeli e la notte nell’ospedale vicino, affinché fosse al coperto. Dio gli rivelò l’ora della sua morte beata. Una notte invitò i pellegrini, che gli dormivano vicino nell’ospedale, a sorgere per cantare con lui alcuni salmi, onde prepararsi alla venuta dello Spirito celeste, che l’avrebbe tra breve condotto alle nozze eterne del cielo. Mentre cantavano, ad un tratto Servolo pigliò un’aria celestiale e disse: «Tacete, tacete; non sentite voi la bella e gioconda armonia che risuona in cielo?». Ed in così dire quell’anima eletta lasciò la terra e volò a continuare i suoi canti cogli angeli e coi santi del paradiso. Mirabile prodigio! Quel corpo consunto dalle infermità, tramandava un profumo soavissimo, come fosse ripieno di essenze odorose. Dio ne illustrò il sepolcro con numerosi miracoli, e la sua vita povera e paziente venne dipinta su varie tele nella chiesa di S. Clemente. Il santo Pontefice Gregorio conchiude la narrazione, dicendo: «Ma di grazia vi prego, miei carissimi fratelli in G. C., in qual maniera potremo noi scusarci nel giorno del finale giudizio, avendo ricevuto dalla liberalità del nostro Creatore e mani e piedi per lavorare ed osservare la santa legge di Dio, quando ne siamo sì di frequente trasgressori? Un uomo povero, paralitico, impotente ad ogni moto, impiega con tanta esattezza tutto se stesso nel servizio divino; e noi sani di corpo e capaci di operare, siamo sì negligenti, sì miserabili e tiepidi qualora si tratti di servire Dio e di operare per la salute delle anime. Non vi pensate, no, che nostro Signore ci abbia in quel giorno del giudizio a confondere con l’esempio degli apostoli che convertirono il mondo, o dei martiri che diedero il sangue per la fede. Egli ci opporrà questo povero Servolo, il quale, avendo le braccia impedite dalla paralisi, le aveva slegate al ben fare ed all’adempimento perfetto della legge divina».

CAPO XI
S. Felice da Cantalice
agricoltore e poi cappuccino questuante

Felice nacque in Cantalice, piccolo villaggio dell’Umbria, l’anno 1513 da genitori poveri ma timorati di Dio. Fanciullo ancora gli veniva affidata la custodia del gregge; ed egli aveva incisa in un albero una grossa croce e soleva passare colà il tempo della preghiera, mentre le pecore pascolavano nei prati. Dimostrò fin da piccolo un amore straordinario alle penitenze, e si flagellava a sangue con aspra disciplina. Cresciuto in età ed in forze, prese a coltivare i campi, e non potendo, come avrebbe desiderato, assistere alla santa messa tutti i giorni, si portava in spirito alla chiesa sollevando spesso la mente al cielo, mentre rompeva colla vanga le dure zolle di terra. Ma Dio appagava i suoi desideri e sovente fu visto nello stesso tempo in chiesa a pregare e nel campo ad arare. Un giorno i buoi dell’aratro si ribellarono e lo gettarono violentemente a terra, passando sopra il suo corpo col carro. Avrebbe dovuto essere sfracellato, ed invece restò illeso, riportandone solamente i vestiti squarciati. Quel pericolo passato e l’evidente protezione del cielo lo mossero ad abbandonare il mondo ed entrare nell’ordine dei Cappuccini, dopo che aveva distribuito ai poveri quanto aveva. Era allora in sui 28 anni, e cominciò il suo noviziato nel convento di Ascoli, dove parve subito provetto nella virtù ed estraneo all’infanzia spirituale. Emessi i voti, fu inviato a Roma, ove per ben quarant’anni esercitò l’ufficio di questuante, che è forse l’impiego più duro e più ricco di umiliazioni. Felice usciva ogni giorno colla bisaccia in spalla e percorreva le vie di Roma, domandando l’elemosina per il convento, con un’aria modesta e raccolta, che dava a divedere essere sempre in unione con Dio. In mezzo a sì laborioso esercizio, di cercare gli alimenti per i numerosi suoi confratelli, non tralasciò di portare la sua penitenza e mortificazione fino al più alto segno. Negava ai suoi sensi qualunque piacere, tenendo gli occhi sempre fissi a terra ed il cuore lassù nel cielo; digiunava in pane e acqua nelle tre quaresime del Padre S. Francesco, né altro mangiava che alcuni tozzi di pane avanzati dagli altri confratelli. Una stuoia sopra le nude tavole ed una fascina di sarmenti formavano tutta il suo letto, su cui non dormiva che due sole ore. Tre volte ogni notte si disciplinava a sangue e non deponeva mai un ruvido e pungente cilicio. Un suo compagno domandò al Cardinale Protettore dell’ordine, che facesse sgravare fra Felice dalla cerca, essendo già consumato nelle fatiche e grave negli anni; ma il Santo rispose: «Bisogna, eminentissimo Signore, che il soldato muoia colla spada in mano e l’asino sotto la sua soma. A Dio piaccia che non sollevi un minimo punto questo corpo, che non è buono se non per patire». Per quanto fosse austero con se medesimo, era in estremo dolce verso gli altri, né si poteva capire come un uomo allevato fra i campi senza veruna cultura, fosse tanto civile nelle sue maniere. Il suo zelo era saggio e discreto; e si serviva più di suppliche che di avvisi. Avendo inteso un giorno le cattive disposizioni in cui erano certi giovani, va a trovarli e postosi in ginocchioni fra loro: «Vi supplico, fratelli miei,disse loro piangendo, di aver pietà dell’anima vostra». Queste parole riboccanti di carità, estinsero le loro passioni brutali e li convertirono a miglior pensieri. Avendo saputo in un giorno di carnevale, che gran folla di gente correva a certa scorretta commedia,il suo zelo si accese; e pregò caldamente il Padre Lupo, celebre predicatore cappuccino di andare con lui a disperdere quella moltitudine. Fra Felice si portò con una pesante croce sulle spalle ed un teschio di morto alla mano tra quella folla, accompagnato dal Padre predicatore, il quale parlò con tanta eloquenza della vanità delle cose terrene e dei rigori dei giudizi divini, che commosse tutta l’adunanza e le fece abbandonare il teatro.

La virtù prediletta dell’umile cappuccino era la carità verso i poveri e gli infermi, ed avendo ottenuto il permesso dai superiori di far loro tutto il bene che avesse potuto, raccoglieva abbondanti limosine e le distribuiva loro. Provvide a molte povere fanciulle pericolanti e venne in soccorso di tutte le famiglie desolate e bisognose. Spendeva le domeniche e le feste negli ospedali, procurando loro non poca vettovaglia in tempo di carestia. L’amore ai poveri nasceva in lui dall’amore ardente a Gesù Cristo, il quale vuole essere servito negli infelici e si protesta di riconoscere fatto a se stesso il bene prodigato ai miseri. Ne aveva sempre il nome dolcissimo sulle labbra; e non lo pronunciava mai senza versare lacrime di gioia e di tenerezza. Serviva ogni giorno la prima Messa con un’aria così devota e raccolta da sembrare un serafino e da muovere a devozione tutti gli astanti. Nei primi anni comunicavasi tre volte la settimana; ma negli ultimi quindici anni della sua vita accostatasi ogni giorno alla sacra mensa con trasporti si accesi di amore, che alle volte non poteva terminare il “Confiteor”. La tenerezza verso l’incomparabile Madre di Dio Maria SS., non fu certamente inferiore. Digiunava in pane ed acqua tutte le vigilie delle sue feste, e dal sei di Luglio fino al giorno dell’Assunzione praticava una quaresima a suo onore. Le recitava sovente il santo rosario, raccomandandosi a Lei in tutti i suoi bisogni con fiducia filiale; ed otteneva favori distinti e grazie segnalatissime per sé e per gli altri. Una notte gli apparve Maria , sfolgorante di luce e di bellezza e gli pose tra le braccia il bambino Gesù Felice poté stringerlo al seno, serrare il cuore al suo, per ascoltare i palpiti misteriosi di carità, coprirlo di baci e di carezze, mentre era inondato da un torrente di gioia.

La sua umiltà era cosi profonda ed il concetto che nutriva di se medesimo così basso, che riconosciuto universalmente in Roma per santo, rispettato ed onorato dal popolo, dai principi, dai cardinali e dai papi, non poteva comprendere come fosse sofferto nella religione e non venisse vilipeso da ognuno per le vie della città. Aveva stretta una grande amicizia con S. Filippo Neri, fondatore della Congregazione dell’Oratorio. E quelle due anime elette si facevano parte l’un l’altro delle grazie che ricevevano dal Signore e s’infiammavano a vicenda nel santo amore. I loro complimenti e saluti erano particolari. Qualunque volta s’imbattevano per le strade di Roma, fra Felice diceva al Neri. «Desidero che il fuoco dell’amore di Dio vi divori fino alle midolla delle ossa». «Ed io» rispondeva Filippo, «prego Dio che le fiamme beate della carità riducano in cenere il vostro corpo». Era tanta la brama di patire e di morire per Gesù Cristo, che si desideravano a vicenda le ruote, le caldaie bollenti, le battiture, gli aculei, e gli altri tormenti che i martiri avevano sofferto. Tutta la sua vita, quantunque distratta e passata fra le vie alla questua, non fu che un esercizio continuo di orazione. Gli fu domandato un giorno come mai, fra il tumulto del popolo e fra tanti diversi oggetti, potesse stare sempre alla presenza divina, «E qual difficoltà vi può essere mai? Rispose frate Felice. Forse v’è creatura alcuna sulla terra che non ci possa sollevare a Dio se lo vogliamo?». Siccome era solito passare la maggior parte della notte in chiesa, così volle un Padre vedere che mai vi facesse. Lo vide in piedi in mezzo alla chiesa con le braccia distese in forma di croce e come in estasi, dicendo con voce accompagnata da sospiri e dalle lacrime: «Signore vi raccomando questo popolo e soprattutto i nostri benefattori; misericordia, o gran Dio, misericordia di me povero peccatore». Indi tacque; e rimase colle braccia sempre tese in forma di croce cogli occhi verso l’altare, per ben tre ore, immobile come una statua. Che meraviglie passavano allora in quell’anima serafica? Nessuno lo poté sapere, ma certamente egli godeva estasi beate e teneva ineffabili colloqui col cielo.

Volendo Iddio purificare la sua virtù ed aumentare i suoi meriti, nel fine della vita gli mandò una colica crudele che egli tollerò sempre con serenità di volto. Il medico lo interrogò perché non pronunciasse i nomi Gesù e di Maria per essere liberato da quegli spasimi, ed il santo rispose. «Troppo amo me stesso per privami del merito di questi dolori». Prevedendo vicina la morte, si licenziò dai suoi cari benefattori e nel porsi definitivamente a letto, disse, celiando: «La bestia da carico (così egli era solito chiamare il suo corpo) è caduta e non sarà più in grado di alzarsi».

Nei 18 giorni che sopravvisse,fu rapito da una dolcissima estasi; e gli occhi suoi erano sempre fissi su di un oggetto da lui solo veduto. I trasporti di amore e di gioia e le sue braccia tese verso quella parte, diedero motivo ad un Padre di domandargli perché si agitasse. «Ah! Non vedete, gli disse, la mia cara Madre, la santa Vergine, accompagnata dagli Angeli santi, che mi ricolma di allegrezza?». Spirò soavemente nel bacio del Signore nel 1587 in età di 72 anni. I numerosi miracoli che operò, determinarono ben presto i Sommi Pontefici a decretargli gli onori degli altari. Fu dichiarato beato da Urbano VIII l’anno 1625, e santo da Clemente XI l’anno 1712. L’umile cappuccino questuante ripete a tutti che si può diventare santi, anche negli impieghi più bassi e tra le agitazioni ed i tumulti delle faccende. Egli raggiunse la perfezione, vivendo la più parte della sua vita nelle strade della città in cerca dell’elemosina per i suoi confratelli. Volere è potere, e chi vuole si fa santo. La compagnia di Gesù ebbe eziandio un umile coadiutore spagnolo che si fece santo nel basso ufficio di portinaio, Alfonso Rodriguez. È un’altra prova della grande verità, che si può diventar perfetti in qualunque stato.

S. Liduvina

CAPO XII
S. Liduvina inferma
per ben trent’otto anni

S. Liduvina si può a buon diritto chiamare il Giobbe del nuovo Testamento, per il numero di dolori che soffrì nel suo corpo e per l’invitta pazienza con cui li tollerò, benedicendo sempre il Signore. Giacque per trent’otto anni inferma su di un povero lettuccio di paglia, sempre immobile, colpita da ogni infermità umana e colle membra tutte martirizzate da un male tutto particolare. Nacque nella cittadella di Sciedam nell’Olanda l’anno 1380 da poveri ma virtuosissimi genitori, e la sua infanzia fu caratterizzata da una devozione tenerissima verso la gloriosa Madre di Dio Maria SS. Giunta all’età da marito, fu tosto domandata in sposa da nobili giovani, per la sua avvenenza e per le virtù luminose di cui andava adorna. Ma la buona verginella, che aveva già scelto in sposo l’amante divino rifiutò ogni partito per quanto vantaggioso; e per togliere ogni speranza al mondo pregò il Signore di levarle le bellezze corporali e di renderla deforme così da essere fuggita da ogni persona. Gesù l’esaudì. All’età di sedici anni, mentre giocava sdrucciolando sul ghiaccio, fu urtata violentemente da una compagna e gettata a terra. In quella caduta le si ruppe una costola del fianco destro; e da allora in poi fu in preda a tutte le infermità che l’assalirono da ogni parte. Le medicine non solo non poterono sollevarla, ma non fecero che accrescerle i mali. Non poteva né dormire, né mangiare, né bere, e Dio la sosteneva miracolosamente in vita per santificarla coi patimenti e renderla un modello di perfetta pazienza. Le si formò una postema nelle viscere e le uscivano dal ventre moltissimi vermi da una fistola. Nei primi tre anni della malattia poteva trascinarsi carponi o sulle grucce; ma poi giacque sempre a letto immobile in posizione supina in una camera bassa e più simile ad una prigione, senza poter muovere che il braccio sinistro e la testa. Aveva il braccio destro e le spalle bruciate dal fuoco di S. Antonio, che la consumava fino alle ossa, il capo trafitto da dolori pungenti a guisa di chiodi, un occhio cieco e l’altro mezzo spento, sì che non poteva tollerare la luce del sole, le labbra profondamente divise fino al mento. Dalla bocca, dal naso, dalle orecchie,e dagli occhi gettava grande quantità di sangue da destar stupore in tutti i medici. Il polmone destro le andò in consunzione e cosi il fegato; ed era per di più assalita dal male della pietra e da ogni sorta di febbre terzana , quartana, etica, affinché non vi fosse né una vena né un nervo,in tutto il suo corpo, che non venisse tormentato da particolare dolore. In tale stato di vita, o piuttosto in questa morte continua, Santa Liduvina passò trent’otto anni povera, sola, abbandonata; e non avendo nessuno a cui rivolgersi, se non il Signore, che l’affliggeva e che solo poteva consolarla. Iddio le mandò un venerabile sacerdote, che le dichiarò come essa riceverebbe nessun’altra consolazione in questa vita, che nella continua meditazione degli amari dolori che il Figliol di Dio sopportò per i nostri peccati sopra la croce. La esortò inoltre a pensare spesso ai tormenti che i santi martiri avevano sofferto per amore di Gesù Cristo. Le portò il santissimo Sacramento dell’Eucarestia e nel porgerglielo le disse: «Io vi ho esortata a riflettere incessantemente alla passione di Gesù Cristo ; ora viene a visitarvi Egli stesso ed a colmarvi di ogni consolazione». La santa all’udire tali parole pianse teneramente; e da allora in poi fece suo cibo quotidiano la meditazione dei dolori dell’Uomo Dio, accendendosi di tanto ardore per i patimenti, che domandava sempre accrescimento ai suoi mali, per meritare grazia ai poveri peccatori ed alle anime sante del Purgatorio delle quali era devotissima Nel tempo del contagio che imperò in quel paese, supplicò nostro Signore di ritirare la sua collera dal suo popolo e di punirla in sua vece.

La carità di Liduvina non era minore della pazienza. Avendole la madre lasciato alcuni mobili, essa li vendette e ne diede il danaro ai poveri; e lo stesso faceva delle limosine e delle offerte che le venivano dalle persone caritatevoli. Margherita contessa d’Olanda andò a vederla e fu stupita in una tale povertà e in un tale abbandono del mondo, tanti tesori e tanti doni del cielo; e quella cameretta le parve più bella della sua reggia.

Era una cosa della più alta ammirazione vedere una donna crocifissa con Gesù sul Calvario, circondata da pungenti spine, saziata di dolori, trascurare se stessa per non pensare che alle necessità altrui. Nostro Signore approvò con molti miracoli la sua carità squisita. Aveva una borsa che dava sempre denari per i suoi poverelli senza mai vuotarsi. In un inverno, un quarto di vacca ed un pugno di piselli si moltiplicarono prodigiosamente si che poté distribuire carne e legumi per tutta la stagione ai bisognosi due volte la settimana. Era molto umile e considerava i suoi piccoli falli come grandi, sottomettendosi al giudizio di ognuno e desiderando di venir obliata e disprezzata. Aveva una cognata in casa di pessimo umore, di carattere astioso, che alle volte pareva una vipera e la faceva soffrire non poco con i suoi mali trattamenti. Interrogata come potesse soffrire quella furia: «È per correggerla, disse, colla pazienza, e perché tal sorta di persone danno materia alla pratica della virtù a quelli che ne hanno bisogno. Ed è pure per timore che non entrino in una più grande furia».

Non bisogna meravigliarsi se Liduvina coglieva delle rose in mezzo alle spine, né della sua contentezza nelle pene e nei dolori, perché essa era molto favorita da Dio. Viveva in continua famigliarità ed in dolce conversazione col suo Angelo custode che le appariva sovente e la rallegrava col suo celeste sorriso, discacciando le tenebre dal suo cuore afflitto. Diceva essa medesima che i più gran tormenti le erano leggeri, e che più non li sentiva, appena vedeva la faccia dell’Angelo custode. Oltre al suo le comparivano molti altri spiriti celesti in forma umana, rivestiti di luce e di bellezza ineffabile; ed essa parlava loro come a fratelli, li chiamava per nome e sapeva di chi fossero protettori. Nostro Signore medesimo la favoriva di sue visite e le impresse nel corpo le cinque stimmate, rendendole però invisibili allo sguardo umano,come già a S. Caterina da Siena. Liduvina fu molto afflitta per morte di uno dei suoi congiunti; e quel dolore troppo eccessivo le fece perdere in parte le consolazioni divine. Un sant’uomo avendone avuto rivelazione, la avvertì di quell’imperfezione, affinché si emendasse e conformasse più perfettamente la sua volontà alla divina. Piagata da capo a piedi, colpita da tutte le infermità umane, sempre immobile nel suo lettuccio esercitava un apostolato fecondissimo tra le persone che andavano a visitarla, esortando tutti alla pratica delle virtù cristiane. Ebbe il dono della profezia, dei miracoli, e leggeva nelle coscienze, conoscendo le disposizioni interne delle anime. L’Angelo custode la conduceva spesso a visitare i luoghi santi della Palestina, i santuari di Roma e molte chiese della Cristianità. Discendeva sovente nell’inferno e al Purgatorio e liberava molte anime purganti, soffrendo essa in loro vece. Le infermità crescevano cogli anni. Negli ultimi tempi della sua vita patì l’epilessia, l’apoplessia, la perdita della ragione e soprattutto il mal della pietra, che doveva condurla alla tomba. Ebbe rivelazione del giorno e dell’ora della sua morte, e per prepararsi domandò perdono a tutti gli astanti, se mai li avesse offesi in qualsiasi modo. Tre dì avanti il suo felice transito, fu visitata da Gesù Cristo stesso, il quale le amministrò l’estrema unzione, assistito da Maria SS. E da numeroso corteggio di santi ed angeli, lasciando nella stanza una fragranza di paradiso sentita da tutti i domestici. Di poi si accrebbe a dismisura il mal della pietra e le vennero vomiti violenti; ed il terzo giorno di Pasqua spirò placidamente nel bacio del Signore in età di anni 53. Molti ebbero rivelazione dell’entrata della sua anima in cielo e della gloria immensa meritata con trent’otto anni di lento martirio e di agonia non interrotta. Quel corpo benedetto, deforme e pieno di piaghe, divenne sano senza alcuna imperfezione e spirante un olezzo soavissimo, quasi fosse ripieno di essenze odorose. Fu trovato avvolto in un cilicio di crine, il quale servì a cacciare i demoni dal corpo degli ossessi. I numerosi miracoli che si operarono attorno al sepolcro di lei, le meritarono gli onori degli altari.

La Santa Vergine Olandese invita tutti i cristiani e soprattutto gli ammalati a farsi santi in mezzo ai dolori ed alle pene con cui Dio intreccia la vita, e dimostra chiaramente il nostro assunto, che cioè chi vuole può diventar perfetto in qualunque stato o condizione si trovi.

CAPO XIII
Un santo a 18 anni, ossia S. Stanislao Kostka

Stanislao Kostka si fece santo in tenera età, e dimostra all’evidenza quanto possa una volontà risoluta, soccorsa dalla grazia onnipotente. Nacque in Polonia da famiglia senatoria verso la metà del secolo decimosesto, e fin dall’infanzia, ebbe per maestro nella vita spirituale lo Spirito Santo, che gli insegnò i segreti soavi dell’orazione. Sentiva tale orrore all’impurità, che, udendo discorsi meno onesti, sveniva e cadeva di colpo al suolo.

Mandato a studiare nella città di Vienna col fratello Paolo, non conosceva che la via della scuola e della chiesa, lasciando agli altri la strada dei teatri e degli spettacoli. Costretto ad abitare nella casa di un luterano, e fatto segno a crudeli persecuzioni, per la sua vita innocente, oppose una dolcezza inalterabile e tenne saldo a fuggire i divertimenti ed il vivere molle per praticare la virtù e le più austere mortificazioni. Le minacce e le percosse spietate del fratello libertino, gli amari rimproveri ed i sarcasmi del maggiordomo degenere,e le beffe dei compagni non facevano che accrescere il suo amore per il ritiro, la preghiera e la mortificazione. Si alzava dopo la mezzanotte a meditare e a flagellarsi a sangue, passava molte ore dinanzi al SS. Sacramento, e nutriva una tenerissima devozione a Maria SS. Sua dolcissima Madre; in cui onore componeva molti lavori letterari. Visitato da Dio con una malattia mortale, gli apparve il demonio in forma di un terribile mastino, ed egli lo pose in fuga per ben tre volte col segno augusto di Santa Croce. Venendogli negato il viatico, fu comunicato miracolosamente dagli angeli, per intercessione di S. Barbara, di cui era molto devoto. Finalmente gli apparve la SS. Vergine, che gli lasciò tra le braccia il Divino Infante, affinché lo accarezzasse e lo stringesse al seno, facendogli gustare istanti di paradiso; lo guarì miracolosamente e gli fece comando di entrare nella Compagnia di Gesù. Il santo giovanetto che aveva allora da sedici a diciassette anni, non essendo stato ricevuto dai Padri di Vienna, fuggì travestito da pellegrino per seguire la divina chiamata; e Dio protesse la sua fuga gloriosa con evidenti prodigi. Cammino facendo, essendo entrato per sbaglio in una chiesa luterana, venne comunicato dagli angeli per la seconda volta. Fu accolto a Dilinga dal padre Canisio, e dopo qualche tempo di prova fu mandato a Roma, insieme con altri due religiosi, per evitare le ricerche del padre. San Francesco Borgia lo accettò nel noviziato, ove volò come aquila sopra tutti per orazione, umiltà, amore a Dio e al prossimo. Nella preghiera non provava distrazione alcuna e sentiva tali impeti di amor divino, che lo facevano languire, e si doveva refrigerargli il petto con pannolini inzuppati di acqua fredda. Nutrì sempre un tenero amore verso Maria, ed interrogato una volta se l’amasse, rispose con un’aria di Serafino: «Se l’amo! Essa è mia Madre!», e nel suo volto si dipinsero le gioie del paradiso. Dopo appena dieci mesi di noviziato, domandò ed ottenne la grazia di morire per l’Assunta, al fine di contemplare il trionfo di Maria nell’anniversario di quella solennità lassù nel cielo. Al mattino del 15 agosto gli apparve raggiante di luce e di amore la sua dolcissima Madre celeste, accompagnata da un coro di vergini beati,per condurre la sua anima beata in paradiso.

Stanislao aveva allora 18 anni. Accanto al giovane polacco dobbiamo collocare San Luigi e San Giovanni Berchmans, che arrivarono alla più alta perfezione in giovanissima età.

Questo sublime ternario di giovani santi sono una prova evidente ed irrefragabile di quanto diciamo, che cioè la perfezione può essere acquistata da tutti in qualunque età e condizione. Quale fu mai il segreto della loro sublime riuscita? Non altro che questo: vollero fermamente farsi santi e corrisposero con fedeltà alla grazia. E perché non imiteremo anche noi i loro luminosi esempi? Noi che abbiamo gli stessi aiuti, gli stessi sacramenti, fonti inesauribili di grazie Risolviamoci una buona volta, usciamo dalla nostra tiepidezza, scuotiamo la nostra inerzia, e diamoci davvero alla pratica della virtù.

CAPO XIV
Potenza sovrana della grazia

S. Stanislao, S. Luigi Gonzaga e S. Giovanni Berchmans conservarono sempre l’innocenza battesimale e non ebbero a lottare contro abiti inveterati e contro cattive abitudini. E quindi, potrà dire alcuno, per essi a virtù fu più facile e la strada del paradiso assai comoda .

Ma, rispondo io, nella Chiesa vi sono moltissimi altri santi , che si fecero tali, dopo una vita peccaminosa. Anzi sono più numerosi quelli che camminarono per la via della penitenza; e noi ne citeremo alcuni dei principali, affine di incoraggiare la nostra debolezza e di animarci nelle lotte che dobbiamo sostenere contro le passioni.

Osservate la Maddalena. Povera infelice! È divenuta lo scandalo della Giudea, uno strumento di seduzione diabolica, ed ogni giorno si avanza nella via dell’iniquità. Spende le sue ricchezze ingenti in festini ed in balli e nel procurarsi vani abbigliamenti onde sedurre gli uomini. Per essere più libera e non sentire rimproveri, ha lasciato il pio fratello Lazzaro e la buona sorella Marta in Betania, e si e ritirata da sola nel castello di Magdalo. Applaudita da una turba di adulatori, e sciolto il freno di ogni dissolutezza, calpesta la legge di Dio e di Mosè, ed è divenuta oggetto di scandalo a tutta la sinagoga. La tradizione per darci un’idea della sua vita sciagurata, dice che era invasa da sette demoni, simbolo dei sette vizi capitali, che tenevano schiava la povera la sua povera anima. La donna quando si mette per la via del peccato, diventa peggiore dell’uomo; e rovina un numero maggiore di anime. Ma Dio voleva mostrare in lei i tesori della sua infinita misericordia, insegnare ai peccatori la confidenza nella sua bontà, sempre pronto ad accoglierli, se pentiti ritornano al suo seno paterno, e l’arrestò sulla via dell’inferno. In quei giorni il Divin Redentore percorreva le contrade della Palestina, predicando ed annunciando la buona novella e mostrando grande tenerezza per i peccatori. Maddalena fu presa da curiosità di udire il Messia; e quell’anima divina, quella dolcezza ineffabile, quella parola di unzione celeste le rubò il cuore. Tocca dalla grazia, calpestando ogni riguardo umano, prese un vaso di unguento e corse a casa del fariseo per domandare perdono a Gesù; e non osando mirarlo in faccia, gli si gettò ai piedi glieli lavò colle sue lacrime, asciugandoli coi capelli e profumandoli col balsamo prezioso. Il fariseo ne fu scandalizzato e disse fra sé: «Se costui fosse profeta, saprebbe che la donna è una grande peccatrice e lo scandalo della Giudea». Ma Gesù, leggendo in cuore al fariseo, prese pubblicamente le difese di Maddalena, lodandola ed annunciandole che le venivano rimessi i peccati, perché si era pentita ed aveva amato molto. Maddalena da quel giorno non pensò più che a riparare gli scandali e ad amare il Divin Redentore con tutto il trasporto del suo cuore. Ma chi può descrivere le lotte che dovette sostenere con se stessa, colle sue male inclinazioni e cogli abiti cattivi formati? Non saranno certo mancate le beffe del mondo che tanto aveva amato, i sarcasmi della gente e le tentazioni dello spirito infernale. Ma fu perseverante nelle sue risoluzioni e volle fermamente farsi santa, seguendo gli insegnamenti del Divin Redentore. Divenne così affezionata a Gesù, che ospitatolo in casa, dimenticò le faccende domestiche, per restare prostrata ai suoi piedi ed ascoltarne la parola divina, eleggendo la parte migliore e lasciando che Marta si affannasse a provvedere il cibo. Gesù ricompensò il suo amore risuscitandole il fratello Lazzaro già chiuso nella tomba ; e le diede la forza di seguirlo in tutta la passione fino al Calvario, insieme alla sua Santissima Madre. Dopo la Risurrezione, le apparve per consolarla nel suo immenso dolore e la benedisse insieme ai discepoli e alle pie donne nel salire al cielo dall’Oliveto. Presa dai Giudei col fratello e la sorella, fu posta in un nave sdrucita senza vela e timone ed abbandonata alle onde del Mediterraneo. Dio fece approdare il vascello a Marsiglia, e Maddalena si ritirò in una grotta, per fare penitenza e fare vita contemplativa, mentre Lazzaro fu consacrato vescovo in quella città e Marta fondò un convento di pie vergini. Colà visse trent’anni, piangendo la vita passata, digiunando mortificandosi e pregando assiduamente. Le lagrime lavarono i peccati commessi e resero così bella e cara a Dio la sua anima, che veniva sollevata dagli angeli sette volte il dì in cielo a cantar le lodi divine. Maria Maddalena divenne il tipo del peccatore penitente che si converte a Dio; e con l’aiuto della sua grazia lottando contro le passioni arrivò a una grande santità. Tutti i peccatori possono imitare i suoi esempi; e Dio è sempre pronto a concedere ad ogni penitente le medesime grazie, i medesimi aiuti, per sollevarlo ad un’eminente perfezione. Ma richiede la nostra cooperazione e l’obbedienza agli impulsi della sua grazia.

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Proseguiamo a narrare altri esempi che inspirino coraggio alla nostra debolezza. Il secolo quarto vide una novella Maddalena in Taide. La madre l’accarezzò, assecondando i suoi capricci e lodando la sua bellezza; e la figlia le prese la mano andando al di la di ogni previsione. A poco a poco divenne lo scandalo della città di Alessandria. Si era acquistato un palazzo mobiliato con gran lusso, ove dava balli e festini alla gente dissoluta. Molti venivano spesso a duello fra di loro per sua cagione lasciando sovente la vita e dando origine a odi interminabili tra le vari famiglie. Quanti caddero nell’inferno per cagione di Taide! Quanti perdettero onore, patrimonio e sanità, per assecondare le sue voglie sfrenate!

Giunse la fama delle sue dissolutezze e della rovina di tante anime all’orecchio dell’abate Pafnuzio, il quale pianse amaramente le offese che si facevano a sua Divina Maestà, e pregò per quella disgraziata. Dio gli ispirò di tentarne la conversione. Detto, fatto. Si veste da gran signore, riempie la borsa di monete e corre in Alessandria all’abitazione di lei. Ammesso alla presenza di Taide, le dona tutto l’oro che aveva e le propone di ritirarsi in luogo da non essere veduti da persona. Condotto in vari gabinetti segreti, il santo abate non si mostrò mai contento, allegando che colà erano sempre osservati. Allora la disgraziata capì che lo sconosciuto alludeva alla presenza divina, cui non si potevano sottrarre, e Pafnuzio, presa l’occasione, le fece una severa ammonizione, dimostrando l’enormità delle sue colpe. La grazia penetrò in quel cuore e lo convertì. Taide fece portare tutti i mobili preziosi, le vesti, gli ori e gli argenti frutto delle sue iniquità, sulla piazza pubblica, e li bruciò alla vista di tutti, domandando perdono degli scandali dati. Vestita di un sacco andò nel deserto, e fu rinchiusa da Pafnuzio in una cella solitaria, lungi da ogni consorzio umano, a piangere le sue enormi colpe. Nel licenziarsi dall’abate le domandò come doveva fare orazione. E quegli per tenerla umile: «Tu non sei degna, le rispose, di pronunciare il nome adorabile di Dio e perciò dirai: “Tu che mi creasti abbi misericordia di me”». In quella grotta Taide passò tre anni, versando torrenti di lacrime per lavare i suoi peccati ed impetrare misericordia da Dio. Orribili furono le tentazioni che ebbe a soffrire, atroce la lotta che le mossero i cattivi abiti acquistati nella vita scandalosa; ma trionfò con l’aiuto della grazia e s’innalzò ad un grado sublime di perfezione. Che non può la grazia quando trova un cuore docile ed una volontà risoluta ad amare il Signore?

Dopo tre anni di penitenze, di digiuni, di orazione non interrotta e di atti continui di umiltà, morì consumata dagli ardori della carità; volò in cielo a ricevere la corona acquisita. S. Paolo, il semplice, ebbe rivelazione del grado sublime di gloria meritata con le sue lacrime; e mentre credeva che quello fosse il posto del suo illustre maestro S. Antonio, gli fu detto invece che era il seggio di Taide penitente.

O tu che leggi queste pagine; in qualunque abisso di iniquità sia precipitato, non perdere la fiducia in Dio. Tu puoi arrestarti sulla via dell’inferno, ritornare indietro e salire ad una grande perfezione. Dio è pronto a concederti gli stessi aiuti che a Taide ed a farti santo, purché tu lo voglia, ed obbedisca alle ispirazioni della sua grazia. Coraggio adunque e confidenza.

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S. Maria Egiziaca è pure un trionfo della misericordia divina ed un esempio caro ai penitenti. Nacque in Egitto, all’età di dodici anni fuggì dalla casa paterna per andare in Alessandria a darsi in braccio ai più gravi disordini. Per diciassette anni fu in preda ad ogni sorta di peccati, trascinando nella perdizione un gran numero di anime incaute, e non cercando altra ricompensa ai suoi peccati che il peccato stesso. Un giorno vide una gran folla di gente che si imbarcava sul mare; e chiestane la cagione, seppe che andava peregrinando a Gerusalemme per la festa dell’esaltazione di Santa Croce. Le venne desiderio di recarsi colà. Arrivata a Gerusalemme, fece per entrare in chiesa; ma si sentì respinta da una forza invisibile tutte le volte che rinnovò il tentativo. Non ci volle di più per capire come la sua vita scandalosa le proibiva l’entrata; e tocca dalla grazia cominciò a versare torrenti di lacrime. Alzati a caso gli occhi, vide un’immagine della Madonna dipinta su di un muro sulla piazza; e si ricordò che è il rifugio dei peccatori e la madre di misericordia. Le si raccomandò con grande fervore, domandandole la grazia di entrare in chiesa a venerare la Santa Croce, promettendo di riparare la vita passata e di far penitenza. Poté allora penetrare nel tempio; e dopo aver fatto le sue devozioni, ispirata da Dio, passò il Giordano e s’internò nel deserto per cominciare una vita santa. Passò quarantasette anni senza mai vedere creatura umana, cibandosi di radici e di erbe, sempre dedita all’orazione, alle penitenze ed a piangere le sue colpe enormi. Per i primi diciassette anni parve che l’inferno tutto si scatenasse contro di lei per farla indietreggiare, suscitandole terribili tentazioni e battaglie spaventevoli. Le sue passioni per tant’anni accarezzate si rivoltavano, la sua mente era sempre piena delle cose passate, ed il demonio le suggeriva pensieri di disperazione, rappresentandole l’enormità delle colpe commesse. L’arma a cui ricorreva era la preghiera e l’invocazione di Maria SS., rifugio dei poveri peccatori. A questo modo trionfò delle arti dello spirito dell’abisso, vinse le cattive abitudini, e giunse ad un alto grado di perfezione. Negli ultimi anni di vita, Dio mandò il santo abate Zosimo sulle sue tracce, affinché venisse a saperne le virtù eroiche e le facesse conoscere al mondo. Zosimo ebbe eziandio rivelazione della gloria immensa che acquistò Maria colle lacrime e penitenze; e non finì per tutta la sua vita di magnificare il Signore, il Quale è così buono da dimenticare tante iniquità e sollevare un’anima dal lezzo dei peccati alla più alta perfezione.

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S. Pelagia compie quel sublime ternario di penitenti, che il secolo quarto e quinto ebbero tanto da ammirare. Nella città di Antiochia si era radunato un sinodo di vescovi per trattare i bisogni delle chiese, e tra essi spiccava S. Nonno, vescovo di Edessa. Stando un giorno fuori della basilica di S. Giuliano martire, vide passare Pelagia, sopra un cavallo riccamente bardato, con grande accompagnamento di servi e serve. S. Nonno contro il suo costume le tenne dietro con l’occhio finché scomparve in capo alla via; e poi, voltandosi ai suoi disse piangendo amaramente: «Più si studia quella disgraziata di piacere al mondo che noi a Dio!». Ritiratosi in camera, fece lunga orazione per quell’infelice, domandandone la conversione. Dio lo esaudì. Pelagia nella domenica seguente fu presa dalla curiosità di andare in chiesa, ove udì S. Nonno predicare con tanta forza sulla bruttezza del peccato e sui rigori della giustizia divina che ne fu atterrita. Domandò pubblicamente perdono degli scandali dati, distribuì ai poveri i denari e gli averi, e ricevette il santo battesimo e gli altri sacramenti colle più devote disposizioni. Indi partì da Antiochia e si recò in abito da penitente a Gerusalemme, sul monte degli ulivi, a rinchiudersi in una cella sotto il nome di Pelagia. Colà passo il resto dei suoi giorni nelle penitenze più austere, nel digiuno non interrotto, nel pianto dei suoi peccati e nella meditazione delle verità eterne. Ebbe a soffrire gli assalti più furiosi del demonio, adirato di quella conversione; ma trionfò per mezzo dell’umiltà e della confidenza in Dio. Dal continuo piangere le sue colpe, aveva quasi perduta la vista; e per le penitenze austere ed i digiuni era diventata come uno scheletro coperto di pelle e di poca carne. Dio la visitava con le sue delizie celesti, rallegrandola di visioni soavi e di ineffabili colloqui. Spirò placidamente nel bacio del Signore, ed ottenne una gloria grandissima in cielo, onde esercitò sempre una materna protezione per le anime penitenti.

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La vita di S. Agostino ci rappresenta l’esempio di un uomo invischiato nei vizi, che si converte, e con l’aiuto della grazia arriva ad una perfezione eminente. Nacque in Tagaste, città dell’Africa nel 354 da Patrizio uomo ancora gentile e da Monica fervente cristiana. Le cure affettuose della madre non fecero alcun frutto nel cuore di Agostino. Dotato di ingegno sveglio e profondo, gonfio del proprio sapere, si dava in braccio alle passioni sregolate, camminando per la via del vizio. Nelle Confessioni egli ha descritto più colle lacrime che colle parole, i suoi traviamenti, e confessa di aver bevuto fino alla feccia il calice avvelenato di Babilonia e di aver gustato ogni sorta di piaceri illeciti. Tagaste e poi Cartagine furono scandalizzate dalla sua vita dissoluta, che faceva uno strano contrasto colla grandezza del suo genio e colla vastità e nobiltà delle sue cognizioni. Per colmo di sventura cadde nell’eresia di Mani, e così alla corruzione del cuore si congiunsero i traviamenti della mente. La povera madre, vedendo inutili gli avvisi e le suppliche, non faceva che piangere e pregare sul figlio prodigo per impetrarne il ravvedimento. Fu allora che un santo vescovo, al sapere le sue preci ed i suoi gemiti, pronunciò quelle parole che rimasero celebri, e che passarono di generazione in generazione a confortare tante madri desolate: « È impossibile che il figlio di tante lacrime perisca». Per non sentire più i rimproveri della genitrice, Agostino si imbarca a sua insaputa per l’Italia e si stabilisce a Roma per insegnare lettere.

S. Ambrogio a S. Barbara

 

Poco dopo viene mandato nella città di Milano, ove la madre coraggiosa lo raggiunge, per tenerlo d’occhio e profittare di tutte le occasioni onde trarlo dalla via dell’iniquità. Il glorioso vescovo e dottore S. Ambrogio fu lo strumento di cui Dio si servì per cominciare la sua conversione. Agostino lottò lungo tempo contro le sue passioni ed i cattivi abiti fatti, e fu più volte sul punto di spezzare le catene vergognose che lo tenevano legato, ma non si sentiva il coraggio. Finalmente con l’aiuto della grazia trionfò e decise di cominciare una vita nuova, ispirata ai consigli evangelici. Dopo lunga preparazione, ricevette il santo battesimo e nell’effusione del cuore intonò con S. Ambrogio il “Te Deum”, che divenne in seguito l’inno di trionfo e del ringraziamento per tutti i secoli cristiani. Passò poscia in Africa ove fu ordinato sacerdote e poi vescovo di Ippona, illuminando, a guisa di sole, L’Africa e la Chiesa tutta colla sapienza dei suoi scritti e la santità della sua vita. Quello che mi preme di far notare si è la lotta continua, perseverante, che sostenne in tutta la vita colle cattive inclinazioni acquistate. Quante lacrime non gli costò la castità! Nelle Confessioni egli descrive gli sforzi, le precauzioni,le penitenze, le veglie, le lacrime con cui acquistò la perfezione evangelica. Ma volle, sempre volle, fortissimamente volle; e riuscì con l’aiuto della grazia a vincere tutti i cattivi abiti ed innalzare un altro edificio di santità su tante rovine di peccati e di perverse consuetudini.

Se anche noi conduciamo la vita dissoluta di Agostino, imitiamolo nella conversione, e seguendo i suoi esempi e con l’aiuto del Signore diventeremo santi.

In tempi più vicini, Dio mandò a conforto dei peccatori un’altra Maddalena, Santa Margherita da Cortona. Nacque nel castello di Laviano, nella diocesi di Chiusi, in Toscana, nel 1248, da poveri genitori che vivevano col lavoro dei campi. Margherita perdette la madre a sette anni; e priva di sostegno e di guida, aprì ben presto il cuore alle seduzioni del mondo, perduta dietro i piaceri e divenne una figlia sciagurata di Babilonia. Disprezzo gli avvisi del padre; e per essere libera e padrona di se stessa fuggì di casa e si ritirò con un giovane nobile e ricco a Monte Pulciano, conducendo la vita più cattiva che si possa immaginare. Dopo nove anni di peccati, di iniquità e di scandali un terribile avvenimento le aperse gli occhi, e la fece rientrare in se stessa. Il compagno della sua cattiva vita partì per non so quale affare e non ritornò al giorno convenuto. Margherita cominciò ad impensierirsi ed a temere qualche sventura; quando una sera vide entrare il cane, latrando pietosamente e mettersi a tirarla coi denti per le vesti, quasi volesse farla uscire di casa. Margherita assecondò quel tentativo e gli tenne dietro. Il cane la conduce per una foresta ai piedi di una grossa quercia; e colà vede con raccapriccio il suo disgraziato amico, crivellato di ferite e già mezzo putrefatto. Svenne Margherita dal dolore, e ritornata in se stessa, illuminata dalla grazia, decise di mutar vita ed evitare l’inferno verso cui si incamminava. Andò alla casa paterna a domandar perdono al padre; ma la matrigna non la volle più vedere e la cacciò fuori con sdegno. Allora la giovane penitente si ritirò in Cortona e vestì l’abito del terz’ordine di S. Francesco. La conversione fu perfetta, e la sua vita divenne un prodigio di mortificazione e di umiltà da essere di esempio alle religiose più provette.

L’amor divino ne trasformò il cuore e consumò tutto ciò che v’era di umano e d’imperfetto, per renderlo degna abitazione dello Sposo Celeste.

Per risarcire in qualche modo allo scandalo dato a Laviano, si recò con una corda al collo nella chiesa durante gli uffici divini un giorno di festa; e domandò pubblicamente perdono a tutti dei suoi traviamenti. Non ebbe altro letto fino alla morte che la nuda terra ed una pietra per capezzale. Si lacerava il corpo con disciplina fino a sangue più volte al giorno; e passava buona parte della notte in orazione e nel piangere le sue colpe. Ed era tanto il dolore che ne concepiva dinanzi al Crocifisso, che alle volte agonizzava e pareva avesse a morirne. Si considerava sempre come un oggetto di orrore e di maledizione, e per farle cosa gradita non v’era che disprezzarla e caricarla di ingiurie e villanie. Domandò più volte il permesso d’andare per la città con una fune al collo a pubblicare le sue iniquità, affine di essere vilipesa da ognuno.

Gesù, per confortarla nelle terribili tentazioni che ebbe a patire, le fece più volte udire la sua voce, chiamandola dapprima poverella, ma dopo molti anni di penitenze e lacrime l’appellò col dolce nome di figliuola.

D’allora in poi cominciò ad inebriarla di celesti delizie, poiché la sua anima era diventata bella come una colomba e candida più che la neve. Volava come aquila alla contemplazione, godeva della visione dell’Angelo custode e di altri spiriti celesti ed anche della presenza del Divin Redentore, ed operava molti miracoli. Dopo 25 anni di vita penitente, più angelica che umana, fu chiamata alle nozze eterne dell’Agnello il 22 Febbraio del 1297. Numerosi miracoli si operarono al suo sepolcro ed il suo corpo si conserva incorrotto per mostrare quanto Dio onori la penitenza.

Tutti questi esempi dimostrano quanto possa la grazia, quando trova un cuore docile ed una volontà risoluta e decisa di praticare il bene. La grazia di dio può sollevare in poco tempo un’anima ad una grande perfezione. Il buon Ladrone si fece santo nell’estrema agonia; ed in quelle poche ore di vita acquistò una gloria eterna e meriti immensi, perché fu fedele alle sue ispirazioni. Diciamo dunque anche noi: «Se S. Agostino, S. Taide, S. Maria Egiziaca, S. Pelagia e S. Maria Maddalena si fecero santi, cominciando in età avanzata, e quando i cattivi abiti e le passioni assecondate rendevano più difficile la virtù, perché non potremmo anche noi? Si isti et illae, cur non ego?». Se abbiamo imitato il figliol prodigo, facciamo presto il ritorno alla casa paterna, ove saremo accolti con grande festa, e rallegreremo gli Angeli del cielo. Dio è pronto a perdonarci, a dimenticare il passato, a purificare la nostra anima, ed a concederci le stesse grazie che alla Maddalena ed a S. Agostino. coraggio adunque e confidenza. Volere è potere e se vogliamo possiamo farci santi.

CAPO XV
La santità nel secolo decimonono

Alcuni pensano, che la santità sia un fiore sbocciato nell’infanzia e nell’adolescenza del Cristianesimo e nei tempi pieni di fede del Medio Evo, e che sia impossibile nel nostro secolo. Vedono con raccapriccio l’imperversare dell’iniquità, il crescere degli errori, il moltiplicarsi delle lotte contro la Chiesa; e subiscono l’influsso perverso dell’ambiente, dicendo pieni di sfiducia, che non si può praticare la perfezione evangelica in una società corrotta. È un pregiudizio assai funesto, che ritrae molte anime dalla via della santità, e licenzia molti a trascurare la religione, per assecondare le tendenze malvagie del mondo. Il secolo decimonono fu fecondo di santi al pari dei secoli del Medio Evo; che anzi col crescere dell’empietà e degli sforzi di Satana, Dio aumenta eziandio i buoni esempi e le anime sante che oppongono un argine a tante iniquità. Non possiamo ancora citare i nomi, perché molti sono ancora viventi ed altri da poco discesero nella tomba, e la chiesa non ha ancora cominciato il suo giudizio.

Ma la Storia chiamerà ad esame il nostro secolo, che ora si dibatte nelle angosce estreme delle agonie, e dovrà constatare, che se molti furono gli empii seguaci di Lucifero, molti furono eziandio i santi. La Chiesa ebbe nel nostro secolo i suoi apostoli, i suoi confessori i suoi taumaturghi ed i suoi martiri, che versarono il sangue per la fede sulle spiagge della Cina, del Tonchino e di altre regioni infedeli. Forse che Dio, la sua grazia ed i suoi sacramenti hanno cambiato e perduto la loro efficacia sovrana? Forse che Gesù Cristo non è più colla Chiesa deludendo la promessa di essere con Lei fino alla fine dei secoli? Forse che potranno prevalere le porte dell’Inferno?

Persuadiamoci adunque che la santità è possibile nel nostro secolo del pari che nei primi tempi del cristianesimo e nella età del Medio Evo. Abbiamo sempre a nostra disposizione i santi sacramenti, fonte inesauribile di grazia, ed i meriti del Sangue preziosissimo di Gesù Cristo, per arricchire la nostra povertà e la nostra miseria. Mutino pure i tempi e gli uomini, cambino pure gli usi ed i costumi: Dio e la sua religione sono immutabili e non vanno soggetti a vicissitudini. I cattivi esempi che abbiamo sott’occhio, la superbia dei malvagi , le apostasie dei re e dei popoli ci devono spronare alla santità, affine di riparare l’onore divino e consolare il Cuore di Gesù colla nostra vita perfetta. Noi dobbiamo dispiegare quell’attività, nell’acquisto delle virtù che dimostrano i mondani nel procurarsi ricchezze ed onori terreni. Oggi dobbiamo rinnovare i nostri propositi, far conto che tutto il passato sia un nulla, e dire con Davide: «Adesso comincio ad amare il Dio mio».

Prendiamo pure una mira sublime e concepiamo pensieri e desideri grandi di amare Dio con amore perfetto. Non è superbia o presunzione contemplare la santità di S. Francesco di Assisi; di S. Luigi Gonzaga, di S. Geltrude e di altri eroi del Cristianesimo. Gesù Cristo ci ha dato come esemplare, come meta, come centro a cui tendere, la perfezione del suo Eterno Padre, facendoci comando espresso di metterci sulle tracce e raggiungerla. S. Paolo esortava tutti i cristiani a imitare i suoi esempi che erano quelli del Divin Redentore. Dio ama i cuori generosi e le anime bramose di grandi opere per la sua gloria e li aiuta in modo speciale con grazie efficaci.

Il demonio ci tenta di pusillanimità e di scoraggiamento, suggerendoci che è impossibile farci santi perché siamo troppo deboli, troppo miserabili.

Ma noi rispondiamo che tutto è possibile con l’aiuto della grazia. Omnia possum in eo qui me confortat. (Tutte le cose mi sono possibili in colui che è mio conforto). (Fil. 4,13).

Colla grazia deboli fanciulle, imberbi giovanetti sopportarono i tormenti più atroci, per confessare la fede ed ottennero la palma del martirio. Colla grazia, S. Lorenzo sofferse un fuoco lento che gli abbrustolì tutte le membra e contò per nulla quegli spasimi atroci; colla grazia S. Bartolomeo patì il tormento terribile di essere scorticato vivo. E non potremo anche noi farci santi colla medesima grazia che rende l’uomo onnipotente? Sì, ci faremo, se vorremo fermamente.

Volere è potere, e chi vuole si fa santo.

A. M. D. G.