STORIA SACRA - TERZA PARTE
EPOCA QUARTA

EPOCA QUARTA

Dall’uscita degli Ebrei dall’Egitto, l’anno 2513, fino alla fondazione del tempio di Salomone, l’anno 2993: racchiude anni 480.

CAPO I

Gli Ebrei escono dall’Egitto. La colonna di nube. – Faraone insegue gli Ebrei. – Passaggio del mar Rosso. Faraone sommerso. – Acque amare raddolcite. La Manna. – Acqua prodigiosa. – Vittoria sopra gli Amaleciti. Giudici del popolo.

Gli Ebrei escono dall’Egitto. La colonna di nube. – Trecento quindici anni dacché Giacobbe era andato nell’Egitto, dopo tanti segni della protezione divina il popolo Ebreo ora fatto libero dalla schiavitù di Faraone, e glorioso camminava verso il mar Rosso, ossia golfo Arabico. Era in numero di seicento mila uomini atti alle armi, senza contare le donne, i vecchi ed i fanciulli. All’uscir dall’Egitto una prodigiosa nube lo precedeva segnando la strada. Di giorno pareva una densa nebbia che difendeva gli Ebrei dagli ardori del sole; di notte prendeva la forma di fiammeggiante meteora, che spandeva luce sui loro passi. Essa indicava la direzione del cammino, il tempo del fermarsi e del muoversi. Giunto Mosè sulla spiaggia del mar Rosso, pose frammezzo a due montagne i suoi allog­giamenti.

Faraone insegue gli Ebrei. – Partitisi gli Ebrei dall’Egitto, Faraone si pentì di averli lasciati in libertà, e allestito colla massima prestezza un numeroso esercito, egli stesso si pose alla testa co’ suoi ufficiali e si affrettò di raggiungerli in quella valle, dove si erano accampati. Era notte, e gli Ebrei da ogni banda si trovavano chiuso il passo, perciocché, serrati nella gola di due montagne, avevano il mare in faccia, ed alle spalle il nemico. Furono tutti ricolmi di terrore, e per disperazione già si ribellavano contro Mosè; quando egli, fermo nella confidenza in Dio: Non temete, disse loro, il Signore combatterà per noi. La colonna di nube dalla parte degli Ebrei era tutta risplendente, da quella degli Egiziani diffondevasi in dense tenebre, sicché questi non potevano accostarsi a quelli durante la notte.

Fig. 16 - Il passaggio del Mar Rosso

Fig. 16 - Il passaggio del Mar Rosso

 

Passaggio del Mar Rosso. Faraone sommerso. – Iddio liberò il suo popolo nella maniera più prodigiosa. Mosè, giusta il divino comando, batte colla verga le acque del mare, ed ecco in un attimo le acque dividersi ed alzarsi come due mura a destra e a sinistra, lasciando frammezzo largo passaggio, che da un caldo e forte vento viene interamente asciugato. Gli Ebrei, alla vista di una via sì inaspettata e prodigiosa, coi loro armenti entrano con franchezza per quel vasto letto, e felicemente passano all’altra sponda.

Faraone, che si era avanzato, mirando sì bella strada, col suo esercito insegue gli Ebrei fin dentro il mare; ma appena sono essi in salvo, Mosè per ordine di Dio ripercuote colla verga le onde ed improvvisamente escono di mezzo dalla prodigiosa colonna lampi e tuoni, che colpiscono gli Egizi, rovesciano i loro carri; le acque sospese, ritornano con fracasso spaventavate nel luogo primiero, coprono e sommergono il re, i cavalieri, i cavalli e i carri; l’esercito viene affatto distrutto ed ogni cosa seppellita negli abissi, per guisa che neppur uno poté scampare. Allora Mosè compose un celebre cantico, che tutti lietamente cantarono in ringraziamento a Dio pel grande prodigio in loro favore operato. Indi, lasciate le spiagge del mar Rosso, s’incamminarono per un deserto immenso dell’Arabia, dove vagarono per quarant’anni prima di poter entrare nella terra promessa. (A. del m. 2513).

Acque amare raddolcite. La manna. – Iddio operò in questo deserto molti e luminosi miracoli a favore degli Ebrei. Giunti essi in una parte di quel deserto appellato Sur, che era un’immensa solitudine del tutto sterile, cominciarono a mormorare contro di Mosè per l’amarezza delle acque, che niuno poteva bere. Iddio allora additò un legno, il quale, immerso nelle medesime, le fece divenire dolci e potabili.

Si consumarono anche le provvigioni, e già cominciava a sentirsi la fame. Ma dove trovare alimento per tante migliaia di persone? Io, disse il Signore, farò discendere dal cielo il vostro nutrimento. Un bel mattino gli Ebrei videro la terra coperta di uno strato di rugiada insolita, composta d’innumerabile quantità di sottili e minuti granellini bianchi come la brina, aventi ogni grato sapore. Che cosa è questo? dimandavansi l’un l’altro stupefatti. Ecco, rispose Mosè, questo è il pane che il Signore vi dona per nutrimento. Tutti si diedero a raccoglierne, e ciascuno ne serbava tale porzione che bastasse pel bisogno del giorno; il di più imputridiva. Soltanto nel sabato si conservava, imperciocché volendo Iddio che quel giorno fosse tutto a lui consacrato ed impiegato in opere di religione, non faceva cadere la manna; perciò ciascuno ne raccoglieva il doppio al venerdì. Tutto il tempo in cui gli Ebrei vissero nel deserto, il Signore li nutrì con questo cibo nomato manna, dalla parola Ebraica man–ku, che significa: che cosa è questo? Tale parola proferirono gli Ebrei la prima volta che la videro.

La manna è figura della SS. Eucaristia, la quale conforta l’uomo a camminare nel deserto di questo mondo alla volta della vera terra promessa, che è il cielo.

Acqua prodigiosa. – Dopo lungo tratto di strada mancarono di nuovo le acque. Mosè per divino comando, alla presenza di tutto il popolo, percosse con la sua verga una pietra, e tosto ne scaturirono acque abbondanti, colle quali ognuno poté dissetarsi. Di queste acque gli Ebrei si servirono per quarant’anni.

Vittoria sopra gli Amaleciti. Giudici del popolo. – Quasi nello stesso luogo gli Amaleciti discendenti di Esaù, i quali abitavano nei luoghi vicini, vennero a contendere il passaggio agli Israeliti e cominciarono ad assalire quelli, cui la stanchezza tenea indietro dal grosso dell’esercito. Mosè allora impose a Giosuè di andare incontro a’ nemici colle sue genti, ed egli con Aronne ed Ur ascese il monte per impetrare l’aiuto del Signore. Fino a tanto che Mosè pregava con le mani alzate, Giosuè vinceva: quando per istanchezza le abbassava, vincevano gli Amaleciti. La qual cosa vedendo Aronne ed Ur, fecero sedere Mosè sopra un sasso, ed eglino postisi dall’uno e dall’altro canto gli sostennero le braccia fino a sera. Così gli Amaleciti furono interamente rotti e dispersi.

Disceso poi Mosè dal monte, ed osservato che egli solo non poteva decidere le controversie di tanta moltitudine, seguì il consiglio di Jetro suo suocero, e trascelse uomini pieni di senno e timorati di Dio, i quali costituì giudici nelle cause ordinarie, riserbate a sé le cose di maggior rilievo.

Fig. 17 - Il Signore consegna a Mosè le tavole della legge

Fig. 17 - Il Signore consegna a Mosè
le tavole della legge

CAPO II

Monte Sinai. Decalogo. – Il vitello d’oro. Tavole della Legge. – Tabernacolo. Arca dell’Alleanza. – Sacrifizi e feste degli Ebrei. – Ministri dei divin culto. – Castigo dei fuoco. Sepolcri della concupiscenza. – Esploratori della Terra promessa. – Ribellione e castigo di Core, Datan e Abiron. – Verga di Aronne. Il serpente di bronzo. – Il bestemmiatore e il profanatore delle feste punito. – Balaamo. – Ultime azioni di Mosè. – Sua morte.

Monte Sinai. Decalogo. – Giunti gli Ebrei alle radici di un alto monte dell’Arabia detto Sinai, Iddio ordinò a Mosè che al terzo giorno al suonar delle trombe radunasse tutto il popolo a piè della montagna per intendere i precetti che darebbe, ed egli solo ascendesse sulla vetta. Intanto ognuno con sacre cerimonie e con digiuni si preparasse a quella grande solennità detta Pentecoste, ossia cinquantesimo giorno dopo l’uscita del popolo dall’Egitto. Al mattino del terzo giorno incominciano a rimbombare i tuoni e balenare i lampi; una nube densissima copre la cima del monte. Odesi pur di lassù un orribile fragor di trombe, e tra le fiamme, tra i lampi Iddio si fa udire. Fattosi quindi improvviso e profondo silenzio, maestosamente parla così: Io sono il Signore Iddio tuo e non avrai altro Dio avanti di me. Non nominare il nome del tuo Dio invano. Santifica il sabato (il giorno festivo). Onora il tuo padre e la madre affinché tu abbia lunga vita sopra la terra. Non ammazzare. Non fornicare. Non rubare. Non dire il falso testimonio. Non desiderare la persona d’altri. Non desiderare la roba del prossimo tuo.

Il popolo tutto tremante esclamò: Noi faremo quanto il Signore ci ha detto. Questi ordini dati da Dio a Mosè formano quella legge, che noi appelliamo Decalogo; vale a dire dieci comandamenti, i quali racchiudono in compendio tutti i pre­cetti della nostra santa Religione. Gli Ebrei celebrarono ogni anno la solennità della Pentecoste, in memoria della discesa del Signore sul monte Sinai per dare la legge al suo popolo. I cristiani celebrano la medesima solennità in memoria della discesa dello Spirito Santo per compiere la legge antica e riem­pire i fedeli dei suoi doni celesti.

Il vitello d’oro. Tavole della legge. – A tanti celesti favori il popolo Ebreo corrispose colla più mostruosa ingratitudine. Mosè, per apprendere da Dio tutte le cose necessarie al governo del suo popolo, si fermò sul Sinai quaranta giorni. Gl’Israeliti, annoiati di questo ritardo, corsero ad Aronne e gli dissero: Orsù, fanne degli Dei che ci guidino nel cammino, perché Mosè più non ritorna, e noi non sappiamo che sia di lui. Aronne temendo le minacce, accondiscese, e fattisi portare gli orecchini d’oro delle donne, li fuse e ne fabbricò un vitello, cui gli Ebrei con sacrifizi, con feste e con bagordi si posero ad adorare. Mirò Iddio la loro perversità e disse a Mosè: Scendi, ha peccato Israele, egli è veramente ingrato, lascia che il mio furore si accenda e lo distrugga. Mosè pregò il Signore che avesse pietà del suo popolo, e ne fu esaudito.

Intanto discese dal monte portando due tavole di pietra, su cui il Signore per mano di un angelo aveva scritto i precetti del Decalogo. Veduti i tripudii che si facevano intorno al vitello d’oro, nell’impeto di giusto sdegno gittò a terra le due tavole e le ruppe, riputando indegno di tanto favore chi aveva commesso sì enorme peccato. Indi rimproverò acremente Aronne, e contro del vitello avventandosi lo spezzò, lo ridusse in polvere, cui disperse nelle acque che bevevano i figli d’Israele; poscia gridò: Chi è col Signore si unisca con me. Si radunarono intorno a lui tutti i Leviti, i quali a’ suoi comandi si scagliarono contro i delinquenti ostinati e ne uccisero circa ventitrè mila. Il popolo allora, confuso ed atterrito si pentì, pianse amaramente il suo peccato ed il Signore ne ebbe pietà. (A. del m. 2513).

Tavole della legge. Tabernacolo Arca dell’alleanza. – Placatosi Iddio chiamò nuovamente Mosè sul monte, ove rimase altri quaranta giorni, e, ricevute due altre tavole della legge, ritornò nel campo. Ivi apparve nuova meraviglia. Tutti videro in fronte a Mosè due raggi così risplendenti, che più non si poteva rimirare in faccia. Laonde da quel tempo in poi, quando parlava al popolo per ispiegare la volontà del Signore si velava la faccia.

A schiarimento della storia è bene notare che fino a questo tempo gli Ebrei, essendo in continuo pellegrinaggio, non avevano potuto fissare alcun luogo per radunarsi e adorare il Signore. Quando volevano solennemente ringraziarlo di qualche benefizio, prendevano delle pietre o della legna, facevano una specie di altare e sopra di questo offerivano sacrifizi. Ma volendo Iddio che il suo popolo avesse un luogo, rito e cerimonie, onde i suoi ministri gli rendessero un culto esterno, pubblico e regolare, ordinò a Mosè che fabbricasse un tabernacolo. Esso era un tempietto fatto a guisa di padiglione portatile. Mosè propose al popolo di concorrere con qualche offerta alla costruzione del medesimo. Ognuno offerì spontaneamente quel che aveva di più prezioso in oro, in argento ed in altri metalli, in gemme e vestimenta. Con queste offerte fabbricossi il tabernacolo, l’arca dell’alleanza (entro cui si chiusero le tavole della legge), i vasi sacri, il candelabro, la mensa, e quanto abbisognava pel divino servizio.

Terminate queste cose, venne fatto un solenne sacrifizio al Signore, il quale in segno di gradimento fece scendere dal cielo una risplendente nube, che coprì tutto il tabernacolo. Ovunque andavano gli Ebrei portavano sempre seco il tabernacolo intorno al quale solevansi radunare per ascoltare gli ordini che Mosè dava loro in nome di Dio, per celebrare le solennità e compiere i loro doveri religiosi. Il tabernacolo fu come il centro del culto del vero Dio fino alla costruzione del tempio di Salomone in Gerusalemme.

Sacrifizi e feste degli Ebrei. – Di due sorta erano i sacrifizi presso gli Ebrei: Cruenti, o sanguinosi, in cui immolavansi buoi, capre, pecore ed altri animali; Incruenti, o non sanguinosi, in cui si offerivano a Dio focacce, pane, vino ed altri commestibili o frutti della terra.

Le feste poi istituite da Mosè erano quattro: Pasqua e Pentecoste, di cui si è parlato, quella dei Tabernacoli e quella dell’Espiazione. La festa dei Tabernacoli celebravasi in memoria del soggiorno fatto dagli Ebrei nel deserto. Durava sette giorni in cui gli Ebrei dimoravano sotto tende campestri, ovvero frascati. La festa dell’Espiazione era un giorno di pubblica penitenza, in cui il Sommo Sacerdote offeriva a Dio un vitello pei suoi peccati, ed immolava un capro per espiare i peccati del popolo.

Ministri del divin culto. – Il primo ministro era il Sommo Sacerdote, ossia il Pontefice, da cui dipendevano tutti gli altri ministri inferiori. Mosè stesso consacrò Aronne Sommo Sacerdote, ungendolo con olio benedetto e vestendolo di sacri ornamenti. I semplici Sacerdoti. Questi furono i figli di Aronne ed i loro discendenti. Essi facevano a Dio sacrifizi ordinari. I Leviti. Sotto questo nome venivano tutti quelli che discendevano dalla tribù di Levi, i quali esercitavano nel tabernacolo, e più tardi nel tempio, le funzioni di ordine inferiore. Parimenti nella Chiesa Cattolica è stabilita una Gerarchia, di cui è capo il Sommo Pontefice, Vicario di G. C. Dopo lui e da lui dipendenti sono i Vescovi, i Sacerdoti, i diaconi e gli altri ministri inferiori.

Castigo del fuoco. Sepolcri della concupiscenza. – Correva già il terzo anno da che il Signore nutriva nel deserto il suo popolo colla manna. Benché essa fosse di squisito sapore, tuttavia venne a nausea a quel popolo infedele, che ricominciò le solite mormorazioni contro Dio e contro Mosè. Chi ci darà carni a mangiare? l’un l’altro dicevano: quanto erano buone le carni, le cipolle, i porri, i poponi (meloni), gli agli d’Egitto! Ora i nostri occhi non vedono se non questa nauseante manna. Iddio sdegnato mandò un fuoco, che incenerì una parte dell’esercito. Mosè pregò, e cessò il fuoco sterminatore.

Continuando poi gli Ebrei a dolersi, di non aver carne, il Signore fece comparire grandissima quantità di quaglie, che il popolo colse con avidità cibandosene ingordamente. Ma avevano ancora le carni fra’ denti, quando grande parte di que’ mormoratori, percossi da Dio, rimasero estinti. Colla loro sepoltura diedero a quel luogo il nome di Sepolcri della concupiscenza.

Esploratori della Terra promessa. – Mosè ebbe da Dio il comando di spedire dodici esploratori nella terra promessa, affinché riferissero quale fosse la natura del paese, e quale la forza degli abitanti. Fra costoro furono Giosuè e Caleb, ambidue molto stimati dal popolo per le loro virtù. Partirono essi per la Palestina, e visitarono tutti quei fertili paesi dal Signore promessi agli Ebrei. Per farne poi conoscere la prodigiosa fertilità, portarono seco alcuni prodotti, fra’ quali melagrane, fichi ed un grappolo d’uva, che posto attraverso di un bastone gravava le spalle a due uomini. Non dissimularono per altro il paese essere abitato da gente forte e guerriera. Gli altri dieci incominciarono a divulgare che i popoli di Canaan erano robusti, erano giganti invincibili, e che era impossibile abitare tra loro, perché la stessa terra divorava gli abitatori. Queste parole destarono tumulto in tutto il popolo, il quale già voleva eleggersi un altro capo e ritornare in Egitto. A ciò opponendosi Giosuè e Caleb, furono minacciati di lapidazione. Irritato grandemente Iddio da queste replicate mormorazioni, colpì di morte i dieci esploratori, e giurò che solamente Giosuè e Caleb entrerebbero nella Terra promessa; tutti quelli poi, i quali passassero i vent’anni, andrebbero per quarant’anni vagando nel deserto, e quivi i loro cadaveri sarebbero disfatti. Giudizio severo, ma giusto, e che rimase irrevocabile. (A. del m. 2514).

Ribellione e castigo di Core, Datan e Abiron. – Tre cospicui personaggi, chiamati Core, Datan e Abiron, avidi di primeggiare nel popolo, congiurarono contro di Mosè e di Aronne, calunniandoli di essersi usurpato il potere a danno degli altri. Duecentocinquanta altri presero parte alla ribellione. Costoro pretendevano di offrire incenso a Dio, uffizio sacerdotale stato affidato solamente ad Aronne e ai suoi discendenti. Mosè ciò saputo, ricorse a Dio, il quale disse: Comanda che il popolo si separi dalle tende di Core, Datan e Abiron. Tutti si separarono. Allora si aprì la terra sotto ai piedi dei ribelli, e li inghiottì vivi insieme con tutte le loro famiglie. Oltre a ciò, un fuoco disceso dal cielo divorò pure i 250, che coi turiboli in mano stavano offrendo l’incenso contro il volere di Dio.

Verga di Aronne. – Dio per far viemmeglio conoscere che voleva si avessero l’onore del sacerdozio Aronne e i suoi discendenti, parlò a Mosè e gli disse: Fatti dare una verga da ciascun capo delle tribù, e sopra scrivine il nome: la verga di Levi porterà il nome di Aronne. Tu le porrai nel tabernacolo dinanzi all’arca. La verga di colui che sarà eletto da me, domani sarà fiorita. Mosè eseguì il comando. Il dì seguente, entrato nel tabernacolo, trovò che la verga d’Aronne aveva gittato le gemme, messi i fiori ed aperte le foglie, già si formavano le mandorle. Allora tutto il popolo si persuase del volere di Dio, e si cessò dalle querele. La verga miracolosa fu riposta nell’Arca santa, e conservata sino alla distruzione del tempio di Salomone.

Il serpente di bronzo. – A questi fatti portentosi gli Ebrei avrebbero dovuto far senno: tuttavia non andò molto che si ribellarono di nuovo contro Mosè, lagnandosi che li aveva condotti fuori dell’Egitto, e mostrandosi nauseati della manna. In pena di queste mormorazioni il Signore mandò contro di essi dei serpenti velenosi, che mordendo i colpevoli ne fecero perire molti. Da quel flagello spaventati, ricorsero a Mosè, perché loro impetrasse misericordia. Vedendoli pentiti Iddio ordinò a Mosè formasse un grosso serpente di bronzo e lo esponesse in luogo alto per modo che dalla moltitudine potesse essere veduto, promettendo che chiunque morso dai serpenti avesse rimirato il serpente di bronzo, ne sarebbe tosto guarito. Con questo mezzo gli Israeliti furono liberati dal terribile flagello. Il serpente di bronzo era figura di G. C., il quale doveva essere innalzato in croce sul monte Calvario, e colla sua morte avrebbe salvato tutti quelli che in Lui avessero riposta speranza. (A. del m. 2552).

Il bestemmiatore e il profanatore delle feste punito. – Dopo aver Iddio dato esempio di terribile severità colla morte di Core, Datan e Abiron, ne diede due altri di rigorosa giustizia in mezzo al popolo. Mentre alcuni giudici litigavano fra loro, nel trasporto della collera uno di essi bestemmiò il santo nome del Signore. Condotto il colpevole davanti a Mosè, fu tosto consultato Dio intorno al castigo da infliggersi. Mosè ebbe in risposta, che fuori del campo il bestemmiatore fosse dal po­polo immantinente ucciso a colpi di pietra. Dopo quel fatto, Dio stabilì che in avvenire i bestemmiatori fossero dal popolo lapidati.

Altro esempio di grande severità accadde poco appresso in un profanatore del giorno festivo, nel quale poco prima Dio aveva proibita ogni opera servile. Era giorno di Sabato, quando fu trovato in campagna un uomo che raccoglieva paglie e ramoscelli per suo particolare bisogno. Condotto anch’egli a Mosè e ad Aronne, non sapevasi se per trasgressione, in apparenza tanto leggera, dovessero farlo morire. Consultarono il Signore e ne ricevettero per risposta che condotto fuori del campo fosse dal popolo lapidato. Esempio terribile per coloro che osano bestemmiare il santo nome del Signore, o profanare i giorni a lui consacrati. Gli stessi, o forse maggiori castighi, devonsi temere o nella vita presente o nella futura.

Balaamo. – Dopo tante pene sofferto da Mosè pel suo popolo, prima di morire ei doveva sperimentare quella dei falsi profeti. Di fatto trovandosi gli Ebrei accampati vicino ai Moabiti, Balac loro re ricorse a Balaamo offrendogli doni perché venisse a maledire il popolo d’Israele. Ma Dio gli vietò di recarsi a maledire un popolo che Egli stesso aveva benedetto. Ciò non di meno quel principe tornò ad inviare al profeta doni più copiosi. Lo sciagurato Balaamo, lusingato dalla preziosità dei doni, accondiscese. Ma nel cammino se gli fece avanti un angelo, senza che fosse veduto da Balaamo. Ben però lo vide l’asina sopra cui egli sedeva, e si fermò cadendo in presenza dell’angelo. E perché Balaamo la percuoteva per farla camminare, Iddio, come dice la Scrittura, aprì la bocca di quel giumento, che con miracolo singolare esclamò: Perché così ingiustamente mi batti? Nel tempo stesso Balaamo vide l’angelo, che si opponeva al suo viaggio e che minacciava di ucciderlo. Allora egli umiliandosi disse che era pronto a ritornarsene, se così l’angelo comandava. Ma questi gli permise di continuare il cammino, con patto di non dire se non quello che intenderebbe da Dio, come infatti egli fece. Imperocché per quanti sforzi Balac facesse per obbligarlo a maledire gli Israeliti, Iddio non permise mai che questi altro proferisse sopra gli Ebrei, se non benedizioni, avendo guidata la lingua a lui, come poco prima al suo giumento. Il timore nondimeno di perdere le ricompense che aspettava dal re, indusse lo sciagurato profeta a consigliare Balac che facesse venire tra gli Israeliti le donne di Madian, acciocché adorandone anch’essi le false divinità, offendessero Dio, e quindi Egli li desse in preda dei loro nemici. Funesto consiglio! Quelle femmine idolatre, guadagnando colle loro lusinghe gli Ebrei, li corruppero primieramente nell’anima e poi anche nel corpo. E così il falso profeta, che si spacciava per oracolo della Divinità, sarebbe stato la rovina del popolo di Dio, se Finees, vero ministro di Dio, con santo zelo non vi si fosse opposto. Vedendo esso un giudeo che peccava con una Madianita, trapassò ambidue colla spada, e con questo sacrifizio placò l’ira di Dio. Quel popolo, dice S. Ambrogio, fu con maggior maraviglia salvato da un solo sacerdote, che non era stato corrotto da un falso profeta, e la pietà dell’uno ebbe più forza che l’avarizia e gl’inganni dell’altro. (A. del m. 2553).

Ultime parole di Mosè al popolo. – Mosè guidò il popolo sin vicino alla Terra promessa, ma non vi entrò in pena di una leggera diffidenza. Imperocché mancando di acque gli Israeliti, ed ordinandogli Iddio di battere colla verga una pietra, egli dubitò un istante che Iddio volesse operare prodigio sì grande a favore di gente cotanto proterva, e la percosse due volte, come se una sola non avesse bastato. Per questo suo titubar nella fede, il Signore non gli permise più di entrare nella Terra promessa. Quando poi Dio rivelò a Mosè essergli vicina la morte, questi radunò tutti i figli d’Israele intorno al Tabernacolo, e, come buon padre, diresse loro queste parole: Voi vedete che sono prossimo a morire nel deserto, e che non passerò il Giordano: voi lo passerete per entrar al possesso della Terra santa, che il Signore vi promise. Siate sempre fedeli al vostro Dio, che vi diede tante prove di benevolenza e che operò a vostro favore tanti prodigi. Amate il Signore, ascoltate la sua voce, e adempite i suoi comandi. Se sarete a lui fedeli, vi benedirà; se trasgredirete la sua legge, cadranno sopra di voi gravi mali.

Quindi per ordine di Dio, costituito Giosuè suo successore, grandemente commosso nello spirito, diede a tutto Israele la sua paterna ed ultima benedizione.

Morte di Mosè. – Quest’uomo maraviglioso, gran santo, sommo profeta, insigne legislatore, operatore di strepitosi miracoli, dopo di aver molti anni tollerato insulti, calunnie, fatiche d’ogni genere pel suo popolo, giunse finalmente al termine di sua carriera mortale. Dio lo avvertì di salire sul monte Nebo. Colà gli comparve il Signore, e facendogli vedere tutte le bellezze della Terra promessa: Mira, gli disse, il paese che promisi ad Abramo, ad Isacco, a Giacobbe: tu lo hai potuto vedere cogli occhi tuoi, ma non vi entrerai. L’aspetto magnifico di così bel paese empì di vera gioia l’animo di Mosè che pensava alla felice sorte del suo popolo, il quale colà fermerebbe dimora. Di poi ringraziò il Signore dei grandi benefizi ricevuti, e colla speranza dell’eterna felicità tranquillamente nella pace dei giusti si addormentò in età di 120 anni. Il suo corpo fu dagli angeli seppellito in luogo sconosciuto fino ad oggi. (A. del m. 2553).

Mosè scrisse la Storia Sacra dalla creazione del mondo alla sua morte. Questa storia è divisa in cinque libretti detti Pentateuco, parola greca che vuoi dire opera di cinque volumi. Mosè è il più antico scrittore, di cui siansi conservate le opere, di modo che gli autori di Storie Sacre e profane devono ricorrere a lui per sapere la verità delle cose avvenute dalla creazione del mondo fino a quel tempo. Fra le varie cose scritte da Mosè è notevole la predizione di un profeta di gran lunga superiore a lui, il quale avrebbe fatto prodigi più grandi e più luminosi de’ suoi. Questo profeta straordinario è il Messia, ovvero Gesù Cristo.

CAPO III

Passaggio del Giordano. – Festività detta Terra promessa. – Caduta di Gerico. – Ingegnosa finzione dei Gabaoniti. – Fermata del sole. – Ultime azioni di Giosuè.

Passaggio del Giordano. – Mosè, vicino a morte, per comando di Dio aveva costituito Giosuè capo del popolo, con ordine di condurlo nella Terra promessa. Perciò gli Ebrei, dopo aver pianto per trenta giorni la morte del loro capitano e liberatore, si posero sotto la guida di Giosuè, che ebbe la gloria di condurli nella Terra promessa. Il Signore lo aveva accertato che, siccome era stato con Mosè, così sarebbe con lui. Sul principio del suo governo egli mandò banditori pel campo a significare, che ognuno si tenesse pronto alla partenza dopo tre giorni. Arrivati al fiume Giordano si trovarono in grande imbarazzo per traghettarlo, perché erano sprovveduti di navi in cui passare l’altra sponda; né potevano passare a guado, essendo esso assai profondo e scorrendo allora a pieno alveo. Di niente sbigottito Giosuè, riposta tutta la sua confidenza in Dio, comanda ai Sacerdoti che coll’Arca dell’alleanza camminino dinanzi al popolo, e che entrati nel fiume ivi si fermino. Appena ebbero essi toccato il fiume, le acque superiori con nuovo prodigio s’innalzarono a guisa di monte, e le inferiori continuando il loro corso lasciarono secco il letto. Così tutto il popolo a piede asciutto poté trapassare all’altra sponda. Per conservare la memoria di sì glorioso avvenimento, Giosuè ordinò che dal letto del fiume fossero tolte dodici grosse pietre e con quelle si erigesse un monumento nel luogo dove stettero i piedi dei Sacerdoti, i quali avevano portato l’Arca. Se i vostri figli, diceva al popolo, vi interrogheranno che significhi quel cumulo di sassi, voi risponderete: A piedi asciutti abbiamo passato questo fiume, e furono collocate queste pietre ad eterna memoria del fatto, affinché i posteri conoscano quanto sia grande la potenza del Signore. (A. del m. 2553).

Fertilità della Terra promessa. – La terra di Canaan, o Palestina, tante volte da Dio promessa ad Abramo ed a’ suoi discendenti, era un paese fertilissimo. Fonti e ruscelli discendevano dalle montagne e ne fecondavano le vallate; vi crescevano in copia l’orzo, il frumento; le viti, il melagrano, le ficaie la ornavano in ogni parte; l’olio, il miele si raccoglievano in grande quantità. La Sacra Scrittura, per esprimere l’abbondanza, dice che per questo paese scorrevano fiumi di latte e di miele. Passato il Giordano, appena gli Israeliti poterono gustare i frutti saporitissimi di quel paese, cessò la manna, la quale miracolosamente per 40 anni era loro piovuta dal cielo. Il deserto nel quale gli Ebrei vagarono 40 anni è figura del pellegrinaggio, che gli uomini fanno in questo mondo. La Terra promessa ci ricorda il paradiso dove nell’abbondanza d’ogni bene godremo e loderemo Dio in eterno. La cessazione della manna significa che in Cielo, colla pienezza del beni, godremo la presenza corporale di Gesù Cristo, non più sotto le specie del pane e del vino figurati nella manna, ma reale e materiale siccome quando Ei viveva mortale sopra la terra.

Fig. 18 - La caduta di Gerico

Fig. 18 - La caduta di Gerico

 

Caduta di Gerico . – Passato il Giordano, prima di giungere al possedimento della Terra promessa, dovevasi espugnare Gerico, castello assai fortificato e valorosamente difeso. Iddio, cui tutto riesce facile, disse a Giosuè: Io ho dato Gerico e i suoi abitanti alle vostre mani. Andate con tutto l’esercito, fate il giro intorno alla Città per sei giorni, e il settimo i Sacerdoti piglino sette trombe, e camminino innanzi all’Arca. Al sonar lungo e concitato tutto il popolo solleverà un alto grido, e Gerico rovinerà dalle fondamenta.

Gli ordini di Dio sono eseguiti: a guisa di numerosa processione si fa il giro di Gerico per sei giorni, il settimo si compie lo stesso giro sei volte, e sempre con profondo silenzio. Nell’ultimo giro, cominciando i Sacerdoti a sonar fortemente le trombe, tutto l’esercito manda un grido, e da ogni parte diroccano le mura della città, le torri cadono, ogni cosa è saccheggiata ed arsa. Solamente una donna di nome Raab colla sua famiglia fu salvata, perché erasi mostrata benefica verso gli Ebrei mandati da Giosuè ad esplorare quella città. Dopo sì prodigioso avvenimento tutti gli abitatori della Cananea erano sopraffatti da terrore all’avvicinarsi degli Ebrei.

Ingegnosa finzione dei Gabaoniti. – Alla nuova che gli Ebrei per divino comando sterminavano quanti loro si facevano incontro, gli abitanti di Gabaon, che era città distante circa quattro miglia da Gerusalemme, studiarono di evitare il comune sterminio con ingegnosa finzione. Facendo mostra di venire di lontano, con vesti e scarpe logore, otri e sacchi sdrusciti, pani secchi, tutti lordati di polvere, come avessero fatto lungo viaggio, presentaronsi a Giosuè chiedendo di avere con lui pace ed alleanza. Giosuè prestò fede a’ detti loro, e, credendo non fossero compresi fra le genti cui Dio aveva ordinato di sterminare, giurò di salvarli. Ma tre giorni dopo avendo saputo che il loro paese era vicinissimo, e non volendo mancare al fatto giuramento, risparmiò loro la vita, ma in pena della loro frode, li condannò a vettureggiare acqua e legna secondo il bisogno degli Ebrei.

Giosuè ferma il sole. Segnalata vittoria. – Il Re di Gerusalemme ed altri cinque Re unirono le loro genti per opporsi a Giosuè loro comun nemico. Giosuè corse ad assalirli e, attaccata fiera battaglia, pose in fuga l’esercito dei collegati. Il cielo stesso combatté in favore degli Ebrei facendo repentinamente piovere una terribile grandine di sassi, da cui i nemici furono in grande parte schiacciati. Molti tuttavia restavano ancora a vincersi, mentre la notte avrebbe recato gran vantaggio all’esercito nemico. Fu allora che Giosuè, vedendosi mancar il tempo per riportar compiuta vittoria, pieno di fiducia in Dio, in presenza dei figli d’Israele esclama ad alta voce: Fermati, o sole, e tu, o luna, non ti avanzare. Questi pianeti ubbidirono alla potenza divina invocata da Giosuè, e fermarono il loro corso per lo spazio di ventiquattr’ore, e non fu mai veduta una così lunga giornata né prima né poi. In quella i cinque Re furono presi ed uccisi, e quanti s’incontrarono dei nemici furono debellati e dispersi. Dopo questo fatto, niuno poté più resistere alla spada di Giosuè. Egli superò e, secondo gli ordini di Dio, mise a morte trentun Re, e in breve s’impadronì della terra, che cinquecento cinquant’anni prima il Signore aveva promessa ad Abramo e alla sua posterità.

Ultime azioni di Giosuè. – Divenuto possessore di sì fertile paese, Giosuè ne fece le parti a ciascuna tribù, indi convocò tutto il popolo nella campagna di Silo, dove collocato il tabernacolo e l’arca dell’alleanza, offerirono a Dio un solenne sacrifizio in rendimento di grazie per tanti favori che avevano da lui ricevuto.

Governò di poi Giosuè il popolo in pace, amato e venerato da tutti: e colmo di meriti e d’anni, conoscendosi vicino a morte, ricordò al popolo i benefizi che aveva da Dio ricevuto. All’ultimo fattosi promettere, che ognuno si sarebbe sempre mantenuto fedele al Signore, tranquillamente spirò in età d’anni 110. (A. del m. 2561).

CAPO IV

Gli Ebrei sotto ai Giudici. – Debora e Sisara. – Gedeone. – Sue vittorie. – Sua morte. Abimelecco. – Sacrifizio di Jefte.

Gli Ebrei sotto ai Giudici. – Dopo la morte di Giosuè, gli Ebrei per lo spazio di trecentoquarantotto anni non ebbero più capitano, ma furono governati da alcuni uomini più insigni, detti Giudici, i quali avevano incombenza di amministrare la giustizia e far osservare le leggi. Sotto a costoro gli Ebrei soggiacquero a molte vicende, ora prospere, ora avverse. Quando disprezzavano la divina legge, erano abbandonati nelle mani dei loro nemici, e fatti schiavi; ritornando a Dio, riacquistavano la perduta libertà.

Debora e Sisara. – Gli Ebrei avendo dimenticato i santi avvisi di Mosè e di Giosuè, il Signore li fece cadere nelle mani del Re de’ Cananei, che li trattò duramente per ben vent’anni. Dio per altro, come vide il suo popolo umiliato e pentito, volle liberarlo per mano di una donna di nome Debora. Guidata essa dallo spirito di profezia, si recò da un illustre generale chiamato Barac, dicendogli che Iddio lo eleggeva per debellare i nemici del suo popolo. Barac credette alla voce del Signore, e radunati in fretta dieci mila combattenti, marciò contro di Sisma capo delle truppe cananee. La battaglia si ingaggiò appiè del monte Tabor; Dio, nelle cui mani sono i destini degli uomini, mise tale spavento fra i Cananei, che in breve furono sbaragliati e messi in fuga.

Sisara, cercando scampo colla fuga, andò a nascondersi nella tenda di una donna ebrea chiamata Jaele. Preso ivi un poco di ristoro credendosi al sicuro si addormentò; ma Jaele con un lungo chiodo a forti colpi di martello gli traforò le tempia conficcandogli il capo in terra. Così il superbo Sisara, che voleva opprimere il popolo di Dio, per mano di una donna passò dal sonno alla morte. (A. del m. 2719).

Gedeone. – Ritornati i figliuoli d’Israele all’infedeltà il Signore li fece cadere nelle mani dei Madianiti, da cui furono trattati barbaramente, e privi spesso del necessario sostentamento. Ma essendosi umiliati, Iddio ebbe di loro pietà, e spedì un Angelo a Gedeone della tribù di Manasse, per manifestargli che lo aveva trascelto a liberare il suo popolo. Stava allora Gedeone occupato nell’aia col vaglio purgando il frumento, e, non potendosi immaginare che Dio volesse eleggere lui per quell’ardua impresa, pregò l’Angelo di volerlo assicurare con qualche prodigio. Ciò detto, andò a preparare un capretto con pane azimo per farne a Dio sacrificio. L’Angelo gli comandò che posasse la carne cotta su d’una pietra e vi versasse sopra il brodo. Fatto questo, l’Angelo stese la verga, che teneva in mano, e toccò quella carne, la quale sull’istante fu da un fuoco prodigioso consumata; quindi l’Angelo disparve. Gedeone rimase così atterrito, che credevasi di morire. Tuttavia volendo vieppiù accertarsi della sua missione, supplicò Iddio che si piacesse renderlo sicuro con questo altro miracolo; egli metterebbe nell’aia un vello, ovvero la lana di una pecora tosata, e Dio facesse cadere la rugiada in modo che il vello restasse bagnato e tutto il vicino terreno asciutto. Tal cosa avvenne come Gedeone aveva desiderato. Egli pregò ancora Iddio a fare altro miracolo opposto al primo, cioè che la rugiada, bagnando tutta la terra vicina, lasciasse asciutto il vello. In ciò parimenti Iddio lo compiacque. Accertato Gedeone che Dio lo mandava, ad altro più non pensò se non a mettere ad effetto gli ordini divini. Allestì un esercito di trenta mila uomini, e si mosse contro dei Madianiti, i quali in numero di trentacinquemila lo attendevano.

Fig. 19 - Gedeone con i trecento va all'assalto dei Madianiti

Fig. 19 - Gedeone con i trecento
va all'assalto dei Madianiti

 

Straordinaria vittoria. – Iddio, volendo attribuita la vittoria alla sua potenza e non alle forze dei soldati, ordinò a Gedeone di dar congedo a chiunque per timore volesse tornar indietro. Restarono soltanto dieci mila. Tal numero parve a Dio ancor troppo; perciò disse a Gedeone di condurre i suoi soldati ad una fontana, e che coloro soltanto con sè ritenesse, i quali, fatto conca della mano, lambissero l’acqua. Chi poi con maggior agio s’inginocchiasse a bere, venisse licenziato. I primi furono trecento. Con questi, soggiunse il Signore, tu vincerai i Madianiti.

Gedeone divise i suoi in tre schiere; diede a ciascuno una tromba ed una pentola di terra con dentro un lume nascosto, e li ammonì che ognuno facesse quanto egli stesso avrebbe fatto. Giunta la mezzanotte, Gedeone suona la tromba, spezza la pentola e la sua fiaccola accesa appare lucente. Tutti seguono il suo esempio, suonano le trombe, spezzano le pentole, e, fermi a’ loro posti, alzano ad un tratto il grido: La spada del Signore è la spada di Gedeone. A quello strepito, a quell’improvviso apparir di lumi si svegliano i Madianiti, e credendosi assaliti da grande esercito, si scompigliano; poi qua e là sbandati si danno alla fuga e nell’oscurità della notte, l’un l’altro non conoscendo, si feriscono a vicenda. Allora Gedeone co’ suoi piomba sul nemico, uccide chi incontra, insegue chi fugge. Tutti i Madianiti furono passati a fil di spada. Quanto mai è potente l’uomo quando segue i voleri di Dio! (A. del m. 2759).

Morte di Gedeone. Abimelecco. – Dopo questa memorabile vittoria, il popolo voleva crearsi re Gedeone; egli rifiutò dicendo che sopra Israele regnerebbe il Signore e ognuno dovesse a lui obbedire. Governò di poi felicemente gli Israeliti nove anni, e morì tranquillo in prospera vecchiaia, lasciando gran numero di figliuoli, tra cui il feroce Abimelecco, autore di molte barbarie. Fece questi trucidare sopra una pietra tutti i suoi fratelli, eccetto il più giovane, che fortunatamente fuggì. Riuscito a farsi acclamar Re, tiranneggiò il popolo per tre anni. Ma Iddio lo tolse di vita nel modo più umiliante, disponendo venisse ucciso con una pietra che una donna aveva scagliata dalla cima di alta torre. (A. del m. 2771).

Sacrifizio di Jefte. – Dopo la morte di Abimelecco, il comando de’ Giudei passò a Tola, di poi a Iair, cui succedette Jefte. Il governo di costui è segnalato da una guerra sostenuta contro gli Ammoniti. Trovandosi egli accampato in faccia ai nemici di gran lunga superiori in numero, volle assicurarsi della vittoria col voto di sacrificare a Dio quello di sua casa, che prima avrebbe incontrato ritornando dalla guerra. Andò, combatté, e la vittoria fu per lui. Ma quale non fu il suo cordoglio nel ritorno quando vide la propria figliuola, che cantando e danzando con altre zitelle, correvagli incontro per fargli festevole accoglienza! Si pentì del voto fatto inconsideratamente, ma era tardi. La figlia, saputa la promessa del padre, si offrì di buon grado ad essere sacrificata; domandò soltanto che le fosse dato di passare due mesi sulle montagne colle sue compagne, per piangere con esse la sua morte immatura. Trascorso quel tempo ella ritornò, ed il padre compì il suo voto. Questo fatto ci deve ammaestrare a non far voti, se non col consiglio di persone assennato, e a non fare mai né promesse né voti di cose incerte, o che non possano compiersi senza peccato, come appunto fu quello di Jefte. (A. del m. 2817).

CAPO V

Sansone. – Flagella i Filistei. – Vari tentativi per catturarlo. – È tradito da Dalila. – Sua morte. – Rut nel campo di Booz.

Sansone. – Sansone, uomo meraviglioso e di forza senza pari, fu suscitato da Dio a liberare gli Israeliti dalle oppressioni dei Filistei, nel cui potere Dio per le colpe loro li aveva abbandonati. Il primo esperimento della prodigiosa sua forza fu lo squarciare colle nude mani le mascelle di un leone, che sulla via eraglisi avventato per divorarlo. Flagellò in più guise i Filistei, perché ingiustamente opprimevano gli Israeliti.

Sansone flagella i Filistei. – Cominciò col prendere trecento volpi, legolle l’una all’altra per la coda, e nel mezzo della fune pose fiaccole accese, di poi lasciò andare quegli animali per le campagne nel tempo che le messi erano mature. Terribile fu l’incendio; le biade, le vigne, gli ulivi furono consumati dal fuoco. I Filistei come seppero essere Sansone autore di tanto guasto, chiesero agli Ebrei con minacce d’averlo nelle mani. Egli acconsentì di essere strettamente legato con due corde grosse e nuove, quindi condotto nel campo dei Filistei. Ma appena si trovò in mezzo ai nemici, sceso in lui il Divino spirito, ruppe in un tratto le funi, e con una mascella d’asino, a caso trovata colà, si avventò contro de’ nemici e ne uccise mille; sentendosi poi arso dalla sete ricorse al Signore, il quale, fatta scaturire lì dappresso una limpida fonte, lo ristorò. Dopo questo fatto Sansone fu riconosciuto per Giudice e difensore d’Israele. (A. del m. 2868).

Tentativi de’ Filistei contro Sansone. – Sansone governò vent’anni gl’Israeliti, ed ebbe molto a fare co’ Filistei, i quali si adoperarono in tutte le guise per farlo perire. Essendo un giorno entrato nella città di Gaza, i Filistei, com’ebbero osservato dov’egli albergava, lo circondarono d’uomini armati, e chiusero le porte della città con animo di ucciderlo al mattino, quando fosse per uscire. Venuta la mezzanotte, Sansone levossi di letto ed andò alla porta della città che trovò chiusa. Allora egli ne staccò ambe le imposte in un cogli stipiti e colle sbarre, e messasi ogni cosa sulle spalle, tutto portò in cima d’un monte vicino alla città, mostrando così ai Filistei quanto di loro si burlasse. Più volte diede prove di sua forza straordinaria, finché si stette con Dio; ma quando gli divenne infedele, perdette il suo vigore e fu tradito da una donna che lo consegnò nelle mani dei nemici.

Sansone tradito. – I Filistei promisero largo premio ad una donna chiamata Dalila, ove riuscisse a scoprire onde si derivasse la terribile gagliardia di Sansone. Per tre volte questi la ingannò, or dicendo che perderebbe la sua forza, se fosse legato con sette corde di nervi ancora umidi; or quando fosse avvinto con funi nuove; all’ultimo se con sette crini del suo capo attorti ad un chiodo. Ma allora che Dalila, fattane la prova, chiamava i Filistei perché lo catturassero, egli rompeva i suoi legami come altrettante fila di ragnateli. Quantunque tre volto tradito, tuttavia sconsigliato cedé alle rinnovate domande dell’iniqua donna, e le manifestò che la sua forza era riposta ne’ capelli, tagliati i quali, egli diverrebbe simile agli altri uomini.

La perfida aspetta ch’egli dorma, e, tosategli le sette ciocche in cui teneva spartiti i capelli, si mette a gridare: Sansone, ti sono addosso i Filistei. Egli si sveglia e tenta sciogliersi dai legami e trovasi senza forze, perché lo spirito del Signore si era da lui ritirato. I Filistei subito lo incatenano strettamente, gli cavano gli occhi, e lo chiudono in una prigione dannandolo a girare una mola da grano.

Fig. 20 - Morte di Sansone e dei Filistei

Fig. 20 - Morte di Sansone e dei Filistei

Morte di Sansone. – Sansone conobbe la mano di Dio che pei suoi peccati l’aveva percosso, e ne chiese umilmente perdono. Il Signore mosso a pietà di lui, col crescere della capellatura gli ridonò le primiere forze. Un giorno che i Filistei facevano solenne sacrifizio nel tempio di Dagon, vi condussero anche Sansone per prendersi giuoco di lui e farne trastullo dei fanciulli. Sansone stanco ed irritato dagli insulti e dalle beffe, domandò al fanciullo, che guidavalo per mano, di avvicinarlo alle due colonne le quali sostenevano il tempio, col pretesto di appoggiarsi e riposare alquanto. Come poté stringerle, invocò il divino aiuto e gridando: Muoia Sansone coi Filistei, le crollò, ed il tempio rovinò schiacciando Sansone con tremila Filistei. (A. del m. 2887).

Rut nel campo di Booz. – A questo medesimo tempo visse Rut, di nazione moabita, donna di gran virtù. Essa è molto lodata, perché non esitò di abbandonare patria e parenti per accompagnare Noemi sua suocera, in quella che dal paese de’ Moabiti recavasi in Betlemme stia patria. Era povera, e per il vitto andò a spigolare nel campo di un suo parente molto ricco, di nome Booz, e si mise dietro ai mietitori. Booz osservatane la modestia ed il contegno, ben lungi dallo sgridarla, raggiunse in segreto a’ suoi mietitori che a bello studio lasciassero cader delle spighe e permettessero a Rut di raccoglierle: che anzi Booz, fatto consapevole delle virtù e delle belle qualità di Rut, la sposò. Da questo maritaggio nacque Obed, e da Obed Isai, padre del Re Davide.

CAPO VI

Figli di Eli malvagi. – Samuele virtuoso. – Castigo di Eli e de’ suoi figli. – Dagon e l’Arca del Signore. – L’Arca in Betsames e in Gabaa. – Saulle primo Re d’Israele. – Sua infedeltà.

Figli di Eli malvagi. – Dopo la morte di Sansone si segnalò Eli, il quale fu giudice e sommo sacerdote, cioè governò il popolo nelle cose spirituali e nelle temporali. Egli aveva due figliuoli di nome Ofni e Finees, dedicati anch’essi al ministero del Tabernacolo. Figli di un buon padre, erano in tutto da lui dissomiglianti. Oltre il malcontento cagionato in privato, insultavano eziandio la gente che veniva nel tempio ad offerire sacrifizi al Signore, togliendo con violenza la porzione della vittima appartenente al popolo. Questi fatti spesso ripetuti tornavano di gravissimo scandalo, perché allontanavano gli uomini dagli esercizi di religione. Eli più fiate li riprese, ma fu troppo indulgente a non correggerli come conveniva; laonde il Signore decretò di castigare padre e figli, suscitando un altro pontefice che più fedelmente lo servisse.

Fig. 21 - Iddio parla al giovane Samuele

Fig. 21 - Iddio parla al giovane Samuele

 

Samuele virtuoso. – Il servo fedele destinato da Dio a sottentrare ad Eli nel sacerdozio fu Samuele, figlio di Anna e di Elcana della tribù di Effraimo. I suoi genitori lo presentarono ancor fanciullo al Sacerdote Eli, affinché fosse al Signore consacrato e a Lui solo servisse nel tempio durante la vita.

Il virtuoso Samuele, in ogni cosa obbediente, serviva all’altare con grande edificazione, né mai si lasciò sedurre dai cattivi esempi dei figli di Eli. Perciò ora caro a Dio ed agli uomini. Una notte, mentre dormiva, udì una voce che diceva: Samuele, Samuele. Non sapendo donde quelle parole venissero e parendogli di essere da Eli chiamato, si alzò e corse tosto a lui dicendo: Eccomi ai vostri ordini. A cui Eli: Non ti ho chiamato, figliuol mio, ritorna e dormi. Lo stesso avvenne tre volte. Eli soggiunse finalmente: Se di nuovo sarai chiamato, rispondi: «Parla, o Signore, perché il tuo servo ascolta». Come fecesi nuovamente udire la voce, Samuele disse: Parla, o Signore, perché il tuo servo ascolta. Allora Iddio: È giunto il tempo in cui io voglio castigare Eli co’ suoi figliuoli, perché egli sapeva la loro perversa condotta, e non li corresse efficacemente.

Come si fu giorno, Eli chiamò Samuele ed interrogollo così: Dimmi quanto ti ha rivelato il Signore, non celarmi cosa alcuna. Samuele stretto da questo comando gli fece ogni cosa manifesta.

Castigo di Eli e del suoi figliuoli. – Non andò molto che la minaccia divina si compì; imperciocché attaccata contro i Filistei una battaglia, gl’Israeliti ebbero la peggio. Trentaquattro mila rimasero estinti sul campo, fra cui i figli di Eli. L’Arca stessa dell’alleanza, oggetto di tanta venerazione presso gli Ebrei, rimase in potere de’ nemici. Uno sfuggito dalla zuffa corse a recarne il triste annunzio ad Eli, il quale udendolo cadde all’indietro dalla sedia, e dato del capo sul pavimento, miseramente morì. Il Signore anche in questa vita talvolta castiga i genitori indolenti, ed abbrevia la vita ai figliuoli indisciplinati. (A. del m. 2888).

Dagon e l’Arca del Signore. – Appena i Filistei ebbero tra loro l’Arca degli Ebrei, ne fecero gran festa, e trasportandola nella città Azoto, la collocarono in un maestoso tempio a canto dell’idolo Dagon, principale loro divinità. Ma Iddio fece presto vedere quale differenza passa tra Lui e i falsi dèi poiché il dì seguente trovarono Dagon rovesciato a terra a fianco dell’arca.

Corsero tosto i Filistei in aiuto del povero Dagon, e lo riposero nel luogo di prima. Se non che il dì seguente trovarono Dagon più mal concio del giorno innanzi. Di più, volendo far vedere Iddio quanto detestasse la sacrilega vicinanza dell’Arca a quella stupida divinità colpì quegli abitanti con vergognosa piaga. Ad un tempo fece uscire dalla terra una sterminata quantità di topi, i quali recavano molestia agli uomini e distruggevano tutti i frutti del suolo. Spaventati gli abitanti di Azoto da que’ flagelli, tolsero immediatamente l’arca dal tempio e la condussero in altre città; ma quella cagionava ovunque i medesimi disastri. Temendo i Filistei non forse li facesse tutti morire, convocarono i loro indovini per avere consiglio intorno a quanto si dovesse fare. Essi furono di parere, il Dio degli Ebrei aver mandato que’ flagelli, perché non voleva che l’arca dimorasse tra loro; si rimandasse l’arca e con essa una cassetta, in cui fossero poste cinque figure dei topi da cui erano stati molestati, e cinque figure delle piaghe sofferte.

L’arca in Betsames e in Gabaa. – I Filistei assentirono volentieri a quel consiglio. Preparato subito un carro nuovo, vi posero sopra l’arca colla cassetta dei donativi, e per tirarlo attaccarono due vacche, le quali avevano i vitelli piccoli. Ma quegli animali superando la tenerezza verso i loro parti, senza fermarsi in altro sito, difilato tiraron l’arca in Betsames, prima città di frontiera appartenente agli Ebrei. Accolsero con gioia i Betsamiti quel sacro deposito, ma soltanto per curiosità, non per divozione. Laondo il Signore li castigò facendone morire cinquantamila, solo perché avevano portato irriverente lo sguardo sopra l’arca del Signore. Spaventati i Betsamiti e temendo di essere tutti colti da morte, andavano esclamando: Chi può mai stare al cospetto della santità di questo Dio? A chi si consegnerà quest’arca, quando da noi si partirà? Quindi mandarono a pregare gli abitanti di Cariatiarim, che se la venissero a prendere. Vennero quelli prontamente, e la condussero in casa di un pio contadino di nome Abinadab, che dimorava in Gabaa, collina di Cariatiarim. Quel popolo, adoperando il rispetto dovuto all’arca del Signore, andò esente da’ flagelli al quali soggiacquero i Filistei ed i Betsamiti. (A. del m. 2888).

Saulle primo re degli Ebrei. – Morto Eli, ebbe Samuele la carica di Giudice, e governò per molti anni gli Ebrei con incorrotta giustizia. Divenuto vecchio, il popolo domandò che prima della sua morte eleggesse loro un Re. Si oppose egli da principio; ma, conosciuto poscia essere tale il volere del Signore, vi acconsentì. Primo Re degli Ebrei fu Saulle della tribù di Beniamino. La sua elezione avvenne così. Andato egli a cercare alcune asine smarrite da suo padre, ricorse a Samuele per consultarlo ove trovarle potesse. Samuele, inspirato da Dio, lo avvertì che le asine eransi ritrovate, e lo invitò a rimaner seco un giorno. L’indomani gli significò, averlo il Signore destinato Re del suo popolo; quindi, untolo in capo con olio sacro, lo congedò. (A. del m. 2909).

Infedeltà di Saulle. – Saulle fu riconosciuto Re dagl’Israeliti con universale applauso, e, finché seguì i savi consigli di Samuele, si mantenne fedele a Dio, riportò segnalate vittorie contro i suoi nemici, i quali vennero da lui in più battaglie respinti. Ma quando incominciò a trasgredire gli ordini del Signore, finì la sua gloria, e le cose gli andarono di male in peggio. Egli si volle fino intromettere a trattare le cose sacre ed a offerire a Dio un sacrifizio, che solo dal sommo Sacerdote doveva essere offerto. Della qual cosa Iddio grandemente sdegnato, mandò Samuele a significargli queste tremende parole: Operasti da stolto, rigettasti la parola di Dio, perciò Egli rigetterà te, ti toglierà il regno, e lo darà ad altri di te più fedele. Ciò detto, Samuele si partì, piangendo sopra la sorte di Saulle, che era stato da Dio riprovato. (A. del m. 2939).

CAPO VII

Davidde. – Lo scettro nella tribù di Giuda. – Davidde alla corte di Saulle. – Stringe amicizia con Gionata. – Vince il gigante Golia. – Ingratitudine di Saulle. – Sua tragica morte.

Davidde. – Isai, di cui si parlò nella vita di Rut, apparteneva alla tribù di Giuda. Egli abitava in Betlemme con sette suoi figliuoli, di cui Davidde era il più giovane. Toccava esso l’età di quindici anni ed erasi tutto dedicato alla custodia delle pecore, quando Samuele fu mandato da Dio per consacrarlo Re in luogo di Saulle. Chiamato dalle montagne, dove pascolava il gregge paterno, venne alla presenza di Samuele, che con olio benedetto consecrollo Re in mezzo a’ suoi fratelli; per altro segretamente, affinché la cosa non venisse a notizia di Saulle. Da quel giorno in poi lo spirito del Signore si posò in particolar maniera sopra Davidde. Al contrario Saulle fu assalito da uno spirito di tristezza e di malinconia, che bene spesso lo faceva dare in furore. Tutti questi mali cadevano sopra Saulle, perché abbandonava le vie del Signore, non dava più ascolto agli avvisi del santo profeta Samuele. (A. del m. 2941).

Lo scettro nella tribù di Giuda. – L’innalzamento di Davidde, della tribù di Giuda, alla reale dignità forma un’epoca importantissima nella storia; perocché con questo fatto comincia ad avverarsi la profezia di Giacobbe, il quale aveva predetto che l’autorità sovrana sarebbe passata nella tribù di Giuda, né più da quella sarebbe stata tolta sino alla venuta del Messia. A fine poi di mantenere viva la fede in questo Messia ed indicarne più chiaramente la discendenza, il Signore manifestò a Davidde non solamente che Quegli sarebbe nato da un discendente di quella tribù, ma dalla famiglia e dalla discendenza dello stesso Davidde, le quali cose noi vedremo a suo tempo avverate.

Davidde alla corte di Saulle. – Siccome Davidde cantava bene e suonava l’arpa con grande maestria, così fu invitato alla corte, affinché colla melodia del canto e coll’armonia del suono dissipasse lo spirito maligno e la tristezza, onde Saulle era sovente travagliato. Perciò Davidde, con licenza di suo padre, lasciando il pascolo delle pecore, si recò alla corte del Re, di cui fu fatto scudiere. Quando poi lo spirito maligno agitava Saulle, subito Davidde dava mano all’arpa e col suono lo ricreava dalle sue agitazioni. Così il Signore preparava un semplice pastorello a cose grandi.

Davidde e Gionata. – I modi cortesi e riverenti di Davidde verso Saulle facevano che questi molto lo amasse, ma molto più lo amava Gionata figliuolo del Re. Questi strinse con lui la più tenera amicizia, ed il loro amore era reciproco, né mai avversità poté minorarlo, ché era sincero e fondato sulla virtù. L’uno era all’altro di stimolo per avanzarsi nel bene, ed a vicenda si eccitavano alla pratica delle azioni virtuose, e ad altre imprese che convengono agli uomini valorosi e timorati di Dio. Esempio ben degno di essere imitato specialmente dai giovani, i quali dovrebbero scegliersi per amici soltanto quelli che veggono amanti della virtù.

Fig. 22 - Davide vince il gigante Golia

Fig. 22 - Davide vince il gigante Golia

Davidde vince il gigante Golia. – Fra le cose memorabili del regno di Saulle fu una guerra insorta tra gli Israeliti ed i Filistei. Mentre questi popoli preparavansi a sanguinose battaglie, un uomo di gigantesca statura, come quegli che era alto oltre a tre metri e mezzo, coperto di formidabile armatura, si avanzava verso gli Israeliti e con arroganza li sfidava dicendo: Se c’è alcuno fra voi, che ardisca venir meco a singolar tenzone, si manifesti e si avanzi. Se quegli uccide me, noi Filistei saremo vostri servi; se io ucciderò lui, servirete a noi. Quaranta giorni andò insultando gli Ebrei in codesta maniera, sì che Saulle ed il suo esercito tremavano al solo vederlo. Davidde soltanto fu inspirato da Dio ad opporsi a quel terribile nemico. Di que’ dì essendo ritornato in patria, il padre lo aveva mandato a portare alcuni alimenti al suoi fratelli, i quali erano nell’esercito. Alle ingiurie, alle millanterie del Filisteo, fu preso da santa indegnazione: e chi è costui, esclamò, che ardisce insultare il popolo del Signore? Io andrò a combattere con lui. Il Re, intese quelle parole, mandò per lui; e all’udire come pascolando il gregge aveva sbranato orsi e leoni colle proprio mani, e come coll’aiuto divino altrettanto sperava di fare all’orgoglioso gigante, acconsentì che egli venisse a quel decisivo esperimento. Lo rivestì pertanto di regia armatura, gli mise un elmo di bronzo in testa, lo cinse di forte corazza e di spada. Ma Davidde non assuefatto a quel genere di armatura, trovavasi impacciato a camminare. Levossela pertanto di dosso, e preso il suo bastone e la fionda con cinque sassi in tasca, pieno di fiducia in Dio, andò coraggiosamente contro il gigante.

Questi al primo vederlo disse in tono dispregevole: Son io forse un cane, che mi vieni incontro col bastone? Accostati e darò la tua carne a mangiare agli uccelli dell’aria ed alle bestie della terra! – Davidde: Tu vieni contro di me fidato alla tua lancia e alla tua spada: io vengo contro di te in nome di quel Signore, che tu hai oltraggiato e che ti darò nelle mie mani. Si muove il gigante Golia verso Davidde, ma questi corre prestamente ad incontrarlo: dà di mano alla fionda, vi alloga una pietra e rotatala intorno al capo, la scaglia e colpisce Golia in fronte per modo che tramortito cade a terra. Davidde, il quale non aveva spada, corre e trae dal fodero quella del gigante e con essa gli recide la testa. A tale spettacolo l’esercito dei Filistei spaventato si abbandona a precipitosa fuga, ed Israele vincitore accompagna in trionfo nella città Davidde, portante in una mano la spada e nell’altra la testa dell’ucciso gigante, e si rendono a Dio grazie solenni. Chi confida nel Signore opera grandi meraviglie.

Ingratitudine di Saulle. – Saulle, invece di provare contento per una vittoria cotanto a lui vantaggiosa, fu preso da tale invidia e da tale odio contro Davidde, che non tardò guari a palesarne gli effetti. Imperciocché assalito poco dopo dal maligno spirito, mentre Davidde coll’usato suono dell’arpa cercava di calmarlo, egli furioso gli avventò una lancia per trafiggerlo e lo avrebbe infilzato, se Davidde non era destro a schivarne il colpo. Saulle tese più volte insidie alla vita di Davidde, per modo che questi fu costretto di fuggire nel deserto e di cercare scampo nelle selve. In tutti questi pericoli egli rimase sempre fedele a Dio, e in Lui riponendo tutta la sua fiducia, lietamente cantava: Chi confida nell’Altissimo, vive in sicurezza e nulla paventa. Più volte avrebbe potuto uccidere il suo nemico, che cercavalo a morte, ma egli onorò mai sempre in Saulle il Re scelto da Dio pel suo popolo, l’unto del Signore, cui niuno può offendere senza delitto.

Morte tragica di Saulle. – Era morto Samuele, e Saulle senza ritegno, lasciatosi andare ad un odio implacabile contro Davidde, lo faceva inseguire ovunque sapeva si fosse rifuggito. Lo avrebbe più volte raggiunto e messo a morte, se Iddio non lo avesse protetto e difeso. Un giorno, essendosi Saulle col suo esercito accampato sul monte Gelboe contro al Filistei, i quali di nuovo gli avevano mosso guerra, alla vista della loro innumerevole moltitudine conturbato ed incerto, consultò il Signore, che non diede alcuna risposta. Andò per aver consiglio a una Pitonessa, ossia una maga, perché gli facesse comparire l’ombra di Samuele e così gli facesse sapere da lui l’esito della battaglia. Ma mentre la maga si apparecchiava ai soliti incantesimi per ingannare Saulle, Iddio non in virtù di lei, ma solo per inscrutabile decreto, fece udire all’empio Re la voce del venerando Profeta, il quale gli parlò in questi termini: A che vieni a turbarmi e chiedere dal Signore risposta, s’egli ti ha abbandonato? Domani tutto il tuo esercito cadrà in potere de’ nemici, tu stesso ed i figli tuoi sarete meco. Tutto si avverò: il dì seguente attaccossi grande battaglia, e gli Israeliti ebbero la peggio. Il prode Gionata con due suoi fratelli, dopo di avere fortemente combattuto, rimasero estinti. Saulle vedendosi in procinto di venire nelle mani de’ Filistei, chiese al suo scudiere che volesse trafiggerlo, e negandogli questi il crudel ministero, disperatamente si lasciò cadere sulla propria spada e morì. (A. del m. 2949).

Se Saulle fosse stato fedele agli ordini del Signore, manifestati per bocca del profeta Samuele, non sarebbe stato condotto a tali sciagure.

Fig. 23 - Davide canta dinnanzi all'Arca Santa

Fig. 23 - Davide canta dinnanzi all'Arca Santa

CAPO VIII

Davidde piange Saulle. L’arca dell’alleanza sul monte Sion. – Vittorie di Davidde. Sua caduta e suo ravvedimento. – Ribellione d’Assalonne. – Pestilenza in Israele. – Santa morte di Davidde.

Davidde piange Saulle. – Quando Davidde ebbe notizia della morte di Saulle, rimase vivamente afflitto. Si squarciò per dolore le vesti, si asperse il capo di polvere e pianse sopra la morte non men del suo Re, che del fedele amico Gionata. Indi, acclamato successore da tutto Israele, intese col massimo zelo a ricondurre il popolo alla virtù, al santo timor di Dio.

L’arca dell’alleanza sul monte Sion. – Davidde per corrispondere al Signore, da cui riconosceva tutta la sua grandezza, cominciò dallo stabilire ciò che apparteneva al Divin culto. Fra le altre cose innalzò un magnifico padiglione sul monte Sion, che è la parte più elevata di Gerusalemme, per far ivi trasportare con grande pompa l’arca dell’alleanza. Essa era stata più anni nella casa di Adinadab in Gabaa, e di là trasportata nella casa di Obededom, dove rimasta tre mesi, fu sorgente di benedizioni per Obededom e per la sua famiglia. Tutto il popolo ebbe parte a quella grande solennità; precedeva l’arca cantando e danzando. Ognuno dimostrava la sua gioia accompagnando l’arca a modo di trionfo.

Vittorie di Davidde. Sua caduta e suo ravvedimento. – Come Davidde ebbe debellati tutti i suoi nemici che abitavano nella Terra promessa, rivolse le armi contro de’ Filistei e ne ottenne replicata vittoria. Soggiogò i Moabiti, gl’ldumei ed i Siri, imponendo loro un annuo tributo, onde raccolse grande quantità d’oro e d’argento per la futura fabbrica del tempio.

Davidde rassodò il suo regno specialmente colla pietà, colla religione e colla scelta di buoni Mnistri. Nondimeno, per essere stato qualche tempo in ozio, cadde in gravi peccati; per cui fu severamente da Dio punito. Ma corretto dal profeta Natan, detestò i suoi falli sinceramente e ne fece aspra penitenza. In espiazione di questi falli, Iddio permise gli accadessero gravi sciagure domestiche, tra cui la ribellione di Assalonne suo figlio.

Ribellione d’Assalonne. – Assalonne, guidato dall’ambizione di regnare e seguendo malvagi consiglieri, venne ai più gravi eccessi. Cominciò dall’uccidere suo fratello Ammone, poscia fattosi acclamar Re da una parte del popolo, dichiarò aperta guerra al padre che fu costretto a lasciare la reggia e fuggire. Ma Dio maledice chi disprezza i genitori. L’esito di questa guerra fu infelicissimo per Assalonne; imperocché, essendosi messo ad inseguire il genitore per dargli battaglia il suo esercito rimase sconfitto. Ventimila ribelli furono trucidati. Lo stesso Assalonne trovò la propria rovina nella lunga chioma, che con molta vanità coltivava e di cui andava follemente superbo; perciocché mentre a cavallo fuggiva a briglia sciolta in mezzo ad una selva, i suoi capelli svolazzando si avvolsero ai rami di frondosa quercia, che lo tenne sospeso tra cielo e terra. Avuto di ciò notizia Gioabbo, generale dell’esercito di Davidde, nulla badando al comando fattogli dal Re di risparmiare la vita del figlio benché ribelle, corse sul luogo e gli piantò tre lance nel cuore. Terribile esempio per quei giovinetti, che ardiscono repugnare al comando paterno. Davidde pianse inconsolabilmente la perdita di questo suo ingratissimo figlio. (A. del m. 2972).

Pestilenza in Israele. – Davidde glorioso per molte vittorie, trovandosi pacifico possessore del suo trono, s’invogliò di sapere il numero de’ suoi sudditi. Di questa superba curiosità si sdegnò il Signore, che gli mandò un profeta a proporgli la scelta di tre castighi: o sette anni di carestia, o tre mesi di guerra disastrosa, o tre giorni di pestilenza. Davidde, riconoscendo il suo mancamento, volle trascegliere quel castigo dal quale potesse più difficilmente ripararsi, vale a dire la pestilenza. La mortalità fu terribile, la strage di settantamila vite, e avrebbe infierito anche più, se Davidde pentito non avesse placato Iddio con orazioni e con sacrifizi, onde il flagello del tutto cessò. (A. del m. 2987).

Santa morte di Davidde. – Stava molto a cuore a Davidde di fabbricare un tempio, dove collocare l’Arca santa; ma non poté ciò mettere ad effetto per le molte guerre, che dovette sostenere. Sapendo tuttavia dal Signore che questa gloria era riserbata a Salomone suo figliuolo, intese con ogni sollecitudine ad ammassare oro, argento, bronzo, ferro, legname, marmi e pietre preziose per quella gloriosa impresa. Accorgendosi poi che si avvicinava l’ora della morte, raccomandò a Salomone varie cose da osservarsi intorno alla fabbrica del tempio, nonché riguardo all’esercizio della giustizia. Mio figlio, conchiuse, cammina nelle vie del Signore, osserva i suoi comandamenti ed egli ti concederà un felice successo nelle tue imprese. Ciò detto si addormentò nel Signore in età di anni settanta. (A. del m. 2990).

Egli fu consacrato Re di quindici anni: a trenta prese le redini del governo; regnò 7 anni in Ebron, 33 in Gerusalemme. Per rettitudine, pietà e giustizia egli è proposto quale modello a tutti i monarchi della terra. Scrisse molti Salmi che la Chiesa canta nelle sacre funzioni. Contengono essi molte cose attinenti alla venuta del Salvatore, che doveva discendere dalla sua stirpe, e ch’egli chiaramente vide in ispirito.