VITA DI SANTA RITA DA CASCIA

Introduzione

Tutti noi abbiamo sentito parlare qualche volta di S. Rita da Cascia e potuto verificare quanto sia venerata questa santa, la cui effige dipinta o scolpita si vede in innumerevoli edifici religiosi e nelle stesse case private. A moltissimi è noto che S. Rita è invocata da tanti suoi devoti per ottenere favori, guarigioni, pace e numerosi altri aiuti, ed è altrettanto noto che sono ancor di più le persone riconoscenti per le grazie (spesso ottenute contro ogni umana speranza) che il Signore Iddio ha concesso per intercessione di lei.

Pensiamo dunque che sia opportuno far conoscere la vita – seppur molto riassunta – di S. Rita.

Ella eccelse nella santità come figlia, come sposa, come madre, come vedova e come religiosa. Alla sua scuola tutti possono perciò imparare a vivere da buoni cristiani in qualunque condizione di vita si trovino.

La sua santità maturò al calore delle prove, sotto il peso della croce, alla luce di Gesù incoronato di spine.

S. Rita provò dunque il dolore, ma seppe impreziosirlo con un’eroica rassegnazione cristiana; esso divenne non solo un efficace mezzo di santificazione per lei, ma anche un coefficiente, una concausa di salvezza per tante anime in virtù dei suoi sacrifici meritori, e di edificazione per i devoti che si ispirarono alla sua pazienza per sopportare con merito le proprie croci.

Iniziamo dunque la lettura di questa santa vita, pregando il Signore di ottenerne il massimo frutto.

I genitori di Rita e la sua nascita

Santa Rita da Cascia nacque a Rocca Porena, paesello nei pressi di Cascia, in Umbria, il 22 maggio del 1381.

Suoi genitori furono Antonio Mancini ed Amata Ferri: due modelli di virtù cristiane, sui quali è bene spendere alcune parole. I due sposi non possedevano ricchezze, vivevano dignitosamente grazie al solerte lavoro di Antonio che coltivava il suo podere, aiutato talora dalla moglie che, normalmente, accudiva diligentemente alla casa. Timorati di Dio ed assidui ai doveri religiosi di ogni buon cristiano, i futuri genitori di Rita alternavano lavoro e preghiera, veri eredi di quei Benedettini che pochi secoli prima erano accorsi nel Casciano distrutto dai Saraceni, per riportare vita civile e cristiana agli abitanti dispersi e sgomenti.

Antonio ed Amata erano inoltre pieni di carità verso il prossimo e lo dimostravano sia soccorrendo i bisognosi, sia correndo là dove sorgevano liti per riportare la pace tra i contendenti. Per il loro comportamento da veri cristiani, i due sposi erano ascoltati anche negli ammonimenti e ricercati per consigli; tanta era la stima che i compaesani nutrivano per loro, da essere chiamati i “Pacieri di Gesù Cristo”.

Tuttavia, nonostante fosse grande il desiderio di veder nascere una loro creatura, Antonio ed Amata vedevano passare gli anni senza che questo sogno si realizzasse. Mai cessarono le loro preghiere per ottenere da Dio la grazia di divenire genitori e, quando ormai non vi era umanamente più speranza, il Signore volle premiare la fede dei due sposi. Un giorno, mentre Amata, già anziana, pregava, un Angelo le apparve per comunicarle che Iddio l’avrebbe esaudita e che presto sarebbe divenuta madre di una privilegiata bambina. Si rinnovò così quel miracolo che il Signore già aveva operato per Sara madre di Isacco, Anna madre di Samuele, S. Elisabetta madre di S. Giovanni il Battista. Lo stesso celeste Messaggero rivelò il nome che per volontà di Dio avrebbe avuto la bambina: Margherita (in forma breve Rita), con riferimento alla “gemma preziosa” che sarebbe divenuta per le sue virtù; infatti, il papa Leone XIII la definì, nel canonizzarla, “Perla dell’Umbria”.

Giunto il tempo della nascita di Rita, Amata fu preservata dai dolori del parto e anche questo fu un segno — non l’ultimo — della particolare elezione di questa creatura.

Il 26 dello stesso mese, Rita ricevette il battesimo a Cascia ed il giorno dopo, mentre la piccola era adagiata nella culla, un misterioso sciame di api bianche e senza pungiglione entrò nella sua stanza, le bestiole le volarono intorno e si posarono sulla boccuccia, poi di nuovo si levarono e ridiscesero, e questo più volte. Tutto ciò annunciava quali frutti di dolcezze avrebbero prodotto le virtù infuse da Dio in quell’anima, rigenerata al fonte battesimale.

Lo stupore per questo prodigio si rinnovò dopo poco più di un mese. Per non lasciare la bimba da sola, i genitori, impegnati entrambi nei raccolti dei campi, l’avevano portata con loro e lasciata in una zanella, all’ombra di un albero, poco distante da loro. Di nuovo alcune api iniziarono a volarle intorno ed a posarsi sulle gote e così la scoprì un contadino che si era ferito con una falce alla mano e stava correndo a casa per medicarsi: visti gli insetti, quell’uomo non ebbe cuore di passare oltre senza scacciare prima le api dal viso di Rita e, nel fare questo, si avvide che la ferita si era miracolosamente chiusa, al punto di non vederne neanche la cicatrice. Fu questo il primo miracolo che il Signore operò attraverso questa sua Serva ancora in fasce.

Infanzia e adolescenza

Rita apprese le preghiere e le prime nozioni della dottrina cristiana dalla stessa mamma che, in particolare, molto si attardò sulla S. Passione del Redentore che ci guadagnò il Paradiso; la piccola apprese, attraverso la pratica della Via Crucis quanto il Signore Gesù fosse degno di essere amato, onorato, servito ed imitato, Lui, l’Uomo-Dio che, Innocente, tanto aveva sofferto per la salvezza degli uomini. La buona Amata insegnò così alla figlioletta ad accettare con rassegnazione la sofferenza, inseparabile compagna di ogni uomo, guardando al Martire divino; da lì iniziò per Rita quella devozione alla S. Passione del Cristo, che tanto caratterizzò la sua vita spirituale. Immediato effetto di tale insegnamento fu l’orrore per il peccato, che tanto offende Iddio, e che fu causa delle atroci sofferenze del suo Verbo Incarnato, ma il risultato maggiore dell’educazione cristiana impartita da Amata alla figlia, fu il formarsi di uno spirito capace di elevarsi a Dio pur nell’asprezza delle prove più terribili.

La bambina inoltre ebbe subito in uggia la pigrizia e appena poté volle rendersi utile in casa pulendo, riassettando, facendo il pane…

Uno dei frutti più belli che la Grazia di Dio, unita ad una santa educazione, produsse nell’anima di Rita fu la grande carità che ebbe fin da piccina verso i poveri. Ogni aiuto che la generosa bambina portava ai poveri, con una certa predilezione per gli orfanelli, era accompagnato da una carezza ed un sorriso che, scendendo nel cuore dei beneficati, li consolava riaprendoli alla speranza.

Non tardò molto che il Signore volle riservare per Sé la formazione di questa santa bambina che si sentì improvvisamente stimolata a cercare, nel più totale nascondimento, l’unione con Dio che dolcemente la chiamava. Per queste ragioni Rita, undicenne, chiese ed ottenne dai genitori il permesso di rinchiudersi, durante tutto l’anno che la separava dalla prima Comunione, nella soffitta di casa per preparare la sua anima all’unione con Gesù-Ostia, meditandone la S. Passione e pregandolo liberamente lontano da distrazioni e sguardi indiscreti. Occorre precisare che già prima questo luogo isolato aveva costituito l’abituale rifugio della bambina che, finite le faccende domestiche, vi si ritirava per pregare e lì, talvolta, il Signore l’aveva visitata nelle sembianze della sua santa Infanzia. 

In quell’anno di volontario esilio, Gesù stesso perfezionò l’opera di edificazione di quest’anima che, da lì a pochi anni, Lo avrebbe imitato sulla Via Dolorosa e da quel luogo di pena, per le sue sofferenze unite a quelle infinitamente meritevoli del Redentore, avrebbe iniziato ad effondere luci e balsami sui suoi fratelli in Cristo.

Sposa e vittima

In quel periodo vi erano nel Casciano continui disordini generati, per lo più, dalle incessanti guerre tra Guelfi e Ghibellini. Rocca Porena non faceva eccezione a questo stato di subbugli, lì erano vincenti i Ghibellini capeggiati da un personaggio qualificabile come esempio vivente di quel clima feroce: Paolo, figlio di un tal Ferdinando amico di Antonio e Amata.

Paolo era il più arrabbiato, violento ed acceso giovane del paese e, proprio lui, s’invaghì di Rita volendola a tutti i costi in sposa.

La nostra Santa, al contrario, non voleva proprio maritarsi: fin da bambina desiderava consacrarsi al Signore nel monastero delle Agostiniane di S. Maria Maddalena a Cascia. Tuttavia i suoi genitori, pur molto religiosi, non ne condividevano il desiderio e preferivano vederla sposa di un onesto marito.

Onesto, appunto: immaginiamoci quale non fu il loro disappunto nel vedersi di fronte Paolo, ben noto in paese per la sua pessima condotta, che chiedeva la mano dell’amata figlia. Al diniego dei genitori, il giovane non si diede per vinto e, dopo aver ripetuto la richiesta con eguale risposta, non esitò a proferire le più insane minacce, compresa quella di incendiare tutta Rocca Porena se non avesse sposato Rita.

Il padre di Paolo e gli stessi abitanti del paese si recarono da Antonio e Amata per supplicarli, con la figlia, di accondiscendere al desiderio di quel tristo. Rita capì per divina rivelazione che doveva sacrificarsi nella vita coniugale e, rassegnata, si recò alle nozze conscia che l’attendeva un doloroso martirio.

Celebrato il matrimonio, Paolo seguì la sposa nella sua casa, poiché i vecchi genitori non volevano separarsene; ma, passati pochi giorni di apparente calma, cominciò a maltrattarla ed a sfogare su di lei la sua ira in modo talmente brutale, che più di una volta i genitori di Rita dovettero strappargliela dalle mani.

Paolo divenne così il flagello della nostra Santa che cominciò a patire con rassegnazione, senza fuggire, continuando a stare vicino a quel marito irriconoscente che aveva per lei solo amarezze.

Di fronte alla deplorevole condotta di quell’uomo che spesso passava la notte fuori di casa a bere, a giocare, ad azzuffarsi, a tramar congiure con i suoi pessimi compagni, Rita non restava tuttavia insensibile e passiva quasi non udisse e vedesse, ma coraggiosamente – seppur con dolcezza – non cessava di ammonirlo dal continuare una vita che attirava su di lui i giusti castighi divini e l’esponeva ad una morte da ingiusto; le risposte del marito consistevano spesso, come possiamo immaginare, in insulti e percosse.

Oltre alla continua preghiera a Dio ed a Maria SS. ed alle coraggiose ammonizioni, le armi con cui Rita corresse il suo terribile marito furono l’amorevolezza e l’esempio tacito e discreto che, senza umiliarlo, l’avrebbe un giorno costretto a darsi per vinto. Quanto pesò,tuttavia, questo agire!

Nonostante i continui ed ingiusti maltrattamenti, la nostra Santa non smise mai di essere moglie devota, comprensiva ed amorosa. Sempre presente nella casa divenuta il suo Golgota, dedita a Paolo ed ai genitori che soffrivano immensamente per la prova terribile che attanagliava la povera figlia; inoltre Rita continuò, come prima, a soccorrere i più bisognosi e a dare parole di conforto e consiglio a chi, afflitto, si rivolgeva a lei, nota per la sua bontà e saggezza. Per la sua capacità di effondere attorno a sé i più genuini frutti della carità cristiana, fu chiamata “la donna senza fiele”. Di fiele sì che ne ingoiava! Ma lo teneva per sé, per gli altri non aveva che dolcezze.

Pur soffrendo immensamente, la nostra non si ribellò mai al Signore, ben sapendo essere sua Volontà che lei si santificasse nella condizione di moglie, raffinandosi nel dolore come l’oro nel fuoco e meritasse grazie per sé e per gli altri.

In quei terribili anni, Rita si strinse sempre più al suo Gesù sofferente, decisa ad imitarLo nella docilità di «Agnello condotto al macello» (Is. LIII, 7; Ger. XI, 19); avendo ben cognizione che solo al prezzo del suo sacrificio unito a quello della Croce, avrebbe strappato al Cielo la conversione di quell’uomo ostinato nei suoi pregiudizi, radicato nel peccato e violento contro chi osasse frenarne gli istinti.

Alla fine le preghiere, il silenzio, la pazienza, il buon esempio ed i continui sacrifici della Santa ottennero dalla Divina Misericordia la grazia tanto sospirata per Paolo che, come il figliol prodigo, si recò un bel giorno da Rita e, pentito e contrito, le chiese perdono.

Lei, di fronte al marito ormai trasformato dalla Grazia, invece di fargli pesare il proprio sdegno, subito gli parlò per elevarne la mente a Dio, vero Autore del suo ravvedimento ed al Quale occorreva rendere grazie.

La pace regnò così in quella casa dove gli anziani genitori videro finalmente la loro figlia sposa felice e, dopo poco tempo, madre di due gemelli forti e robusti: Gian Giacomo e Paolo Maria.

Passati sette anni dal matrimonio di Rita e quattro dalla nascita dei nipoti, Antonio ed Amata, a breve distanza l’uno dall’altra, chiusero gli occhi per sempre: questo fu, per la nostra Santa il primo di una serie di nuovi dolori.

Vedova

Il mutamento avvenuto in Paolo, lo portò subito a troncare le tristi compagnie, complici di tante risse e disordini, e a dedicarsi completamente alla famiglia; tuttavia questi vecchi compagni, dapprima increduli per quanto accaduto, iniziarono a guardarlo male e quando lui, per meglio rompere col passato, entrò nelle fila guelfe, passarono alle minacce sempre più esplicite.

A questa nuova pena per Rita, causata dal pericolo che ora correva il marito, se ne aggiunse un’altra: i giovani figli cominciarono a manifestare un’indole fredda, irosa e ribelle ai buoni insegnamenti che la madre cercava di dar loro; in breve, si ripresentava in essi un temperamento del tutto simile a quello che fu di Paolo. Se da un lato i due gemelli erano poco o nulla affezionati alla madre, molto lo erano nei confronti del padre, ammirandone, però, solo i passati disordini e le prodezze violente, delle quali si sentiva ancora parlare.

L’odio dei vecchi compagni di Paolo era, intanto talmente, cresciuto, che, avendolo sorpreso solo di notte mentre si recava a Cascia, lo uccisero.

Rita seppe affrontare questo terribile dolore che la colpiva con la forza e la rassegnazione che le venivano dalla sua unione con Dio, ma ben altri furono i sentimenti dei figli: odio e sete di vendetta.

A nulla valsero gli ammonimenti materni verso i due fratelli ormai quattordicenni, ogni accenno alla rassegnazione in comunione con le sofferenze di Nostro Signore sulla Croce che perdonò ai suoi carnefici, fu respinto da quei giovani cuori colmi di rancore. I cattivi sentimenti fecero presto passare i due ragazzi alle vie di fatto: identificati gli assassini del padre, i fratelli li affrontarono riducendoli a mal partito, ma non riuscirono ad ucciderli com’era loro desiderio. Ritornati a casa con i corpi feriti e gli animi ancor più assetati di vendetta, Gian Giacomo e Paolo Maria furono accolti dalla madre che, vedendo ora chiaramente come erano risultati vani tutti i suoi insegnamenti ed esortazioni conformi alla più genuina morale cristiana, temette – a ragione - che presto i suoi figli sarebbero precipitati in imprese ancor più folli.

Col cuore straziato Rita supplicò allora il Signore di voler convertire il cuore dei propri figli e, se non vi era speranza che persistessero nel bene, di prenderli con Sé, in Paradiso, piuttosto che gli stessi ritornassero ad offenderLo.

Il Padre Celeste ascoltò la preghiera di questa sua figlia e, uno dopo l’altro, i due fratelli, pentiti del male fatto, si spensero con le anime finalmente riconciliate con Dio.

Sostenuta dalla Grazia Rita, si vide privare dei suoi ultimi amori terreni. Ormai sciolta da ogni affetto umano, la nostra Santa si gettò completamente tra le braccia di Dio per averne la forza ed il conforto necessari per continuare, ormai sola, nel suo stato di vedova. Continuò sempre a pensare ai più infelici e non cessò mai di soccorrere i bisognosi, unendo gli aiuti materiali al conforto spirituale, in uno spirito di abnegazione ed oblio di sé veramente cristiano.

La santa dottrina insegna che la vita terrena è una prova durante la quale esercitare le virtù e combattere i vizi, al fine di guadagnare, per i meriti di Nostro Signore Gesù Cristo, il Paradiso; la vita è dunque una combattimento contro mondo, carne e demonio, una lotta dolorosa, la croce che noi tutti dobbiamo portare.

Ora, il Signore non fa mancare a nessuno quella forza necessaria per superare ogni prova dolorosa. Dice, infatti, S. Paolo: «… fedele è Dio, il Quale non permetterà che voi siate tentati oltre il vostro potere, ma darà con la tentazione lo scampo (cioè l’aiuto necessario per uscire vittoriosi. N.d.A.), affinché la possiate sostenere» (1 Cor. 10, 13). Da qui deriva la nostra responsabilità se soccombiamo alla tentazione.

Ad alcune persone, inoltre, chiamate a missioni straordinarie, il Signore, quando lo ritiene opportuno, dona la grazia di unirsi a Lui in maniera singolarissima nell’estasi. Tale dono corrobora la persona, spesso provata oltre ogni misura, e le fa sperimentare un assaggio di quello che sarà la Gioia Eterna.

Rita provò il dolore in forma varia ed acerbissima, ma fu sempre sostenuta dalla forza che le diede il Padre Celeste, in più, specialmente durante la vita religiosa, fu favorita da consolazioni, visioni e rapimenti in Dio che la confortarono oltre ogni gaudio immaginabile e che la distaccarono sempre più da questa povera terra; insomma, il Signore diede sempre aiuti e forza straordinari alla sua generosissima figlia.

Religiosa

Rita si rese conto ben presto che lo stato nel quale viveva le era angusto; lei desiderava una vita di continua preghiera ed immolazione, voleva essere vera immagine del Cristo in Croce Vittima per i peccati degli uomini e Olocausto perfetto. La nostra, desiderosa fin da bambina di dar gloria a Dio e di vedere i frutti della Redenzione effondersi sulle anime, ritornò sul suo desiderio di abbracciare la vita claustrale, come stato più opportuno per attuare appieno le sue aspirazioni spirituali. Per questo la Santa ritornò, dopo tanti anni, al monastero delle Agostiniane a Cascia e chiese alla superiora di esservi ammessa, ora che era libera da ogni dovere familiare. Grande fu però la delusione quando le fu detto che ciò non era possibile: le postulanti, per essere accolte, dovevano essere nubili.

Per nulla scoraggiata dalla notizia, Rita ricorse ancor di più alle sue armi potenti: preghiera e digiuno. Affidò tutta la sua causa al Signore Iddio ed ai propri Santi protettori: S. Giovanni il Battista, S. Agostino e S. Girolamo, certa che questi ultimi avrebbero interceduto in maniera efficace presso il trono dell’Altissimo.

Per altre due volte la nostra Santa bussò alla porta del monastero, ma in entrambi i casi dovette ritornare a casa con la stessa deludente risposta. Ma il Signore non abbandona chi confida in Lui: in una notte di maggio, Rita ebbe la visita dei suoi tre Santi protettori che la portarono miracolosamente nell’agognato monastero. Lì le future consorelle la trovarono al mattino e, vista l’impossibilità di entrare a porte chiuse nel complesso religioso difeso da alte e ripide mura, non ebbero difficoltà a credere al racconto dell’accaduto che la Santa riferì loro in assoluta semplicità.

Siamo così nel 1394, Rita, a 32 anni, fu ammessa alla vestizione; era dunque ancora giovane e, facendo soprattutto leva sull’età, il Tentatore le lanciò il primo, violento attacco tra le mura claustrali. Un giorno, mentre la nostra pregava, il demonio l’assalì ricordandole da un lato che era ancora giovane ed avvenente e che meglio sarebbe stato per lei ritornare al mondo, sposarsi e godersi una numerosa e gioiosa famiglia. D’altro canto le insinuò il pensiero dell’inutilità del suo sacrificio in un luogo oscuro dove sarebbe appassita per sempre la sua giovinezza. La pronta risposta di Rita che per nulla al mondo avrebbe lasciato quel luogo, per lei già preludio del Paradiso, e che ben volentieri avrebbe fatto qualsiasi sacrificio in unione con il Divino Crocifisso, allontanò momentaneamente il nemico.

La novizia si esercitava in tutte le virtù religiose ed in modo particolare nella preghiera, nella mortificazione, nel silenzio operoso, nel distacco dalle cose materiali, reso, quest’ultimo, ancora più facile dalla mancanza di ogni proprietà personale. A questo proposito è di sicura edificazione ricordare che lei volle, tra le cose messe a sua disposizione, sempre le più modeste, in unione con Gesù povero in Croce.

È noto quanto, talvolta, sia difficile esercitare i novizi religiosi nella virtù dell’ubbidienza, ma per la nostra Santa non fu un’attività penosa e tale fu, al contrario, la sua applicazione, che il Signore volle premiarla con un miracolo. Chiestole dalla superiora, come esercizio di ubbidienza, di innaffiare ogni giorno e per un anno intero, un vecchio palo di legno secco piantato nel giardino, come se fosse stata una pianta viva, Rita non obiettò al comando e in più fu docile e puntualissima nello svolgere questo compito anche se pioveva. Passato l’inverno e venuta la primavera, quel pezzo di legno germogliò ed in autunno, tra lo stupore generale, portò splendidi grappoli d’uva.

Al termine del noviziato, Rita compì la professione religiosa, ma subito dopo i comune nemico infernale le scagliò contro un assalto del tutto eccezionale, allo scopo di disfarsene per sempre. Le si presentò, per questo, come un giovane re, bello, ricco e potente che, additandole i propri immensi possedimenti, la invitava a seguirlo nel suo regno, lì, una volta sposatala, l’avrebbe colmata di ogni ricchezza in una vita di corte spensierata. Lusso, piaceri e dominio: questo era quanto le proponeva il demonio; la tentazione, come la precedente, era condita dai soliti discorsi sull’inutilità della penitenza, della mortificazione e della macerazione di sé nel nascondimento del convento. Anche questa volta Rita riconobbe, nell’apparizione satanica, la seduzione che racchiudeva in sé tutta la triplice concupiscenza della carne, degli occhi e della mente (o superbia della vita come la chiama S. Giovanni l’Evangelista – 1 Giov. II, 16) e perché il suo corpo non cedesse, non esitò a fustigarlo come insegna S. Paolo: «Castigo il mio corpo e lo riduco in schiavitù, affinché per avventura avendo predicato agli altri, io stesso non diventi reprobo» (1 Cor. 9, 27). Dinnanzi a tanta virtù, il diavolo sparì in uno spaventoso turbine di fuoco.

Passata la tempesta, Rita si gettò ai piedi del Crocifisso per rendere le dovute grazie per lo scampato pericolo ed ecco che Iddio volle premiarla con una visione che tanto ricorda quella avuta dal patriarca Giacobbe (Gen. 28, 10-15). Dinnanzi a lei apparve una scala luminosissima che univa Cielo e terra e in cima vi era il trono di Dio; su di essa molte figure angeliche salivano e scendevano, simbolo le prime delle anime religiose ferventi e le seconde di quelle tiepide. Rita, a tale vista, si ripropose di essere sempre imitatrice degli Angeli che ascendevano alla vetta della perfezione.

Il libro che la Santa leggeva per apprendere l’arte del vero progresso spirituale, era il Crocifisso; contemplando il Cristo morto in Croce per la nostra salvezza, ella penetrò sempre più nel mistero della nostra Redenzione effetto della S. Passione ed aumentò nella ferma e fervida volontà di uniformarsi all’Agnello immolato, affinché di compisse in lei ciò che manca alla Passione del Signore Gesù. Anche in questo ella si conformò all’insegnamento paolino: «Ora mi rallegro di quanto soffro per voi: e do compimento nella mia carne a ciò che manca alle tribolazioni del Cristo a pro del corpo di Lui, che è la Chiesa» (Col. 1, 24).

La Passione di Nostro Signore Gesù Cristo ebbe valore infinito e sovrabbondante per espiare in modo perfetto i peccati degli uomini operando la Redenzione (anche se solo una parte di costoro hanno voluto riceverne i benefici), cioè è stato più che sufficiente per soddisfare all’infinita Giustizia di Dio offesa per le nostre colpe, ma non è stato sufficiente per soddisfare all’Amore infinito dell’Uomo-Dio per la salvezza degli uomini. Tale Amore sgorgò dal costato ferito dalla lancia e, nell’istante in cui dal Cuore ferito nasceva la Chiesa, si riversò sulle membra privilegiate del Corpo Mistico, dando loro la stessa sete di espiazione ed immolazione che ebbe Gesù sulla Croce. Come infatti rivelò lo stesso Signore a S. Brigida, la frase «Ho sete» detta prima di morire significava appunto questo: «Desidero sommamente la salute del genere umano» (Orazione VII delle Quindici orazioni sulla Passione del Signore).

Ecco spiegata l’esistenza di quell’amore che arde le anime vittime, come una sete insaziabile di espiare nel dolore, per la gloria di Dio e la salvezza degli uomini.Questi privilegiati ben sanno che «il discepolo non e da più del Maestro» (Mt. 10, 24) e che se si desiderano grazie temporali ed eterne per sé e per gli altri, occorre meritarle pagandole come le pagò il Signore sulla Croce.

Il mondo, chino sui suoi piaceri passeggeri ed intossicati, non può capire questo mistero d’Amore che dal Crocifisso fluisce sui martiri, sugli stigmatizzati, su tutte le anime vittime attraverso i secoli della storia cristiana.

La nostra Santa, invece, aveva ben capito questa sublime lezione del Golgota ed era ben felice di uniformarsi al Volere divino che l’aveva posta dapprima vittima nella famiglia, ora la voleva sofferente volontaria nel mortificare il suo corpo nel segreto della cella e, come vedremo, la rese infine immagine vivente del Cristo coronato di spine. L’amore spinse Rita a divenire madre di anime mediante la sofferenza; a tal scopo chiese ed ottenne dal suo direttore spirituale di aggiungere altre mortificazioni a quelle già previste dalla regola. In unione con il Cristo flagellato alla colonna, la Santa mortificò similmente il suo corpo, in modo particolare a sollievo delle anime purganti, per i benefattori dell’ordine agostiniano e per la conversione dei peccatori.

L’esercizio spirituale che Rita praticava maggiormente era sicuramente la meditazione sulla Passione; i frutti che ne ricavò furono un grande amore al sacrificio ed all’umilia-zione, il desiderio di acquistare grandi meriti ed un’ardente carità verso Dio e verso il prossimo.

Tale amore si riversò in particolare verso gli infelici, i poveri, gli affamati: per questi ultimi ottenne il permesso della superiora di dar loro le sue porzioni di cibo e di riservare per sé gli avanzi del refettorio.

Le si permise anche di dare libero sfogo al suo amore per i derelitti (allora la clausura non era così stretta come poi lo divenne): quegli ammalati e quei vecchi che, in stato di completo abbandono, si erano ridotti a tale condizione che chiunque li fuggiva inorridito dalle piaghe, dalla sporcizia e dai parassiti che li affliggevano. Rita, per costoro, univa sempre il soccorso e l’assistenza materiale al conforto morale e al sollievo spirituale, dando loro la speranza di una ricompensa eterna, come fu per il povero Lazzaro. (Lc. XVI, 19-31). 

Il Signore, intanto, volle ornare questa figlia così buona, con quei doni soprannaturali di cui Egli stesso parlò nel Vangelo: «Nel Nome Mio scacceranno i demoni, … imporranno le mani ai malati e guariranno» (Mc. 16, 17-18). A Rita condussero ossessi che furono liberati, malati che guarirono e, spinta dall’amore per il prossimo, giunse a voler parlare con due feroci briganti e non solo li fece cessare dai loro delitti, ma, toccati dalle parole della Santa, divennero due cristiani esemplari.

Unita al redentore

Il Signore, come abbiamo già accennato, voleva Rita quale immagine vivente del Cristo coronato di spine: ora, tutto ciò avvenne nella notte tra il giovedì ed il venerdì santo del 1419; Rita aveva 57 anni. Il giovedì aveva assistito alla fervorosa predica sulla Passione di un santo oratore, il P. Giacomo da Monteprandone; durante il sermone la Santa fu assalita da un vero incendio d’amore e, tornata in monastero, fu talmente divorata dalla stessa sete di soffrire che ebbe il Redentore, da chiederGli di estinguerla nella totale consumazione di sé. Il quel momento sentì un vivo dolore presso l’occhio sinistro: dalla corona del Crocifisso innanzi al quale pregava, si era staccata una vera spina che l’aveva ferita sulla fronte. Il fortissimo dolore che sentì fu tale che solo per un intervento speciale della Grazia non morì, la Stessa che le permise di sopportare lo strazio per il resto della vita.

La ferita non volle saperne di guarire ed inoltre generò suppurazione e, da lì,  un fetore tale che la superiora fu costretta a relegare Rita in cella da sola; unici permessi accordati, furono l’assistenza alla S. Messa (in disparte) e l’incontro col confessore. La Santa, rimasta separata dalle consorelle, si strinse al Cristo abbandonato dai suoi nella notte della cattura al Getsemani. Dopo un po’ di tempo, si aggiunsero, al forzato ritiro, alcuni ospiti che nessuno avrebbe mai desiderato: i vermi che brulicavano nella ferita; Rita non si scompose e chiamò questi “i suoi angioletti”.

Nel 1423, fu proclamato un giubileo straordinario dal papa Martino V; naturalmente la nostra Santa desiderava tanto andare a Roma per l’occasione e quindi pregò il Signore affinché ciò potesse avvenire nonostante la sua infermità. Il Signore esaudì la sua preghiera e la ferita si rimarginò tra il solito stupore delle consorelle.

Rita, ormai sessantenne, affrontò il viaggio senza alcun problema, ma, una volta ritornata al monastero, la ferita si riaprì e lei capì che il suo posto, ormai, era sulla croce per continuare la sua missione di vittima per amore di Gesù, per espiare le colpe dei peccatori e per impetrare da Dio la loro conversione.

Il Signore, volendo colmarla di meriti, la unì a Sé in questo stato di vittima per altri undici anni che, sommati a quelli già trascorsi da stigmatizzata, portarono a quindici gli anni passati in quelle penose sofferenze.

Tale fu la slancio d’amore che spinse Rita ad abbracciare la sua croce, senza che provasse mai rifiuto, disgusto o ribellione per il suo stato, ma, anzi, accogliendo sempre le sofferenze come doni che la rendevano sempre più simile al suo Divino Sposo, che Questi la rese così potente nella sua preghiera di intercessione per quanti si rivolgessero a lei, da essere chiamata la “Santa degli impossibili”.

Non mancarono, anche durante il suo solitario e doloroso ritiro, alcuni fatti prodigiosi, dei quali ne riportiamo due, particolarmente graziosi e significativi. In pieno gennaio, Rita chiese ad una compaesana venuta a trovarla, di andare nel giardino della propria casa, ormai abbandonata, e di coglierle una rosa da poco sbocciatavi. La brava donna, molto scettica, si recò tuttavia nel luogo indicatole e lì trasalì nel vedere la rosa in mezzo alla neve, presala, la portò alla Santa. Al momento del congedo, Rita pregò ancora la visitatrice di ritornare nel giardino e di cogliervi due fichi maturi. Inutile dire che anche stavolta tutto andò secondo le parole della Santa.

Appare evidente che in questo episodio è racchiuso un simbolo, anzi due: la rosa e il fico, vediamo di capirne il significato.

La rosa è il fiore simbolo per eccellenza del profumo di tutte le virtù, infatti Maria SS. è invocata nelle litanie lauretane quale «Rosa Mistica». La rosa è inoltre simbolo di gioia e letizia innocente (il fiore) pur nel mezzo delle tribolazioni (le spine). Si pensi, a questo proposito, che due domeniche nell’Anno liturgico erano contraddistinte da questo specifico e genuino carattere cristiano, esse cadevano nel mezzo di due periodi dedicati al digiuno ed alla penitenza: l’Avvento e la Quaresima. Specificamente si trattava della III di Avvento e della IV di Quaresima, ed erano dette di “Gaudere” e di “Letare” dall’incipit dell’In-roito. Il loro colore liturgico era il rosa: usato unicamente per queste due occasioni. Quale, dunque, miglior simbolo di S. Rita che profumò la sua esistenza terrena nell’esercizio di ogni virtù e che conservò quella perfetta letizia di cuore , in grazia della sua unione con Dio, pur nel mezzo di innumerevoli tribolazioni?

Il fico è dolce e nutriente, opportuno simbolo dei frutti interiori che in un’anima buona sono prodotti dallo Spirito Santo e che S. Paolo elenca (Gal. V, 22-23): carità, pazienza, benignità, longanimità, fede, mansuetudine, continenza. Questi sono i frutti che ristorano il Signore sofferente in Croce nel vedere la sua Passione giovare ai redenti e che nutrono e sollevano il prossimo. Questi sono i frutti che Gesù Cristo non trovò nella Sinagoga isterilita rappresentata dal fico che maledì (Mc. XI, 12-14). Un fico tutto foglie e niente frutti che si perpetua nei troppi eredi di quell’ormai arida istituzione, tutta apparenza di pietà, cerimonie esteriori, rumore, adulazioni reciproche e gesti plateali, ma priva di frutti interiori, gli unici che rendano veramente Gloria a Dio e siano di vero sollievo alle anime. S. Rita, però, come abbiamo visto, seppe portare frutti graditi a Dio e utili al prossimo, seppe far fruttare i talenti ricevuti raddoppiandoli (cosa, questa, simbo-leggiata dai fichi in numero di due), come c’insegna la celeberrima parabola evangelica (Lc. 19, 12-26; Mt. 25, 14-30).

Il trapasso

Un giorno apparve alla Santa il Signore con la sua SS. Madre; Gesù chiese a Rita di avere ancora un po’ di pazienza e la Madonna le rivelò che da lì a tre giorni sarebbe volata in Cielo.

Confortata dalla celeste visione, Rita si preparò per l’ultimo viaggio raccogliendosi in un’ancor più fervente preghiera e contemplazione del suo Sposo Crocifisso.

Il 22 maggio 1434 dopo un’ultima notte di sofferenze, Rita ricevette il S. Viatico e, verso sera, uno sciame di api brune entrate dalla finestra, si posò sul capezzale. La sua infanzia era stata salutata da api bianche, nell’ora della morte api brune ne annunciavano il congedo.

La ferita perse d’un tratto il suo aspetto purulento e divenne come un rubino. Avvenuto quest’ultimo prodigio, la Santa dolcemente spirò. In quell’istante tutte le campane delle chiese del circondario suonarono prodigiosamente da sole e fu un’unica voce tra la gente: «È morta la Santa». Intanto un meraviglioso splendore illuminò la cella che si empì anche di soavissimo profumo.

Apoteosi

La notizia della morte di Rita si sparse con la rapidità di un fulmine e da tutto il circondario fu un continuo affluire di persone venute a salutare la Santa prima della sepoltura e per raccomandarsi alla sua potente preghiera. Il suo corpo fu portato alla chiesa di S. Maria Maddalena tra la folla riboccante. Ai funerali intervennero clero ed autorità civili e tutti poterono assistere ai primi miracoli operati da Dio attraverso quelle gloriose spoglie mortali. I miracoli continuarono nei giorni seguenti e non ne mancarono anche di grandissimi, come quello (nel 1450) di un bambino morto di nome Biagio che, accostato alla tomba della Santa, risuscitò. Il signore moltiplicò talmente attraverso i secoli i miracoli in favore dei devoti di S. Rita da renderli incalcolabili: tantissimi i malati guariti, nel corpo come nell’anima. All’invocazione di Rita cessarono i flagelli: terremoti, incendi, tempeste, grandinate e altre calamità pubbliche e private.

Nel 1595 il corpo fu trasportato dal Monastero alla Chiesa.

Nel 1628, dopo ben 194 anni dalla morte, la Chiesa la proclamò Beata, ma fu solo nel 1900, con papa Leone XIII, che avvenne la sua canonizzazione.

Abbiamo comunque visto che, nonostante la lentezza degli uomini, Rita, Santa in Cielo, non abbandonò e non abbandona mai i suoi numerosissimi devoti sparsi per tutto il mondo.

Allora, fiduciosi nella sua grande intercessione, invochiamola: S. Rita da Cascia, prega per noi!